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	Commenti a: La felice autonomia dei partigiani	</title>
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	<description>Giornale comunista online</description>
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		Di: gian andrea franchi		</title>
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		<dc:creator><![CDATA[gian andrea franchi]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 03 Jun 2015 11:04:46 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Vorrei segnalare che nel numero di ALFABETA 2 dedicato ALLA RESISTENZA, uscito on line in Maggio, insieme al libro di Romitelli, La felicità dei partigiani, è stato recensito da Daniele Balicco il libro di Maria Antonietta Moro, Tutte le anime del mio corpo, Jacobelli 2014. Tra i due libri ci sono grandi differenze e grandi affinità. Il libro di Moro, innanzitutto, è un diario scritto fra l’inverno e la primavera del 1945 da una giovane donna che era allora partigiana garibaldina nella pianura pordenonese ma che prima era stata, benché italiana, partigiana nelle formazioni slovene del goriziano fin dal 1942, svolgendo in entrambi i casi importanti incarichi di informazione e organizzazione. Questa è la differenza. L’affinità sta nel fatto che questo diario, trovato in un cassetto solo dopo la morte dell’autrice, racconta un processo di rapidissima formazione personale, che porterà a una rischiosa scelta di vita da parte di una giovane di campagna (del Friuli occidentale), spinta da quell’esigenza di riscatto personale e insieme necessariamente collettivo di cui Romitelli parla nel suo libro a proposito della formazione della banda partigiana. Tale esigenza troverà per Maria Antonietta Moro il suo luogo naturale in un gruppo di giovani infermiere slovene del Convitto-scuola per infermiere di Gorizia in cui nel 1942 andrà a studiare.  Assumerà quindi la decisione di entrare nella resistenza slovena e jugoslava, sfruttando la sua attività di infermiera che la metteva in grado sia di salvare vite di partigiani catturati e feriti, sia di raccogliere informazioni preziose da tedeschi e fascisti ricoverati in ospedali, usando anche, se necessario, farmaci adeguati. In seguito verrà mandata nella resistenza italiana. Ma quello che qui mi importa sottolineare, è il gesto etico-politico di una giovane di campagna, di formazione cattolica, che non esita a mettere in gioco la sua vita, rischiando tortura e morte, in nome di una solidarietà costitutiva di un sociale nei fatti alternativo a quello dominante, nazifascista da una parte, complice per viltà o indifferenza dall’altra.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Vorrei segnalare che nel numero di ALFABETA 2 dedicato ALLA RESISTENZA, uscito on line in Maggio, insieme al libro di Romitelli, La felicità dei partigiani, è stato recensito da Daniele Balicco il libro di Maria Antonietta Moro, Tutte le anime del mio corpo, Jacobelli 2014. Tra i due libri ci sono grandi differenze e grandi affinità. Il libro di Moro, innanzitutto, è un diario scritto fra l’inverno e la primavera del 1945 da una giovane donna che era allora partigiana garibaldina nella pianura pordenonese ma che prima era stata, benché italiana, partigiana nelle formazioni slovene del goriziano fin dal 1942, svolgendo in entrambi i casi importanti incarichi di informazione e organizzazione. Questa è la differenza. L’affinità sta nel fatto che questo diario, trovato in un cassetto solo dopo la morte dell’autrice, racconta un processo di rapidissima formazione personale, che porterà a una rischiosa scelta di vita da parte di una giovane di campagna (del Friuli occidentale), spinta da quell’esigenza di riscatto personale e insieme necessariamente collettivo di cui Romitelli parla nel suo libro a proposito della formazione della banda partigiana. Tale esigenza troverà per Maria Antonietta Moro il suo luogo naturale in un gruppo di giovani infermiere slovene del Convitto-scuola per infermiere di Gorizia in cui nel 1942 andrà a studiare.  Assumerà quindi la decisione di entrare nella resistenza slovena e jugoslava, sfruttando la sua attività di infermiera che la metteva in grado sia di salvare vite di partigiani catturati e feriti, sia di raccogliere informazioni preziose da tedeschi e fascisti ricoverati in ospedali, usando anche, se necessario, farmaci adeguati. In seguito verrà mandata nella resistenza italiana. Ma quello che qui mi importa sottolineare, è il gesto etico-politico di una giovane di campagna, di formazione cattolica, che non esita a mettere in gioco la sua vita, rischiando tortura e morte, in nome di una solidarietà costitutiva di un sociale nei fatti alternativo a quello dominante, nazifascista da una parte, complice per viltà o indifferenza dall’altra.</p>
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