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	Commenti a: Smantellamento della scuola pubblica. Una cronistoria per capire quando è cominciato	</title>
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	<description>Giornale comunista online</description>
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		Di: marzia todero		</title>
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		<dc:creator><![CDATA[marzia todero]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 03 May 2017 10:49:44 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[
	sono insegnante ed ho letto con interesse la relazione e la riflessione sottostante. Dove le avete trovate tutte queste informazioni? esiste un archivio a cui avete avuto accesso? Vorrei diffondere il tutto ma preferirei avere un accesso alla documentazione a cui avete attinto. Grazie
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>	sono insegnante ed ho letto con interesse la relazione e la riflessione sottostante. Dove le avete trovate tutte queste informazioni? esiste un archivio a cui avete avuto accesso? Vorrei diffondere il tutto ma preferirei avere un accesso alla documentazione a cui avete attinto. Grazie</p>
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		Di: Claudio Fogazza		</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Claudio Fogazza]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 02 May 2017 13:17:12 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[
	la scuola pubblica fabbrica disoccupati, non &#232; finalizzata al mercato imprenditoriale o manageriale&#160;



	e gli stugenti non sono educato al lavoro in sinergia e lla specializzazione un una materia preferita



	infatti dopo il titolo di studio la formazione o la abilitazione all&#039;esercizio di qualsivoglio professione&#160;



	&#160;
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			<content:encoded><![CDATA[<p>	la scuola pubblica fabbrica disoccupati, non &egrave; finalizzata al mercato imprenditoriale o manageriale&nbsp;</p>
<p>	e gli stugenti non sono educato al lavoro in sinergia e lla specializzazione un una materia preferita</p>
<p>	infatti dopo il titolo di studio la formazione o la abilitazione all&#039;esercizio di qualsivoglio professione&nbsp;</p>
<p>	&nbsp;</p>
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		Di: Eros Barone		</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Eros Barone]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 01 May 2015 20:31:47 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Mi sembra singolare - e non è un&#039;omissione da poco - che in questa cronistoria delle politiche neoliberiste nel campo dell&#039;istruzione manchi un passaggio fondamentale. Mi riferisco alla privatizzazione del rapporto di lavoro nel pubblico impiego, attuata con il consenso dei governi, dei sindacati confederali e della Confindustria. Un passaggio che ha avuto un’importanza decisiva nella trasformazione del particolare rapporto di lavoro che esiste nella scuola e ne fonda materialmente il carattere. In base alla tradizione umanistica della scuola italiana, infatti, il rapporto di lavoro era sempre concepito come un rapporto di lavoro del tutto disinteressato rispetto alla didattica e agli studenti: i diversi insegnanti ricevevano una retribuzione sostanzialmente omogenea per un lavoro sostanzialmente omogeneo, privo di qualsiasi competitività, regolato dai mec-canismi dell’anzianità e dalla stima dei colleghi, del preside, degli allievi e delle famiglie. Non c’è bisogno di ricordare in questa sede come il contratto collettivo di lavoro del 1994 abbia modificato radicalmente questa situazione, trasformando il ruolo ordinario in rapporto di lavoro a tempo indeterminato, quindi risolubile, e introducendo forme di retribuzione accessoria per un ampio spettro di prestazioni aggiuntive; così come non c’è bisogno di ricordare come tale contratto abbia realizzato una scala mobile alla rovescia, agganciando la dinamica retributiva al tasso d’inflazione programmata, cioè pianificando la riduzione degli stipendi, e abolendo gli scatti biennali, sostituiti poi dagli attuali incrementi retributivi per anzianità ogni 6 anni.
   Fu a questo punto che la logica perversa dei rapporti mercantili ha potuto innestarsi nel profondo dell’attività scolastica. Infatti, a causa dell’impoverimento economico che ha investito la categoria, le attività aggiuntive, svincolatesi dalla dimensione del volontariato che una minoranza del corpo insegnante ha sempre espresso, sono diventate uno stru-mento improprio ma generalizzato di recupero retributivo, ed è all’insegna di tale recupero che la categoria si è resa disponibile alle più svariate attività aggiuntive. Le forze dominanti hanno così giocato due carte allo scopo di privatizzare il rapporto di lavoro nella scuola, modellandolo su quello proprio dell’industria privata: la crescente insicurezza di tale rapporto, conseguenza sia della diminuzione della popolazione scolastica che delle politiche di riduzione della spesa pubblica nel settore dell’istruzione, e la disponibilità degli insegnanti a prestazioni aggiuntive di lavoro per un recupero retributivo. 
   La nuova costituzione materiale della scuola, di cui la &quot;Buona Scuola&quot; di Renzi è l&#039;ultimo anello, ha due capisaldi: il primato dell’interesse materiale e la stratificazione gerarchica. Il principio dell’interesse materiale di tipo economico è entrato  allora a determinare le scelte didattiche del singolo docente, è entrato nel progetto e nella struttura del suo lavoro. Gli stessi studenti,  ridotti a clienti-utenti di una scuola divenuta servizio, sono stati ridotti in pratica a soggetti prevalentemente economici. 
   Sia la crescita della retribuzione accessoria, da conquistare nel posto di lavoro facendo a gomitate con i colleghi (questo è quanto si propone d’incentivare l’attuale governo!), rispetto alla retribuzione base, sia lo scatenamento di una logica infernale di concorrenzialità retributiva scaturiscono dall’attribuzione alla scuola di funzioni diverse dall’insegnamento e dallo studio (le c. d. educazioni: alla salute, alla sessualità, al territorio, al teatro e al cinema, alla circolazione stradale ecc.). La privatizzazione è dunque premessa e mezzo della trasformazione della scuola in un servizio di generica socializzazione, di banale intrattenimento e di generico acculturamento delle nuove generazioni. Lo studio e l’apprendimento perdono, di fatto, la centralità ad essi formalmente attribuita e gl’insegnanti vengono trasformati in operatori socio-culturali a bassa professionalità e a basso reddito, ossia in proletariato intellettuale. La fine della relativa autonomia della scuola dai rapporti sociali di produzione e il suo inserimento nei rapporti mercantili non solo offrono una rappresentazione caricaturale del modo in cui vengono attuate nel contesto attuale, le parole d’ordine dell’apertura della scuola alla società e al mondo del lavoro, nonché del rapporto tra scuola e territorio, ma permettono di espellere da essa quanto vi era stato introdotto a partire dal ’68: l’insegnamento come spazio della emancipazione culturale dei soggetti sociali subalterni, la formazione dell’individuo svincolata dalla logica della produzione e del profitto, la cultura come capacità di analisi critica, la pratica della democrazia e della partecipazione. Si tratta di caratteristiche della scuola italiana mai pienamente realizzate, eppure operanti a partire dagli anni ’70. Il fatto che il ministro Luigi Berlinguer avesse  orgogliosamente affermato che il suo scopo non era quello di riformare la scuola italiana, ma di fondare il sistema dell’istruzione professionale nel nostro paese conferma che l’alternativa non è fra una scuola arretrata e una scuola moderna né fra una scuola tradizionale e una scuola rifor-mata, ma fra due modelli di scuola del tutto diversi: fra una scuola di massa e di qualità ed una scuola di classe dequalificata per i molti e qualificante per i pochi, tutta giocata in funzione esclusiva del profitto economico e degli interessi del capitalismo.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Mi sembra singolare &#8211; e non è un&#8217;omissione da poco &#8211; che in questa cronistoria delle politiche neoliberiste nel campo dell&#8217;istruzione manchi un passaggio fondamentale. Mi riferisco alla privatizzazione del rapporto di lavoro nel pubblico impiego, attuata con il consenso dei governi, dei sindacati confederali e della Confindustria. Un passaggio che ha avuto un’importanza decisiva nella trasformazione del particolare rapporto di lavoro che esiste nella scuola e ne fonda materialmente il carattere. In base alla tradizione umanistica della scuola italiana, infatti, il rapporto di lavoro era sempre concepito come un rapporto di lavoro del tutto disinteressato rispetto alla didattica e agli studenti: i diversi insegnanti ricevevano una retribuzione sostanzialmente omogenea per un lavoro sostanzialmente omogeneo, privo di qualsiasi competitività, regolato dai mec-canismi dell’anzianità e dalla stima dei colleghi, del preside, degli allievi e delle famiglie. Non c’è bisogno di ricordare in questa sede come il contratto collettivo di lavoro del 1994 abbia modificato radicalmente questa situazione, trasformando il ruolo ordinario in rapporto di lavoro a tempo indeterminato, quindi risolubile, e introducendo forme di retribuzione accessoria per un ampio spettro di prestazioni aggiuntive; così come non c’è bisogno di ricordare come tale contratto abbia realizzato una scala mobile alla rovescia, agganciando la dinamica retributiva al tasso d’inflazione programmata, cioè pianificando la riduzione degli stipendi, e abolendo gli scatti biennali, sostituiti poi dagli attuali incrementi retributivi per anzianità ogni 6 anni.<br />
   Fu a questo punto che la logica perversa dei rapporti mercantili ha potuto innestarsi nel profondo dell’attività scolastica. Infatti, a causa dell’impoverimento economico che ha investito la categoria, le attività aggiuntive, svincolatesi dalla dimensione del volontariato che una minoranza del corpo insegnante ha sempre espresso, sono diventate uno stru-mento improprio ma generalizzato di recupero retributivo, ed è all’insegna di tale recupero che la categoria si è resa disponibile alle più svariate attività aggiuntive. Le forze dominanti hanno così giocato due carte allo scopo di privatizzare il rapporto di lavoro nella scuola, modellandolo su quello proprio dell’industria privata: la crescente insicurezza di tale rapporto, conseguenza sia della diminuzione della popolazione scolastica che delle politiche di riduzione della spesa pubblica nel settore dell’istruzione, e la disponibilità degli insegnanti a prestazioni aggiuntive di lavoro per un recupero retributivo.<br />
   La nuova costituzione materiale della scuola, di cui la &#8220;Buona Scuola&#8221; di Renzi è l&#8217;ultimo anello, ha due capisaldi: il primato dell’interesse materiale e la stratificazione gerarchica. Il principio dell’interesse materiale di tipo economico è entrato  allora a determinare le scelte didattiche del singolo docente, è entrato nel progetto e nella struttura del suo lavoro. Gli stessi studenti,  ridotti a clienti-utenti di una scuola divenuta servizio, sono stati ridotti in pratica a soggetti prevalentemente economici.<br />
   Sia la crescita della retribuzione accessoria, da conquistare nel posto di lavoro facendo a gomitate con i colleghi (questo è quanto si propone d’incentivare l’attuale governo!), rispetto alla retribuzione base, sia lo scatenamento di una logica infernale di concorrenzialità retributiva scaturiscono dall’attribuzione alla scuola di funzioni diverse dall’insegnamento e dallo studio (le c. d. educazioni: alla salute, alla sessualità, al territorio, al teatro e al cinema, alla circolazione stradale ecc.). La privatizzazione è dunque premessa e mezzo della trasformazione della scuola in un servizio di generica socializzazione, di banale intrattenimento e di generico acculturamento delle nuove generazioni. Lo studio e l’apprendimento perdono, di fatto, la centralità ad essi formalmente attribuita e gl’insegnanti vengono trasformati in operatori socio-culturali a bassa professionalità e a basso reddito, ossia in proletariato intellettuale. La fine della relativa autonomia della scuola dai rapporti sociali di produzione e il suo inserimento nei rapporti mercantili non solo offrono una rappresentazione caricaturale del modo in cui vengono attuate nel contesto attuale, le parole d’ordine dell’apertura della scuola alla società e al mondo del lavoro, nonché del rapporto tra scuola e territorio, ma permettono di espellere da essa quanto vi era stato introdotto a partire dal ’68: l’insegnamento come spazio della emancipazione culturale dei soggetti sociali subalterni, la formazione dell’individuo svincolata dalla logica della produzione e del profitto, la cultura come capacità di analisi critica, la pratica della democrazia e della partecipazione. Si tratta di caratteristiche della scuola italiana mai pienamente realizzate, eppure operanti a partire dagli anni ’70. Il fatto che il ministro Luigi Berlinguer avesse  orgogliosamente affermato che il suo scopo non era quello di riformare la scuola italiana, ma di fondare il sistema dell’istruzione professionale nel nostro paese conferma che l’alternativa non è fra una scuola arretrata e una scuola moderna né fra una scuola tradizionale e una scuola rifor-mata, ma fra due modelli di scuola del tutto diversi: fra una scuola di massa e di qualità ed una scuola di classe dequalificata per i molti e qualificante per i pochi, tutta giocata in funzione esclusiva del profitto economico e degli interessi del capitalismo.</p>
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