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	Commenti a: Il Sessantotto, eredità ed attualità a distanza di cinquant&#8217;anni	</title>
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	<description>Giornale comunista online</description>
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		Di: Eros Barone		</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Eros Barone]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 05 Jan 2018 21:16:42 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[La contestazione del ‘principio di autorità’ ha costituito il nucleo ispiratore del Sessantotto. Tuttavia la crisi di tale principio, che ne è stata la conseguenza, non ha portato affatto ad un indebolimento, bensì ad un rafforzamento dell’autoritarismo. Una società in cui il principio di autorità è vanificato non entra in un periodo di libertà (come aveva ben capito Fichte, cui si deve la creazione della fondamentale categoria storico-filosofica della “terza epoca” o “epoca della compiuta peccaminosità”), ma in un periodo dominato dall’arbitrarietà e dall’anarchia. Così, la nostra società oscilla costantemente tra i due poli complementari della coercizione statuale e della seduzione commerciale, che non sono altro che due varianti dell’autoritarismo generato dalla relazione di asimmetria tra giovani e adulti. Non può sorprendere allora che su questo terreno si sviluppi la violenza, perché una relazione di questo tipo si fonda soltanto sulla forza. La differenza tra autorità ed autoritarismo deriva dalla presenza o dall’assenza di un fine comune che rende accettabile una relazione asimmetrica e credibile la prospettiva in cui tale fine si colloca. Sennonché, quando questa prospettiva viene meno (come è accaduto a partire dagli anni Sessanta e Settanta del secolo scorso), il terreno su cui far valere il principio di autorità frana e ai giovani che domandano il perché dell’ubbidienza non basta più la semplice risposta: “Perché io sono tuo padre… Perché io sono il tuo professore”. Sì, ma in nome di che cosa? E in nome di quale futuro? Sono queste le domande che, restando senza risposta, dànno luogo ad una situazione in cui i giovani cercano o di essere sedotti o di essere dominati (ancora le due varianti dell’autoritarismo).
Del tutto illusoria è poi la convinzione secondo cui la contestazione dell’autorità costituita e della gerarchia sociale è sempre, in ogni caso, veicolo ed espressione di istanze di libertà e di emancipazione. Che la lotta contro il colonialismo o il movimento del Sessantotto siano nati dalla contestazione del principio di autorità è indubbio, ma quei fenomeni di ribellione contro un potere oppressivo e di conseguente rivendicazione della giustizia non hanno alcun rapporto con la contestazione dell’autorità che caratterizza società come le nostre, pervase da un individualismo sfrenato e dominate dal primato che il neoliberismo attribuisce alla libertà di mercato e alle relazioni di scambio determinate dalla logica del consumo. Nel “regno animale dello spirito” di hegeliana memoria l’umanità appare infatti costituita da una serie di individui isolati che stabiliscono tra di loro relazioni contrattuali e competitive, dando vita a quell’universo fantasmagorico della merce che toglie ogni spazio alla solidarietà, alle affinità elettive e perfino agli affetti famigliari. Si realizza pienamente ciò che Marx ed Engels avevano descritto nel “Manifesto del partito comunista”: «Dove è giunta al potere, la borghesia ha dissolto ogni condizione feudale, patriarcale, idillica. Ha distrutto spietatamente ogni più disparato legame che univa gli uomini al loro superiore naturale, non lasciando tra uomo e uomo altro legame che il nudo interesse, lo spietato “pagamento in contanti”. Ha fatto annegare nella gelida acqua del calcolo egoistico i sacri fremiti dell’esaltazione religiosa, dell’entusiasmo cavalleresco, del sentimentalismo piccolo-borghese. Ha risolto nel valore di scambio la dignità della persona e ha rimpiazzato le innumerevoli libertà riconosciute e acquisite con un’unica libertà, quella di un commercio senza freni. In conclusione, al posto dello sfruttamento velato da illusioni religiose e politiche ha messo uno sfruttamento aperto, privo di scrupoli, diretto, arido. La borghesia ha tolto l’aureola a tutte le attività fino a quel momento rispettate e piamente considerate. Ha trasformato il medico, il giurista, il prete, il poeta, l’uomo di scienza in salariati da lei dipendenti. La borghesia ha stracciato nel rapporto familiare il velo di commovente sentimentalismo riducendolo a un mero rapporto di denaro».
Concludendo, sembra proprio che non vi sia condizione migliore per diventare adulti che l’essere orfani (anche del Sessantotto). Ma essere orfani è cosa assai impegnativa e tutt’altro che automatica (non basta il semplice dileguarsi della ‘imago patris’), poiché ci pone di fronte all’arduo passaggio da oggetti a soggetti di amore. Se questo discorso è fondato, allora è altamente plausibile la tesi secondo cui la lotta armata è stata, come diceva Ernesto Che Guevara, “il nuovo modo di amare” e coloro che l’hanno praticata sino in fondo sono stati non una superfetazione del modello edipico, ma la prefigurazione, per evocare ancora una volta Fichte, di quella “quarta epoca” dell’“incipiente giustificazione” in cui “la verità è la cosa più alta”.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>La contestazione del ‘principio di autorità’ ha costituito il nucleo ispiratore del Sessantotto. Tuttavia la crisi di tale principio, che ne è stata la conseguenza, non ha portato affatto ad un indebolimento, bensì ad un rafforzamento dell’autoritarismo. Una società in cui il principio di autorità è vanificato non entra in un periodo di libertà (come aveva ben capito Fichte, cui si deve la creazione della fondamentale categoria storico-filosofica della “terza epoca” o “epoca della compiuta peccaminosità”), ma in un periodo dominato dall’arbitrarietà e dall’anarchia. Così, la nostra società oscilla costantemente tra i due poli complementari della coercizione statuale e della seduzione commerciale, che non sono altro che due varianti dell’autoritarismo generato dalla relazione di asimmetria tra giovani e adulti. Non può sorprendere allora che su questo terreno si sviluppi la violenza, perché una relazione di questo tipo si fonda soltanto sulla forza. La differenza tra autorità ed autoritarismo deriva dalla presenza o dall’assenza di un fine comune che rende accettabile una relazione asimmetrica e credibile la prospettiva in cui tale fine si colloca. Sennonché, quando questa prospettiva viene meno (come è accaduto a partire dagli anni Sessanta e Settanta del secolo scorso), il terreno su cui far valere il principio di autorità frana e ai giovani che domandano il perché dell’ubbidienza non basta più la semplice risposta: “Perché io sono tuo padre… Perché io sono il tuo professore”. Sì, ma in nome di che cosa? E in nome di quale futuro? Sono queste le domande che, restando senza risposta, dànno luogo ad una situazione in cui i giovani cercano o di essere sedotti o di essere dominati (ancora le due varianti dell’autoritarismo).<br />
Del tutto illusoria è poi la convinzione secondo cui la contestazione dell’autorità costituita e della gerarchia sociale è sempre, in ogni caso, veicolo ed espressione di istanze di libertà e di emancipazione. Che la lotta contro il colonialismo o il movimento del Sessantotto siano nati dalla contestazione del principio di autorità è indubbio, ma quei fenomeni di ribellione contro un potere oppressivo e di conseguente rivendicazione della giustizia non hanno alcun rapporto con la contestazione dell’autorità che caratterizza società come le nostre, pervase da un individualismo sfrenato e dominate dal primato che il neoliberismo attribuisce alla libertà di mercato e alle relazioni di scambio determinate dalla logica del consumo. Nel “regno animale dello spirito” di hegeliana memoria l’umanità appare infatti costituita da una serie di individui isolati che stabiliscono tra di loro relazioni contrattuali e competitive, dando vita a quell’universo fantasmagorico della merce che toglie ogni spazio alla solidarietà, alle affinità elettive e perfino agli affetti famigliari. Si realizza pienamente ciò che Marx ed Engels avevano descritto nel “Manifesto del partito comunista”: «Dove è giunta al potere, la borghesia ha dissolto ogni condizione feudale, patriarcale, idillica. Ha distrutto spietatamente ogni più disparato legame che univa gli uomini al loro superiore naturale, non lasciando tra uomo e uomo altro legame che il nudo interesse, lo spietato “pagamento in contanti”. Ha fatto annegare nella gelida acqua del calcolo egoistico i sacri fremiti dell’esaltazione religiosa, dell’entusiasmo cavalleresco, del sentimentalismo piccolo-borghese. Ha risolto nel valore di scambio la dignità della persona e ha rimpiazzato le innumerevoli libertà riconosciute e acquisite con un’unica libertà, quella di un commercio senza freni. In conclusione, al posto dello sfruttamento velato da illusioni religiose e politiche ha messo uno sfruttamento aperto, privo di scrupoli, diretto, arido. La borghesia ha tolto l’aureola a tutte le attività fino a quel momento rispettate e piamente considerate. Ha trasformato il medico, il giurista, il prete, il poeta, l’uomo di scienza in salariati da lei dipendenti. La borghesia ha stracciato nel rapporto familiare il velo di commovente sentimentalismo riducendolo a un mero rapporto di denaro».<br />
Concludendo, sembra proprio che non vi sia condizione migliore per diventare adulti che l’essere orfani (anche del Sessantotto). Ma essere orfani è cosa assai impegnativa e tutt’altro che automatica (non basta il semplice dileguarsi della ‘imago patris’), poiché ci pone di fronte all’arduo passaggio da oggetti a soggetti di amore. Se questo discorso è fondato, allora è altamente plausibile la tesi secondo cui la lotta armata è stata, come diceva Ernesto Che Guevara, “il nuovo modo di amare” e coloro che l’hanno praticata sino in fondo sono stati non una superfetazione del modello edipico, ma la prefigurazione, per evocare ancora una volta Fichte, di quella “quarta epoca” dell’“incipiente giustificazione” in cui “la verità è la cosa più alta”.</p>
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