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	Commenti a: Il senso dell&#039;&#8221;ordine&#8221; suprematista	</title>
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	<description>Giornale comunista online</description>
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		Di: Oigroig		</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Oigroig]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 01 Sep 2026 03:57:02 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Descrivere la nostra cupa situazione comporterebbe di dire qualcosa anche sul «che fare?». Su questo punto vi è incertezza e titubanza a fare ragionamenti e proposte. Direi «due pizze in faccia» è una metafora, una toppa, quasi un modo per non affrontare la questione. Viviamo in un ambiente sociale oppresso da una pervasiva violenza dall’alto, e non è solo questione di singoli omicidi, perché ogni violenza vale anche come intimidazione e minaccia per tanti altri. Vi è una parte della popolazione di questo paese che è minacciato dalla «sicurezza» di Stato. Che fare? come costruire un rapporto di forza dal basso? cioè una pratica di autodifesa degli «scarti»? Non ho risposte, non vedo che ce ne siano ora sul tavolo, ma la violenza sedimenta di per sé potere e autoritarismo e può limitate i suoi effetti deteriori e avere capacità trasformativa e liberatoria SOLO SE coinvolge una massa, un’ampia collettività sociale e non ristrette avanguardie, in modo da disinnescare la spettacolarizzazione della violenza sociale (che è il modo con cui il potere la strumentalizza e la governa). D’altra parte, richiamarsi alla «nonviolenza» mi pare ipocrita, è una parola vuota adatta a chi ha già le spalle coperte, visto che viviamo in un mondo sempre più saturo di violenze statali, economiche, padronali, legali, ecc. Insomma, non basta descrivere l’ingiustizia, ma occorrerebbe pensare e discutere linee di azione efficaci, avere una teoria, un codice di comportamento, una cultura del «che fare?». Su questo occorrerebbe aprire uno spazio discorsivo di riflessione contro la rimozione e l’acquiescenza.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Descrivere la nostra cupa situazione comporterebbe di dire qualcosa anche sul «che fare?». Su questo punto vi è incertezza e titubanza a fare ragionamenti e proposte. Direi «due pizze in faccia» è una metafora, una toppa, quasi un modo per non affrontare la questione. Viviamo in un ambiente sociale oppresso da una pervasiva violenza dall’alto, e non è solo questione di singoli omicidi, perché ogni violenza vale anche come intimidazione e minaccia per tanti altri. Vi è una parte della popolazione di questo paese che è minacciato dalla «sicurezza» di Stato. Che fare? come costruire un rapporto di forza dal basso? cioè una pratica di autodifesa degli «scarti»? Non ho risposte, non vedo che ce ne siano ora sul tavolo, ma la violenza sedimenta di per sé potere e autoritarismo e può limitate i suoi effetti deteriori e avere capacità trasformativa e liberatoria SOLO SE coinvolge una massa, un’ampia collettività sociale e non ristrette avanguardie, in modo da disinnescare la spettacolarizzazione della violenza sociale (che è il modo con cui il potere la strumentalizza e la governa). D’altra parte, richiamarsi alla «nonviolenza» mi pare ipocrita, è una parola vuota adatta a chi ha già le spalle coperte, visto che viviamo in un mondo sempre più saturo di violenze statali, economiche, padronali, legali, ecc. Insomma, non basta descrivere l’ingiustizia, ma occorrerebbe pensare e discutere linee di azione efficaci, avere una teoria, un codice di comportamento, una cultura del «che fare?». Su questo occorrerebbe aprire uno spazio discorsivo di riflessione contro la rimozione e l’acquiescenza.</p>
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