Il 7 novembre 1917 i bolscevichi guidati da Lenin nel Partito operaio socialdemocratico russo (Posdr) rovesciano il governo Kerenskij e portano il processo rivoluzionario alla prima sperimentazione della storia della costruzione di una società socialista.
Dopo lunghi anni passati tra clandestinità, esilio, opposizione allo Zar, contrasto alla guerra e alla borghesia russa, con la presa del Palazzo d’Inverno, l’organizzazione della classe operaria e contadina spinge la rivoluzione proletaria al centro della Storia, segnando indelebilmente il corso dell’intero XX secolo.
La guerra imperialista mondiale aveva fatto implodere la seconda internazionale di fronte alle spinte nazionaliste, le quali avevano spedito masse di lavoratori e lavoratrici al macello tra le braccia delle rispettive borghesie in Europa, in guerra tra loro. È in questo contesto che la “questione nazionale” assume nella riflessione leniniana e bolscevica una rilevanza strategica come parte integrante della rivoluzione mondiale.
Prendendo le mosse dall’analisi dell’imperialismo come fase suprema del capitalismo, caratterizzata dalla spartizione del mondo tra le grandi potenze a discapito dei popoli coloniali, Lenin comprende che la riflessione sulla questione nazionale permette di superare l’eurocentrismo del movimento socialista e lega la prima direttamente alla lotta antimperialista e anticolonialista.
Così facendo, la lotta di classe al centro dell’impero diviene un tutt’uno con le lotte di liberazione portate avanti dai popoli oppressi nella periferia. La classe lavoratrice, riconosce nello stesso periodo Stalin, non doveva più mettersi sotto la bandiera della borghesia, perché la lotta nazionale, se separata dalla lotta di classe (o dalla guerra civile, per dirla con Gramsci) era in grado di provocare stragi e pogrom.
L’attualità di questo dibattito ci sembra evidente. La difesa della rivoluzione di Cuba socialista, la lotta di liberazione del popolo palestinese, il razzismo dell’internazionale nera guidata da Trump, il riarmo dei Paesi europei con la Germania in primis, la strategia della paura contro lo straniero; mentre genocidi, guerra e carovita spingono finalmente milioni di lavoratori, studenti, donne e immigrati a organizzarsi e a scendere in piazza per riprendere in mano il proprio futuro.
Crediamo che riannodare i fili della “spinta” data alla storia dai bolscevichi e recuperare uno dei dibattiti che ha animato il movimento comunista dell’epoca sia di fondamentale importanza per inquadrare l’odierna fase predatoria dell’imperialismo, oltre le semplicistiche letture geopolitiche.
Per questo, diamo appuntamento sabato 7 novembre, ore 18:00 al Circolo GAP di Roma, insieme ad Alex Hobel e Antonio Allegra.
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