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	Commenti a: Fascismo e incompatibilità costituzionale	</title>
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	<description>Giornale comunista online</description>
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		Di: Andrea Vannini		</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Andrea Vannini]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 26 Mar 2023 20:52:17 +0000</pubDate>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>difesa della costituzione e opposizione antifascista in parlamento? Chi la fa&#8217;? la difende mattarella la costituzione antifascista? C&#8217; e&#8217; solo la strada&#8230;</p>
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		Di: Eros Barone		</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Eros Barone]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 26 Mar 2023 11:45:48 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Si potrebbe contrassegnare con il termine di ‘anti-antifascismo’ il carattere insidioso ed efficace dell’operazione 
politico-ideologica di accreditamento presso le classi dominanti borghesi e le loro agenzie, che sta portando avanti con abilità e spregiudicatezza Giorgia Meloni (agenzie fra le quali, va detto, spicca la burocrazia sindacale, che è quanto dire il gruppo dirigente della CGIL, non evocato dall’autore dell’articolo per la sua evidente distonia rispetto al vieto paradigma costituzionalista cui si ispira il suo articolo). In effetti, chi, con grande intelligenza politica, risolse a suo tempo (nel 2001) la questione dell’eredità fascista dei governi di centro-destra, rendendola disponibile ed operativa per i successivi governi di quel tipo, è stato, in realtà, l’allora Presidente della Camera, Gianfranco Fini, probabile ‘spin doctor’, dietro le quinte, della leader dell’attuale governo. Si deve, infatti, a lui la tesi dell’“afascismo” come realistica via d’uscita dalla vischiosità di “un passato che non passa”. Il suo realismo politico meritava già allora la giusta attenzione, poiché, archiviando in maniera abbastanza anodina l’epopea della guerra civile, consentiva di sganciare, anche sotto il profilo formale, il dibattito politico dallo spazio ristretto della storia nazionale e di portare a compimento alcuni atti, politicamente tutt’altro che irrilevanti, come la “riforma” della Costituzione. Sennonché attraverso l’“afascismo” si scotomizzava, insieme con il fascismo, anche la Resistenza, la cui ombra si allungava ancora sulla Costituzione. Il dato centrale che quindi occorre tenere ben presente per comprendere la dinamica di questa operazione è, ancor oggi, la necessità, per il potere dominante e per il sistema politico-istituzionale, di colmare il crescente divario tra la ‘Costituzione formale’ e la ‘Costituzione materiale’ (una necessità il cui mancato soddisfacimento costò a Renzi, nel 2017, la perdita del governo). L’“afascismo” può dunque consentire il delinearsi, fra i partiti politici borghesi e piccolo-borghesi che compongono il parlamento italiano, di una maggioranza ampia, se non addirittura unanime, nel risolvere la “crisi di squilibrio” italiana, facendo corrispondere al quadro imperialista anche la cornice giuridico-formale. La Costituzione del 1948 era, in effetti, il frutto di una mediazione o, se si preferisce, di un compromesso, che corrispondeva esattamente alla situazione socio-politica italiana quale si presentava all’indomani del 25 aprile. In qualche modo la Costituzione registrava l’esistenza, se non di un vero e proprio ‘dualismo di potere’ organizzato, di una frattura, che era ben lungi dall’essere ricomposta, nella società italiana e che rispecchiava il pieno dispiegamento della guerra civile internazionale in atto a partire dal 1945. La mediazione sul primo articolo della Costituzione – “repubblica fondata sul lavoro”, ma non “fondata sui lavoratori” – indicava dunque una posizione di sostanziale pareggio tra le forze in campo. E però la questione della forma politico-istituzionale, non risolta nel corso della guerra civile, traslava il risultato alla fase successiva, i cui esisti disastrosi per il proletariato sono ormai evidenti a tutti. È al termine di questo processo – la cui penultima tappa è l’allineamento di tutte le forze politiche dentro la struttura della NATO – che va collocato sia il problema della natura del postfascismo o del neofascismo, che dir si voglia, sia della “riforma” della Costituzione, laddove tale riforma, già in atto da tempo, va ora completata, ad opera del blocco padronale e governativo che dirige il paese, attraverso un ‘mix’ tra autonomia differenziata e presidenzialismo.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Si potrebbe contrassegnare con il termine di ‘anti-antifascismo’ il carattere insidioso ed efficace dell’operazione<br />
politico-ideologica di accreditamento presso le classi dominanti borghesi e le loro agenzie, che sta portando avanti con abilità e spregiudicatezza Giorgia Meloni (agenzie fra le quali, va detto, spicca la burocrazia sindacale, che è quanto dire il gruppo dirigente della CGIL, non evocato dall’autore dell’articolo per la sua evidente distonia rispetto al vieto paradigma costituzionalista cui si ispira il suo articolo). In effetti, chi, con grande intelligenza politica, risolse a suo tempo (nel 2001) la questione dell’eredità fascista dei governi di centro-destra, rendendola disponibile ed operativa per i successivi governi di quel tipo, è stato, in realtà, l’allora Presidente della Camera, Gianfranco Fini, probabile ‘spin doctor’, dietro le quinte, della leader dell’attuale governo. Si deve, infatti, a lui la tesi dell’“afascismo” come realistica via d’uscita dalla vischiosità di “un passato che non passa”. Il suo realismo politico meritava già allora la giusta attenzione, poiché, archiviando in maniera abbastanza anodina l’epopea della guerra civile, consentiva di sganciare, anche sotto il profilo formale, il dibattito politico dallo spazio ristretto della storia nazionale e di portare a compimento alcuni atti, politicamente tutt’altro che irrilevanti, come la “riforma” della Costituzione. Sennonché attraverso l’“afascismo” si scotomizzava, insieme con il fascismo, anche la Resistenza, la cui ombra si allungava ancora sulla Costituzione. Il dato centrale che quindi occorre tenere ben presente per comprendere la dinamica di questa operazione è, ancor oggi, la necessità, per il potere dominante e per il sistema politico-istituzionale, di colmare il crescente divario tra la ‘Costituzione formale’ e la ‘Costituzione materiale’ (una necessità il cui mancato soddisfacimento costò a Renzi, nel 2017, la perdita del governo). L’“afascismo” può dunque consentire il delinearsi, fra i partiti politici borghesi e piccolo-borghesi che compongono il parlamento italiano, di una maggioranza ampia, se non addirittura unanime, nel risolvere la “crisi di squilibrio” italiana, facendo corrispondere al quadro imperialista anche la cornice giuridico-formale. La Costituzione del 1948 era, in effetti, il frutto di una mediazione o, se si preferisce, di un compromesso, che corrispondeva esattamente alla situazione socio-politica italiana quale si presentava all’indomani del 25 aprile. In qualche modo la Costituzione registrava l’esistenza, se non di un vero e proprio ‘dualismo di potere’ organizzato, di una frattura, che era ben lungi dall’essere ricomposta, nella società italiana e che rispecchiava il pieno dispiegamento della guerra civile internazionale in atto a partire dal 1945. La mediazione sul primo articolo della Costituzione – “repubblica fondata sul lavoro”, ma non “fondata sui lavoratori” – indicava dunque una posizione di sostanziale pareggio tra le forze in campo. E però la questione della forma politico-istituzionale, non risolta nel corso della guerra civile, traslava il risultato alla fase successiva, i cui esisti disastrosi per il proletariato sono ormai evidenti a tutti. È al termine di questo processo – la cui penultima tappa è l’allineamento di tutte le forze politiche dentro la struttura della NATO – che va collocato sia il problema della natura del postfascismo o del neofascismo, che dir si voglia, sia della “riforma” della Costituzione, laddove tale riforma, già in atto da tempo, va ora completata, ad opera del blocco padronale e governativo che dirige il paese, attraverso un ‘mix’ tra autonomia differenziata e presidenzialismo.</p>
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