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Gaza nella notte del mondo

Le luci si sono abbassate su Gaza. Qualcuno ha detto che, per i palestinesi, questo è paradossalmente il momento più critico. Le luci si sono abbassate? No. Sono state spente. Con metodo. Con cura. Una a una.

L’oscurità non è venuta da sola: è stata scelta. Perché nel buio si può uccidere e brigare in silenzio.

No. Nessun paradosso. Le luci sono state spente una a una, finché non è rimasto che il buio. Un buio funzionale.

Nell’oscurità non ci sono più numeri, nomi, volti. Solo macerie, carne anonima e l’eco di qualcosa che verrà.

Oltre duecento palestinesi sono stati uccisi durante la tregua. Non prima, non dopo: durante. Come se la parola tregua fosse diventata una tecnica per colpire mentre il mondo si concede il lusso di un sospiro.

Nel frattempo, in quel simulacro di democrazia che è la Knesset, si discute e approva la reintroduzione della pena di morte. La linea gialla non è solo una frontiera, ma un avvertimento: oltre c’è la morte certa. E oltre ci siamo già.

E intanto noi – qui, altrove – contiamo i giorni come se l’oscurità non stesse avanzando anche verso di noi, lentamente. Ma avanza. Preparando il terreno per la prossima catastrofe. Per non farmi inghiottire anch’io nel buio, ho bisogno di scrivere. Riscrivere quello che ho detto cento volte.

Non chiamatelo conflitto. È una parola comoda per chi guarda dal salotto.

È storia coloniale che si ripete mentre tutti fingono di non avere memoria.

O si sta di qua o si sta di là. Non c’è più spazio per l’equidistanza. O si cade da una parte o dall’altra.

Gaza è diventata il termometro morale dell’Occidente. Chi oggi ancora cerca rifugio nella neutralità non è neutrale: è già nel campo di chi permette, di chi tollera, di chi giustifica. Chi si rifugia nell’equidistanza mentre una popolazione viene cancellata dai radar, dalle mappe, dalle coscienze, sceglie. E no, non serve una laurea in geopolitica per capire da che parte stare. Basta essere umani. Non complici. Umani.

«Se collettivamente finiremo per accettare ciò che accade a Gaza, non ci sarà limite a ciò che accetteremo dopo Gaza.»

Gaza è il crinale. Il punto di non ritorno.

Se accettiamo questo, accetteremo tutto. Accetteremo il disumano come nuova norma, la barbarie come inevitabile. Se tutto quello che è successo negli ultimi ventiquattro mesi non vi ha aperto gli occhi, allora non c’è più niente da aprire. Siamo già nella notte. E chi ha spento la luce l’ha fatto contando sulla vostra cecità.

Le luci si sono abbassate su Gaza?

No. Chi ha spento l’interruttore sapeva esattamente cosa stava facendo.

*scrittore, autore di “Radisol”

 

- © Riproduzione possibile DIETRO ESPLICITO CONSENSO della REDAZIONE di CONTROPIANO

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1 Commento


  • almar

    Di questo articolo vorrei sottolineare alcune frasi. La prima, e per me essenziale, è: “non serve una laurea in geopolitica per capire da che parte stare. Basta essere umani. “Appunto nel caso di Gaza non c’è da cercare la bandiera sotto cui schierarsi, semplicemente osservare “restando umani” (Vittorio Arrigoni) quello che accade a Gaza. La seconda frase è un monito da valutare bene: “Se accettiamo questo, accetteremo tutto. Accetteremo il disumano come nuova norma, la barbarie come inevitabile.“ E non è detto che prima o poi non capiti a noi; anzi forse è sicuro. La terza frase è: “O si sta di qua o si sta di là. Non c’è più spazio per l’equidistanza.”  Non esiste il “bene assoluto” come non esiste il “male assoluto”, tutto è imperfetto e l’uno in una certa misura è sempre più grande dell’altro, un punto di equilibrio non esiste, invocarlo è solo sintomo di indifferenza, ignavia. Per essere partecipi dell’Umanità occorre schierarsi.
    Vorrei infine osservare come la propaganda messa in atto da moltissimi media oggi sia anche più efficiente di quella del nazista Goebbels; chi non ha la voglia o la curiosità di accertare la verità, assorbe questa propaganda come un bambino mangia la pappa. Se si vuole combattere il sistema di potere capitalistico occorre trovare un modo efficace di contrastare questa propaganda, che, tanto per conferma, ha tolto visibilità al problema Palestinese ripetendo insistentemente la semplice parola: “tregua”, per non parlare della reboante “pace” (di Trump e Netanyau).

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