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	Commenti a: Il futuro della rivoluzione verde cinese	</title>
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	<description>Giornale comunista online</description>
	<lastBuildDate>Thu, 24 Nov 2022 09:38:58 +0000</lastBuildDate>
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		Di: Andrea Bo		</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Andrea Bo]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 24 Nov 2022 08:59:02 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[A parte la generale intonazione all’auspicio della collaborazione fra Cina e USA (lascia un po’... perplessi leggere di un loro “futuro della cooperazione climatica “), di “dati di fatto” nell’articolo tradotto non si trovano quelli giusti (tanto meno “con dovizia”…): mancano produzioni e fabbisogni elettrici in particolare ed energetici in generale, che siano attuali, in previsione o in programmazione: ma, come ormai d’abitudine in queste narrazioni, i numeri assoluti riportati riguardano solo dati di potenza installata, dimenticando che una centrale fotovoltaica di mille miliardi di terawatt di POTENZA, quando è al buio non produce mezzo wattora di ENERGIA. 
Prendiamo ad esempio la Germania che, fra fotovoltaico ed eolico, ha una potenza installata nettamente superiore al picco di potenza della domanda elettrica nazionale, ma va al tracollo senza il gas naturale (e il carbone), come risultato del “capolavoro” della ventennale Energiewende della Merkel e dei Verdi, e che si trova ora spinta nell’abbraccio mortale del gas di shale americano, come l’Italia. E forse non per caso.
D’altronde, il fatto che anche la Cina, il cui sviluppo è anche più recente di quello “atlantico”, nonostante il suo “impegno a sviluppare l’infrastruttura per le energie rinnovabili”, rimane “il maggior consumatore di combustibili fossili al mondo” significa che non si può sperare di poter riconvertire in vent’anni un’impostazione infrastrutturale generalizzata che comincia a contarsi sull’ordine di grandezza dei secoli: giusto Von der Leyen e soci possono credere a una favola del genere.
E’ molto... “atlantico” continuare poi a parlare di energie “pulite” e “rinnovabili”, che sono tali solo per chi, in campagna elettorale o sugli spot televisivi, si fa riprendere sullo sfondo di sfavillanti impianti fotovoltaici e candide turbine eoliche, e per chi abbocca. Di pulito c’è solo il risultato, come possono essere pulite una Jaguar o una  Tesla appena uscite dall’autolavaggio, ma l’infrastruttura è molto poco “rinnovabile”, e a costi energetici e ambientali che non è bello nascondere sotto il tappeto, così come le conseguenze degli approvvigionamenti delle materie prime, anche solo destinate al problema dello stoccaggio dell’energia elettrica, appena accennate dall&#039;articolo tradotto. Articolo che, diciamolo, o è stato tradotto in modo un po’ approssimativo, o è proprio dozzinale di suo: scrivere (e leggere) che “in termini di emissioni pro capite, la Cina si colloca al secondo posto con un valore che è quasi la metà di quello degli Stati Uniti o della Russia” fa a cazzotti con l’aritmetica: un valore che è “quasi la metà” di altri due deve essere inferiore a entrambi. E non può quindi essere “al secondo posto”.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>A parte la generale intonazione all’auspicio della collaborazione fra Cina e USA (lascia un po’&#8230; perplessi leggere di un loro “futuro della cooperazione climatica “), di “dati di fatto” nell’articolo tradotto non si trovano quelli giusti (tanto meno “con dovizia”…): mancano produzioni e fabbisogni elettrici in particolare ed energetici in generale, che siano attuali, in previsione o in programmazione: ma, come ormai d’abitudine in queste narrazioni, i numeri assoluti riportati riguardano solo dati di potenza installata, dimenticando che una centrale fotovoltaica di mille miliardi di terawatt di POTENZA, quando è al buio non produce mezzo wattora di ENERGIA.<br />
Prendiamo ad esempio la Germania che, fra fotovoltaico ed eolico, ha una potenza installata nettamente superiore al picco di potenza della domanda elettrica nazionale, ma va al tracollo senza il gas naturale (e il carbone), come risultato del “capolavoro” della ventennale Energiewende della Merkel e dei Verdi, e che si trova ora spinta nell’abbraccio mortale del gas di shale americano, come l’Italia. E forse non per caso.<br />
D’altronde, il fatto che anche la Cina, il cui sviluppo è anche più recente di quello “atlantico”, nonostante il suo “impegno a sviluppare l’infrastruttura per le energie rinnovabili”, rimane “il maggior consumatore di combustibili fossili al mondo” significa che non si può sperare di poter riconvertire in vent’anni un’impostazione infrastrutturale generalizzata che comincia a contarsi sull’ordine di grandezza dei secoli: giusto Von der Leyen e soci possono credere a una favola del genere.<br />
E’ molto&#8230; “atlantico” continuare poi a parlare di energie “pulite” e “rinnovabili”, che sono tali solo per chi, in campagna elettorale o sugli spot televisivi, si fa riprendere sullo sfondo di sfavillanti impianti fotovoltaici e candide turbine eoliche, e per chi abbocca. Di pulito c’è solo il risultato, come possono essere pulite una Jaguar o una  Tesla appena uscite dall’autolavaggio, ma l’infrastruttura è molto poco “rinnovabile”, e a costi energetici e ambientali che non è bello nascondere sotto il tappeto, così come le conseguenze degli approvvigionamenti delle materie prime, anche solo destinate al problema dello stoccaggio dell’energia elettrica, appena accennate dall&#8217;articolo tradotto. Articolo che, diciamolo, o è stato tradotto in modo un po’ approssimativo, o è proprio dozzinale di suo: scrivere (e leggere) che “in termini di emissioni pro capite, la Cina si colloca al secondo posto con un valore che è quasi la metà di quello degli Stati Uniti o della Russia” fa a cazzotti con l’aritmetica: un valore che è “quasi la metà” di altri due deve essere inferiore a entrambi. E non può quindi essere “al secondo posto”.</p>
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