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	Commenti a: Titanic Europa. La crisi che non vi hanno raccontato	</title>
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	<description>Giornale comunista online</description>
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		Di: Vlad		</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Vlad]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 22 Feb 2012 14:11:44 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Caro Biagio, secondo me sulla Cina le cose stanno in maniera molto diversa da come ritieni. La Cina, molto semplicemente, ha dovuto accettare le regole vigenti nel mercato mondiale. Ma il peso del settore pubblico è aumentato e non diminuito nell&#039;economia cinese, come prova tra l&#039;altro il fatto che l&#039;80% delle imprese quotate a Shangai sono di proprietà pubblica. Tanto da impensierire l&#039;economist, che ha dedicato allo &quot;state capitalism&quot; un interessante inserto tre settimane fa. La Cina non può essere un modello (come non avrebbe dovuto esserlo l&#039;Urss). Se non da un unico, ma importante punto di vista: il PCC ha dato prova di saper imparare dagli errori del passato (rivoluzione culturale inclusa). E&#039; questa capacità di autocorreggersi che forse farebbe bene anche ai comunisti in occidente. Per il resto, non è importante la soluzione (e infatti loro stessi parlando di socialismo con caratteristiche cinesi proprio per questo), ma il problema. Che, ripeto, per me è quello di trovare il rapporto giusto tra Stato (=potere collettivo dei mezzi di produzione) e mercato. E&#039; ovvio però che se si traccia la doppia equazione economia mista = capitalismo in stile IRI e intervento dello Stato nell&#039;economia = keynesismo si perde tutto il significato di questa sperimentazione/studio/lotta per un diverso modello sociale tutto da costruire che per me è necessaria.  Forse è più semplice. Ma è un modo di semplificarsi le cose che non trovo particolarmente produttivo né sul piano teorico né su quello politico.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Caro Biagio, secondo me sulla Cina le cose stanno in maniera molto diversa da come ritieni. La Cina, molto semplicemente, ha dovuto accettare le regole vigenti nel mercato mondiale. Ma il peso del settore pubblico è aumentato e non diminuito nell&#8217;economia cinese, come prova tra l&#8217;altro il fatto che l&#8217;80% delle imprese quotate a Shangai sono di proprietà pubblica. Tanto da impensierire l&#8217;economist, che ha dedicato allo &#8220;state capitalism&#8221; un interessante inserto tre settimane fa. La Cina non può essere un modello (come non avrebbe dovuto esserlo l&#8217;Urss). Se non da un unico, ma importante punto di vista: il PCC ha dato prova di saper imparare dagli errori del passato (rivoluzione culturale inclusa). E&#8217; questa capacità di autocorreggersi che forse farebbe bene anche ai comunisti in occidente. Per il resto, non è importante la soluzione (e infatti loro stessi parlando di socialismo con caratteristiche cinesi proprio per questo), ma il problema. Che, ripeto, per me è quello di trovare il rapporto giusto tra Stato (=potere collettivo dei mezzi di produzione) e mercato. E&#8217; ovvio però che se si traccia la doppia equazione economia mista = capitalismo in stile IRI e intervento dello Stato nell&#8217;economia = keynesismo si perde tutto il significato di questa sperimentazione/studio/lotta per un diverso modello sociale tutto da costruire che per me è necessaria.  Forse è più semplice. Ma è un modo di semplificarsi le cose che non trovo particolarmente produttivo né sul piano teorico né su quello politico.</p>
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		Di: Biagio Borretti		</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Biagio Borretti]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 22 Feb 2012 11:18:20 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Grazie per la precisazione (posso garantirti che non avevo sottovalutato il passaggio che hai gentilmente riportato). Resta però il problema strategico della dimensione politica sul &quot;lungo periodo&quot;.

Ciò che mi lascia tuttavia maggiormente perplesso è proprio il riferimento all&#039;esperimento cinese ed alla sua &quot;economia mista&quot;. Ora, è fuor di dubbio che la Cina negli ultimi decenni abbia raggiunto traguardi di crescita incredibili, anche inimmaginabili, aprendosi al mercato e pur mantenendo un certo intervento nell&#039;economia. Il problema è comprendere quali sono state le leve principali che hanno consentito alla Cina di crescere a quei ritmi. Dal &#039;78 in poi, dalle prime ZES fino alle &quot;aree regionali&quot; aperte ai capitali stranieri (dapprima asiatici e poi occidentali), è la &quot;costa&quot; che ha trainato la Cina verso la crescita che tutti conosciamo. Ma come? Lì l&#039;intervento dello Stato, degli enti territoriali e delle agenzie locali di governance (ché le amministrazioni delle ZES tali possono essere intese) hanno da un lato spinto sul fronte della deregolamentazione spinta del mercato del lavoro (dopo aver creato un mercato del lavoro), dell&#039;offerta delle &quot;tax holidays&quot; e di tanti altri benefici al capitale, e dall&#039;altro investito sulle infrastrutture (per agevolare la costruzione di quei &quot;laboratori del capitalismo&quot; che poi si sono estesi geograficamente). In quelle aree è stata (lo è tuttora) la legge della concorrenza capitalistica più spietata (sia sul fronte del capitale che soprattutto del lavoro) ad essere stata sperimentata, coccolata, stimolata. Le politiche dello Stato si riducono (quando tutto va bene) a quel tipo di &quot;programmazione&quot; debole (diversa dalla pianificazione) di tipo indicativo che già in occidente è stata sperimentata qualche decennio fa. D&#039;altronde, proprio il successo della crescita cinese, prima ancora che sulla politica delle &quot;porte aperte&quot;, si fonda sulla de-collettivizzazione delle campagne e sull&#039;aggressione violenta al patto della &quot;ciotola di ferro&quot; che aveva garantito alla classe operaia &quot;statale&quot; di beneficiare di un certo welfare state (a discapito dei contadini e dei braccianti). Insomma, il successo della Cina coincide con l&#039;aggressione alla dimensione dell&#039;intervento pubblico e statale nell&#039;economia. Siamo sicuri che il modello cinese possa essere un punto di riferimento col quale confrontarsi? (La stessa tesi di Arrighi nel suo &quot;Adam Smith a Pechino&quot; la ritengo assolutamente debole proprio perché non considera il corso che ha intrapreso lo sviluppo e la crescita della Cina negli ultimi decenni).
Le &quot;strutture sociali di accumulazione&quot; in Cina mi sembrano molto più guidate dalle leggi del mercato selvaggio piuttosto che da una incisiva presenza dello Stato nell&#039;economia.

Detto questo, il lavoro di confronto con quanto &quot;è stato&quot; ed &quot;è&quot; sarà sicuramente utile ed ancora molto lungo così come sull&#039;utilità e la praticabilità o meno della pianificazione. Come giustamente dici tu, c&#039;è molto lavoro per tutti.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Grazie per la precisazione (posso garantirti che non avevo sottovalutato il passaggio che hai gentilmente riportato). Resta però il problema strategico della dimensione politica sul &#8220;lungo periodo&#8221;.</p>
<p>Ciò che mi lascia tuttavia maggiormente perplesso è proprio il riferimento all&#8217;esperimento cinese ed alla sua &#8220;economia mista&#8221;. Ora, è fuor di dubbio che la Cina negli ultimi decenni abbia raggiunto traguardi di crescita incredibili, anche inimmaginabili, aprendosi al mercato e pur mantenendo un certo intervento nell&#8217;economia. Il problema è comprendere quali sono state le leve principali che hanno consentito alla Cina di crescere a quei ritmi. Dal &#8217;78 in poi, dalle prime ZES fino alle &#8220;aree regionali&#8221; aperte ai capitali stranieri (dapprima asiatici e poi occidentali), è la &#8220;costa&#8221; che ha trainato la Cina verso la crescita che tutti conosciamo. Ma come? Lì l&#8217;intervento dello Stato, degli enti territoriali e delle agenzie locali di governance (ché le amministrazioni delle ZES tali possono essere intese) hanno da un lato spinto sul fronte della deregolamentazione spinta del mercato del lavoro (dopo aver creato un mercato del lavoro), dell&#8217;offerta delle &#8220;tax holidays&#8221; e di tanti altri benefici al capitale, e dall&#8217;altro investito sulle infrastrutture (per agevolare la costruzione di quei &#8220;laboratori del capitalismo&#8221; che poi si sono estesi geograficamente). In quelle aree è stata (lo è tuttora) la legge della concorrenza capitalistica più spietata (sia sul fronte del capitale che soprattutto del lavoro) ad essere stata sperimentata, coccolata, stimolata. Le politiche dello Stato si riducono (quando tutto va bene) a quel tipo di &#8220;programmazione&#8221; debole (diversa dalla pianificazione) di tipo indicativo che già in occidente è stata sperimentata qualche decennio fa. D&#8217;altronde, proprio il successo della crescita cinese, prima ancora che sulla politica delle &#8220;porte aperte&#8221;, si fonda sulla de-collettivizzazione delle campagne e sull&#8217;aggressione violenta al patto della &#8220;ciotola di ferro&#8221; che aveva garantito alla classe operaia &#8220;statale&#8221; di beneficiare di un certo welfare state (a discapito dei contadini e dei braccianti). Insomma, il successo della Cina coincide con l&#8217;aggressione alla dimensione dell&#8217;intervento pubblico e statale nell&#8217;economia. Siamo sicuri che il modello cinese possa essere un punto di riferimento col quale confrontarsi? (La stessa tesi di Arrighi nel suo &#8220;Adam Smith a Pechino&#8221; la ritengo assolutamente debole proprio perché non considera il corso che ha intrapreso lo sviluppo e la crescita della Cina negli ultimi decenni).<br />
Le &#8220;strutture sociali di accumulazione&#8221; in Cina mi sembrano molto più guidate dalle leggi del mercato selvaggio piuttosto che da una incisiva presenza dello Stato nell&#8217;economia.</p>
<p>Detto questo, il lavoro di confronto con quanto &#8220;è stato&#8221; ed &#8220;è&#8221; sarà sicuramente utile ed ancora molto lungo così come sull&#8217;utilità e la praticabilità o meno della pianificazione. Come giustamente dici tu, c&#8217;è molto lavoro per tutti.</p>
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