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	Commenti a: La grande bellezza. Due recensioni	</title>
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	<description>Giornale comunista online</description>
	<lastBuildDate>Wed, 21 Jun 2017 12:57:43 +0000</lastBuildDate>
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		Di: Enrico		</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Enrico]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 21 Jun 2017 12:57:43 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Salve Fabrizio, l&#039;articolo è ben scritto e ricco di spunti interessanti, d&#039;altronde anche il film lo è.
Non sono però d&#039;accordo con le conclusioni della sua analisi, o, forse, con i presupposti analitici che a tali conclusioni hanno condotto. 
Le definizioni di &quot;innocuo&quot; e &quot;funzionale&quot; sembrano manifestare l&#039;esigenza di trovare in un&#039;opera artistica una funzione di orientamento politico e morale. In effetti il film non orienta, non demonizza, non suggerisce, non condanna. Ha il pregio di essere profondo, toccante, riflessivo e, nonostante tutto, leggero, senza diventare didascalico. Se nell&#039;affrontare i temi dell&#039;ipocrisia sociale, della decadenza, del vuoto conformistico che nasconde il vuoto esistenziale, Sorrentino fosse stato &quot;bacchettone&quot;, retorico o moralista, la pellicola avrebbe perso tutta la sua credibilità e pure la sua grande sensibilità. L&#039;arte deve, in un certo senso, disorientare più che orientare, deve stimolare la riflessione più che impacchettare conclusioni, deve esprimere concetti normalmente sepolti sotto il frastuono della banale quotidianità. A parer mio Sorrentino riesce in modo convincente a dare uno scossone alle coscienze di chi ha un minimo di dimestichezza con certi temi ed è dotato di buona sensibilità. Non è un film per tutti, non è propriamente un&#039;opera di denuncia sociale intelligibile per la massa. Per questo non mi pongo il problema se il film possa essere innocuo o meno per il sistema socio-economico capitalistico. Per me non lo è del tutto, ma non pretendo che produca trasformazioni sociali. Semplicemente entra a far parte di quella costellazione di opere che buttano uno sguardo al di là del conformismo imperante e della chiacchiera quotidiana. Una costellazione non così affollata o, forse, non così luminosa in questi tempi (e qui sono perfettamente d&#039;accordo con lei) dominati dal senso indotto dell&#039;inanità di qualunque slancio verso il cambiamento. 
E si, il senso di tragedia e di impotenza è diffuso nel film, ma ha soltanto in minima parte una connotazione sociale. La dimensione fondamentale è quella esistenziale e filosofica. Sono &quot;l&#039;imbarazzo dello stare al mondo&quot;, la paura, il sentimento dirompente e autentico, la disperazione a spingerci spesso verso la superficie, una superficie fatta di distrazioni, divertimenti, ipocrisie, apparenze, chiacchiere. Perché appropriarsi dell&#039; essenza delle cose e delle persone e fare i conti con la morte e con le nostre più profonde pulsioni comporta fatica, ricerca e sofferenza. 
Pur affrontando con uno sguardo pessimista (non nichilista) i temi della pellicola, Sorrentino lascia uno stretto varco aperto, se non sulla speranza in senso religioso, sulla possibilità di riappropriarsi dell&#039;autenticità, quella che era stata seppellita dal protagonista, gia durante gli anni giovanili, sotto quintali di nulla, sotto distrazioni e decadente mondanità. Jep però era dotato della sensibilità, ne aveva fatto una virtù da salotto buono, intorpidita dai lussi e dai falsi sentimenti. Il risveglio finale, il nuovo progetto letteratio, il viaggio al di fuori di quella città bellissima e immobile che è Roma, la riappropriazione dei ricordi e il riscoprire la purezza di qui sentimenti giovanili mai dimenticati, sono distanti dal nichilismo assoluto che lei ha citato. Il film non è una resa incondizionata al capitalismo o al conformismo sociale. È piuttosto un amaro e affettuoso affresco della lotta che ogni essere umano dotato sensibilità si trova a combattere in bilico tra la dimensione del possibile, quella fatta di speranza ingenua o di anestetizzazione della coscienza, e la consapevolezza del baratro, dell&#039;impossibilità di remissione, della onesta e dolorosa accettazione di sé e dei propri drammi.
In un certo senso Jep fa quello che in pochi riescono a fare, smettere di mentire e di nascondersi a se stessi, conservando l&#039;ironia e la leggerezza.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Salve Fabrizio, l&#8217;articolo è ben scritto e ricco di spunti interessanti, d&#8217;altronde anche il film lo è.<br />
Non sono però d&#8217;accordo con le conclusioni della sua analisi, o, forse, con i presupposti analitici che a tali conclusioni hanno condotto.<br />
Le definizioni di &#8220;innocuo&#8221; e &#8220;funzionale&#8221; sembrano manifestare l&#8217;esigenza di trovare in un&#8217;opera artistica una funzione di orientamento politico e morale. In effetti il film non orienta, non demonizza, non suggerisce, non condanna. Ha il pregio di essere profondo, toccante, riflessivo e, nonostante tutto, leggero, senza diventare didascalico. Se nell&#8217;affrontare i temi dell&#8217;ipocrisia sociale, della decadenza, del vuoto conformistico che nasconde il vuoto esistenziale, Sorrentino fosse stato &#8220;bacchettone&#8221;, retorico o moralista, la pellicola avrebbe perso tutta la sua credibilità e pure la sua grande sensibilità. L&#8217;arte deve, in un certo senso, disorientare più che orientare, deve stimolare la riflessione più che impacchettare conclusioni, deve esprimere concetti normalmente sepolti sotto il frastuono della banale quotidianità. A parer mio Sorrentino riesce in modo convincente a dare uno scossone alle coscienze di chi ha un minimo di dimestichezza con certi temi ed è dotato di buona sensibilità. Non è un film per tutti, non è propriamente un&#8217;opera di denuncia sociale intelligibile per la massa. Per questo non mi pongo il problema se il film possa essere innocuo o meno per il sistema socio-economico capitalistico. Per me non lo è del tutto, ma non pretendo che produca trasformazioni sociali. Semplicemente entra a far parte di quella costellazione di opere che buttano uno sguardo al di là del conformismo imperante e della chiacchiera quotidiana. Una costellazione non così affollata o, forse, non così luminosa in questi tempi (e qui sono perfettamente d&#8217;accordo con lei) dominati dal senso indotto dell&#8217;inanità di qualunque slancio verso il cambiamento.<br />
E si, il senso di tragedia e di impotenza è diffuso nel film, ma ha soltanto in minima parte una connotazione sociale. La dimensione fondamentale è quella esistenziale e filosofica. Sono &#8220;l&#8217;imbarazzo dello stare al mondo&#8221;, la paura, il sentimento dirompente e autentico, la disperazione a spingerci spesso verso la superficie, una superficie fatta di distrazioni, divertimenti, ipocrisie, apparenze, chiacchiere. Perché appropriarsi dell&#8217; essenza delle cose e delle persone e fare i conti con la morte e con le nostre più profonde pulsioni comporta fatica, ricerca e sofferenza.<br />
Pur affrontando con uno sguardo pessimista (non nichilista) i temi della pellicola, Sorrentino lascia uno stretto varco aperto, se non sulla speranza in senso religioso, sulla possibilità di riappropriarsi dell&#8217;autenticità, quella che era stata seppellita dal protagonista, gia durante gli anni giovanili, sotto quintali di nulla, sotto distrazioni e decadente mondanità. Jep però era dotato della sensibilità, ne aveva fatto una virtù da salotto buono, intorpidita dai lussi e dai falsi sentimenti. Il risveglio finale, il nuovo progetto letteratio, il viaggio al di fuori di quella città bellissima e immobile che è Roma, la riappropriazione dei ricordi e il riscoprire la purezza di qui sentimenti giovanili mai dimenticati, sono distanti dal nichilismo assoluto che lei ha citato. Il film non è una resa incondizionata al capitalismo o al conformismo sociale. È piuttosto un amaro e affettuoso affresco della lotta che ogni essere umano dotato sensibilità si trova a combattere in bilico tra la dimensione del possibile, quella fatta di speranza ingenua o di anestetizzazione della coscienza, e la consapevolezza del baratro, dell&#8217;impossibilità di remissione, della onesta e dolorosa accettazione di sé e dei propri drammi.<br />
In un certo senso Jep fa quello che in pochi riescono a fare, smettere di mentire e di nascondersi a se stessi, conservando l&#8217;ironia e la leggerezza.</p>
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		Di: gabri		</title>
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		<dc:creator><![CDATA[gabri]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 06 Mar 2014 09:32:49 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Il messaggio per me è stato questo, la grande bellezza non è nel colosseo, nei palazzi romani, nella Fornarina, nei vestiti di lusso e nella vita pigra e opulenta dei ricchi, ma dentro di noi, in quegli attimi in cui viviamo l&#039;amore, il volersi bene, la comprensione dell&#039;&#039;altro. Senza questa ricchezza interiore è impossibile percepire e concepire l&#039;altra bellezza, la bellezza dell&#039;arte, perché l&#039;arte per essere compresa deve necessariamente passare attraverso l&#039;animo umano. Da questo la disillusione di Jep che dice di avere cercato a Roma la grande bellezza ma di non averla trovata. Inoltre Jep in qualche modo incarna l&#039;Italia stessa e la dissipazione del proprio talento in un impigrimento che porta inesorabilmente ad un imbarbarimento dei costumi e a un impoverimento dello spirito. Il messaggio non è tuttavia disperato, pur essendo ormai all&#039;ingresso della terza età, pur mantenendo un occhio disincantato sul ruolo misero e soprattutto incomprensibile della vita umana, Jep ritrova una scintilla creativa che presumiamo, lo porterà ad un capolavoro letterario.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Il messaggio per me è stato questo, la grande bellezza non è nel colosseo, nei palazzi romani, nella Fornarina, nei vestiti di lusso e nella vita pigra e opulenta dei ricchi, ma dentro di noi, in quegli attimi in cui viviamo l&#8217;amore, il volersi bene, la comprensione dell&#8221;altro. Senza questa ricchezza interiore è impossibile percepire e concepire l&#8217;altra bellezza, la bellezza dell&#8217;arte, perché l&#8217;arte per essere compresa deve necessariamente passare attraverso l&#8217;animo umano. Da questo la disillusione di Jep che dice di avere cercato a Roma la grande bellezza ma di non averla trovata. Inoltre Jep in qualche modo incarna l&#8217;Italia stessa e la dissipazione del proprio talento in un impigrimento che porta inesorabilmente ad un imbarbarimento dei costumi e a un impoverimento dello spirito. Il messaggio non è tuttavia disperato, pur essendo ormai all&#8217;ingresso della terza età, pur mantenendo un occhio disincantato sul ruolo misero e soprattutto incomprensibile della vita umana, Jep ritrova una scintilla creativa che presumiamo, lo porterà ad un capolavoro letterario.</p>
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