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	Commenti a: La schiavitù linguistica del capitale	</title>
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	<description>Giornale comunista online</description>
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		Di: Daniele Ditta		</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Daniele Ditta]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 25 Apr 2017 12:57:45 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[
	Articolo fantastico, grazie a chi lo ha scritto.
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		Di: Eros Barone		</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Eros Barone]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 25 Apr 2017 11:51:07 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[
	L&#8217;allarme sullo stato catastrofico del rapporto tra conoscenza della lingua italiana e nuove generazioni, lanciato da 600 docenti universitari in una lettera aperta indirizzata alle istituzioni, ha contribuito a sollevare una questione che non &#232; affatto nuova, poich&#233; esiste da alcuni decenni ed &#232; andata progressivamente aggravandosi negli ultimi anni. La realt&#224; era da tempo sotto gli occhi di tutti, a cominciare da istituzioni prestigiose come l&#8217;Accademia della Crusca e da studiosi altrettanto prestigiosi come Tullio De Mauro. Alle une e agli altri va forse attribuita qualche responsabilit&#224; non solo per la passivit&#224; e l&#8217;acquiescenza dimostrate verso questo preoccupante fenomeno di regressione culturale, ma addirittura per l&#8217;ottica ottimistica con cui, in certi momenti, hanno invitato a considerare tale fenomeno. Ricordo ancora uno scritto dello studioso test&#233; citato, dal titolo &#8220;Scripta sequentur&#8221; (gli scritti seguiranno), in cui veniva tessuto l&#8217;elogio del primato del linguaggio orale sul linguaggio scritto come asse di un&#8217;educazione linguistica innovativa&#8230; Si &#232; trattato, in realt&#224;, di una forma di populismo linguistico che, insieme con la rivalutazione del dialetto, l&#8217;abolizione del latino e l&#8217;enfasi sproporzionata posta sull&#8217;inglese, ha spianato oggettivamente la strada alla deriva localista e neo-primitiva, inficiando una corretta e completa formazione linguistica delle nuove generazioni e determinando le perniciose conseguenze che sono ora oggetto di una denuncia tanto accorata quanto tardiva.&#160;



	Bisogna invece dare atto al linguista e filosofo Raffaele Simone di aver inquadrato rigorosamente il contesto effettivo all&#8217;interno del quale rientra la questione della formazione linguistica delle nuove generazioni in un libro fondamentale del 2000, intitolato &#8220;La Terza Fase. Forme di sapere che stiamo perdendo&#8221;, in cui sono individuati, descritti e spiegati i nessi tra lingua, apprendimento, conoscenza, tecnologia e societ&#224;. Nella sua analisi&#160;Simone si sofferma soprattutto sulle forme di sapere che stiamo perdendo a causa delle modificazioni, indotte dall&#8217;informatica e dalla telematica, di talune strutture della nostra mente e del nostro mondo.&#160;Orbene, a questa altezza della storia della cultura e della civilt&#224; umana si &#232; verificato, secondo Simone, il passaggio da uno stadio in cui la conoscenza evoluta si acquisiva soprattutto attraverso il libro e la scrittura (cio&#232; attraverso l&#8217;occhio e la visione alfabetica, quindi attraverso l&#8217;intelligenza sequenziale) ad uno stadio in cui essa si acquista anche (e, forse, soprattutto&lt;em&gt;) &lt;/em&gt;attraverso l&#8217;ascolto e la visione non-alfabetica (cio&#232; attraverso il binomio orecchio-occhio, quindi attraverso l&#8217;intelligenza simultanea). Un sintomo di questa mutazione epocale pu&#242; essere ravvisato, secondo l&#8217;autore, nella concomitanza tra due fenomeni che hanno dimensioni mondiali: quello del tendenziale arresto del decremento dell&#8217;analfabetismo e quello del correlativo aumento, in quantit&#224; e qualit&#224;, degli stimoli auditivi e visivi legati alla comunicazione e alla diffusione dei pi&#249; diversi messaggi.&#160;Sulla base di tale analisi Simone stabilisce una correlazione funzionale tra il calo internazionale non solo del consumo della lettura ma anche della stessa capacit&#224; di leggere (la cosiddetta &#8216;de-alfabetizzazione&#8217;) e il passaggio da una modalit&#224; di acquisizione della conoscenza fondata sui codici alfabetici ad un&#8217;altra modalit&#224; di acquisizione della conoscenza fondata sui codici iconici e acustici. L&#8217;autore della &#034;Terza Fase&#034; giunge infine a individuare la matrice dei comportamenti comunicativo-espressivi delle giovani generazioni nella dicotomia fra due modelli di uso del linguaggio, quello proposizionale e quello non-proposizionale, e mostra come quest&#8217;ultimo sia connesso ad una tradizione filosofico-culturale di marca prettamente irrazionalistica.&#160;In conclusione, se vi &#232;, fra i molti interrogativi che il libro di Simone formula o suscita, un interrogativo che ha, in relazione al presente discorso, una rilevanza cruciale, esso &#232; il seguente: sapr&#224; la scuola rispondere ai dilemmi e alle alternative, che nascono da tale conflitto, con una sintesi critica e costruttiva che escluda sia l&#8217;adeguamento populistico alle tendenze dominanti sia l&#8217;arroccamento elitario nella difesa di una cultura nobile ma lontana dall&#8217;odierna dialettica sociale? Se si considerano i fatti e le riflessioni sin qui sviluppate, cos&#236; come i risultati prodotti dalle politiche scolastiche, di segno populistico e neoliberista, che hanno perseguito in questi decenni tutti i governi che si sono succeduti al dicastero dell&#8217;Istruzione, temo che la risposta non possa che essere negativa.&#160;
	&#160;



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			<content:encoded><![CDATA[<p>	L&rsquo;allarme sullo stato catastrofico del rapporto tra conoscenza della lingua italiana e nuove generazioni, lanciato da 600 docenti universitari in una lettera aperta indirizzata alle istituzioni, ha contribuito a sollevare una questione che non &egrave; affatto nuova, poich&eacute; esiste da alcuni decenni ed &egrave; andata progressivamente aggravandosi negli ultimi anni. La realt&agrave; era da tempo sotto gli occhi di tutti, a cominciare da istituzioni prestigiose come l&rsquo;Accademia della Crusca e da studiosi altrettanto prestigiosi come Tullio De Mauro. Alle une e agli altri va forse attribuita qualche responsabilit&agrave; non solo per la passivit&agrave; e l&rsquo;acquiescenza dimostrate verso questo preoccupante fenomeno di regressione culturale, ma addirittura per l&rsquo;ottica ottimistica con cui, in certi momenti, hanno invitato a considerare tale fenomeno. Ricordo ancora uno scritto dello studioso test&eacute; citato, dal titolo &ldquo;Scripta sequentur&rdquo; (gli scritti seguiranno), in cui veniva tessuto l&rsquo;elogio del primato del linguaggio orale sul linguaggio scritto come asse di un&rsquo;educazione linguistica innovativa&hellip; Si &egrave; trattato, in realt&agrave;, di una forma di populismo linguistico che, insieme con la rivalutazione del dialetto, l&rsquo;abolizione del latino e l&rsquo;enfasi sproporzionata posta sull&rsquo;inglese, ha spianato oggettivamente la strada alla deriva localista e neo-primitiva, inficiando una corretta e completa formazione linguistica delle nuove generazioni e determinando le perniciose conseguenze che sono ora oggetto di una denuncia tanto accorata quanto tardiva.&nbsp;</p>
<p>	Bisogna invece dare atto al linguista e filosofo Raffaele Simone di aver inquadrato rigorosamente il contesto effettivo all&rsquo;interno del quale rientra la questione della formazione linguistica delle nuove generazioni in un libro fondamentale del 2000, intitolato &ldquo;La Terza Fase. Forme di sapere che stiamo perdendo&rdquo;, in cui sono individuati, descritti e spiegati i nessi tra lingua, apprendimento, conoscenza, tecnologia e societ&agrave;. Nella sua analisi&nbsp;Simone si sofferma soprattutto sulle forme di sapere che stiamo perdendo a causa delle modificazioni, indotte dall&rsquo;informatica e dalla telematica, di talune strutture della nostra mente e del nostro mondo.&nbsp;Orbene, a questa altezza della storia della cultura e della civilt&agrave; umana si &egrave; verificato, secondo Simone, il passaggio da uno stadio in cui la conoscenza evoluta si acquisiva soprattutto attraverso il libro e la scrittura (cio&egrave; attraverso l&rsquo;occhio e la visione alfabetica, quindi attraverso l&rsquo;intelligenza sequenziale) ad uno stadio in cui essa si acquista anche (e, forse, soprattutto<em>) </em>attraverso l&rsquo;ascolto e la visione non-alfabetica (cio&egrave; attraverso il binomio orecchio-occhio, quindi attraverso l&rsquo;intelligenza simultanea). Un sintomo di questa mutazione epocale pu&ograve; essere ravvisato, secondo l&rsquo;autore, nella concomitanza tra due fenomeni che hanno dimensioni mondiali: quello del tendenziale arresto del decremento dell&rsquo;analfabetismo e quello del correlativo aumento, in quantit&agrave; e qualit&agrave;, degli stimoli auditivi e visivi legati alla comunicazione e alla diffusione dei pi&ugrave; diversi messaggi.&nbsp;Sulla base di tale analisi Simone stabilisce una correlazione funzionale tra il calo internazionale non solo del consumo della lettura ma anche della stessa capacit&agrave; di leggere (la cosiddetta &lsquo;de-alfabetizzazione&rsquo;) e il passaggio da una modalit&agrave; di acquisizione della conoscenza fondata sui codici alfabetici ad un&rsquo;altra modalit&agrave; di acquisizione della conoscenza fondata sui codici iconici e acustici. L&rsquo;autore della &quot;Terza Fase&quot; giunge infine a individuare la matrice dei comportamenti comunicativo-espressivi delle giovani generazioni nella dicotomia fra due modelli di uso del linguaggio, quello proposizionale e quello non-proposizionale, e mostra come quest&rsquo;ultimo sia connesso ad una tradizione filosofico-culturale di marca prettamente irrazionalistica.&nbsp;In conclusione, se vi &egrave;, fra i molti interrogativi che il libro di Simone formula o suscita, un interrogativo che ha, in relazione al presente discorso, una rilevanza cruciale, esso &egrave; il seguente: sapr&agrave; la scuola rispondere ai dilemmi e alle alternative, che nascono da tale conflitto, con una sintesi critica e costruttiva che escluda sia l&rsquo;adeguamento populistico alle tendenze dominanti sia l&rsquo;arroccamento elitario nella difesa di una cultura nobile ma lontana dall&rsquo;odierna dialettica sociale? Se si considerano i fatti e le riflessioni sin qui sviluppate, cos&igrave; come i risultati prodotti dalle politiche scolastiche, di segno populistico e neoliberista, che hanno perseguito in questi decenni tutti i governi che si sono succeduti al dicastero dell&rsquo;Istruzione, temo che la risposta non possa che essere negativa.&nbsp;<br />
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