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	Commenti a: I diari di Bruno Trentin: l’incomprensione del presente	</title>
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	<description>Giornale comunista online</description>
	<lastBuildDate>Tue, 18 Jul 2017 08:57:40 +0000</lastBuildDate>
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		<title>
		Di: bruno gualco		</title>
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		<dc:creator><![CDATA[bruno gualco]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 18 Jul 2017 08:57:40 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Trentin fu l&#039;unico Segretario CGIL a esprimere una dirigenza sindacale affrancata dalle competizioni tra e nei partiti della sinistra, forse perché aveva guidato l&#039;esperienza sindacale più avanzata, in termini di classe, del movimento operaio italiano del dopoguerra: la FLM.
Il giudizio in merito all&#039;accordo del 31 luglio 1992 omette di ricordare che la battaglia per la scala mobile era già stata persa, nel paese, almeno dalla sconfitta al referendum, voluto da Berlinguer, nel giugno 1985: l&#039;accordo del 31 luglio 1992 fu il prodotto e la ratifica di quella sconfitta e dell&#039;isolamento in cui erano cadute le posizioni di classe, nel movimento operaio: anche a causa di una linea &quot;di sinistra&quot; più sensibile alla propaganda che alla dialettica politica, condizione  divenuta poi caratterizzante per la sinistra partitica italiana.
Certo  chi scrive l&#039;articolo può non porsi il problema delle &quot;compatibilità&quot; ma, da vecchio marxista, se provasse a rubricarle come &quot;rapporti di forza&quot; forse analizzerebbe con più sensibilità di giudizio e puntualità politica l&#039;accordo del 31 luglio &#039;92 e le ragioni che portarono Trentin a sottoscriverlo.
Cari saluti]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Trentin fu l&#8217;unico Segretario CGIL a esprimere una dirigenza sindacale affrancata dalle competizioni tra e nei partiti della sinistra, forse perché aveva guidato l&#8217;esperienza sindacale più avanzata, in termini di classe, del movimento operaio italiano del dopoguerra: la FLM.<br />
Il giudizio in merito all&#8217;accordo del 31 luglio 1992 omette di ricordare che la battaglia per la scala mobile era già stata persa, nel paese, almeno dalla sconfitta al referendum, voluto da Berlinguer, nel giugno 1985: l&#8217;accordo del 31 luglio 1992 fu il prodotto e la ratifica di quella sconfitta e dell&#8217;isolamento in cui erano cadute le posizioni di classe, nel movimento operaio: anche a causa di una linea &#8220;di sinistra&#8221; più sensibile alla propaganda che alla dialettica politica, condizione  divenuta poi caratterizzante per la sinistra partitica italiana.<br />
Certo  chi scrive l&#8217;articolo può non porsi il problema delle &#8220;compatibilità&#8221; ma, da vecchio marxista, se provasse a rubricarle come &#8220;rapporti di forza&#8221; forse analizzerebbe con più sensibilità di giudizio e puntualità politica l&#8217;accordo del 31 luglio &#8217;92 e le ragioni che portarono Trentin a sottoscriverlo.<br />
Cari saluti</p>
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		<title>
		Di: Eros Barone		</title>
		<link>https://contropiano.org/news/cultura-news/2017/07/15/diari-bruno-trentin-lincomprensione-del-presente-093936#comment-81567</link>

		<dc:creator><![CDATA[Eros Barone]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 16 Jul 2017 12:46:32 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Nel bel libro di Franco Piperno sul “’68. L’anno che ritorna” è raccontato un incontro tra la Commissione Fabbriche del movimento studentesco romano e i dirigenti della Fiom nazionale. Si tratta di un episodio che getta una luce particolarmente vivida su almeno due questioni: la diversa tradizione degli operai del mondo anglosassone rispetto a quelli del mondo latino e il progressivo costituirsi, nell’àmbito del movimento sindacale (e dello stesso movimento operaio italiano), di una burocrazia sindacale e politica di origine piccolo-borghese, lontana dalle condizioni di lavoro e di vita della classe dei salariati, di cui pure ha rappresentato, in qualche misura e in certe fasi, gli interessi materiali e morali. Bene, racconta Piperno, a quell’incontro romano ebbe a partecipare, del tutto per caso, anche un giovane sindacalista, un operaio metalmeccanico di una fabbrica di Belfast, nell’Irlanda del Nord, “turista sovversivo attirato a Roma da Valle Giulia più che dalla messa in San Pietro”. Henry, che conosceva male l’italiano, prestava un’attenzione particolare, fra gli interventi dei partecipanti, alle parole di Bruno Trentin, che alcuni militanti del movimento romano cercavano di tradurre, o almeno di riassumere. L’irlandese era rimasto colpito dalla personalità del sindacalista italiano e più volte nel corso di quella serata aveva chiesto: “Ma Trentin, quale mestiere fa?”. Piperno e i suoi compagni, sulle prime, avevano evitato di rispondere all’insolita domanda; poi, messi alle strette da quel suo insistere, gli avevano detto che era il segretario nazionale della Fiom. Al che Henry aveva replicato che questo lo aveva capito, ma desiderava sapere quale lavoro facesse Trentin ‘prima’ di svolgere la sua funzione di segretario generale, e Piperno e i suoi compagni avevano risposto che prima Trentin era stato il vice-segretario di quella organizzazione. Sennonché l’irlandese, implacabile, insisteva nel chiedere quale fosse stata l’occupazione del sindacalista italiano ‘prima’ di divenire vice-segretario. I suoi interlocutori italiani avevano risposto che era stato membro della segreteria nazionale, ed Henry aveva reiterato la sua domanda: “Ma ‘prima’?”. Al che Piperno e i suoi compagni avevano replicato che Trentin stava nel comitato centrale della Fiom. A quel punto, conclude Piperno, il giovane operaio irlandese aveva cessato di riproporre la sua domanda: guardando a lungo il maglione di cachemire beige che indossava Trentin, s’era reso conto che in Italia il capo di un sindacato operaio può essere tale pur senza mai aver vissuto la condizione di fabbrica.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Nel bel libro di Franco Piperno sul “’68. L’anno che ritorna” è raccontato un incontro tra la Commissione Fabbriche del movimento studentesco romano e i dirigenti della Fiom nazionale. Si tratta di un episodio che getta una luce particolarmente vivida su almeno due questioni: la diversa tradizione degli operai del mondo anglosassone rispetto a quelli del mondo latino e il progressivo costituirsi, nell’àmbito del movimento sindacale (e dello stesso movimento operaio italiano), di una burocrazia sindacale e politica di origine piccolo-borghese, lontana dalle condizioni di lavoro e di vita della classe dei salariati, di cui pure ha rappresentato, in qualche misura e in certe fasi, gli interessi materiali e morali. Bene, racconta Piperno, a quell’incontro romano ebbe a partecipare, del tutto per caso, anche un giovane sindacalista, un operaio metalmeccanico di una fabbrica di Belfast, nell’Irlanda del Nord, “turista sovversivo attirato a Roma da Valle Giulia più che dalla messa in San Pietro”. Henry, che conosceva male l’italiano, prestava un’attenzione particolare, fra gli interventi dei partecipanti, alle parole di Bruno Trentin, che alcuni militanti del movimento romano cercavano di tradurre, o almeno di riassumere. L’irlandese era rimasto colpito dalla personalità del sindacalista italiano e più volte nel corso di quella serata aveva chiesto: “Ma Trentin, quale mestiere fa?”. Piperno e i suoi compagni, sulle prime, avevano evitato di rispondere all’insolita domanda; poi, messi alle strette da quel suo insistere, gli avevano detto che era il segretario nazionale della Fiom. Al che Henry aveva replicato che questo lo aveva capito, ma desiderava sapere quale lavoro facesse Trentin ‘prima’ di svolgere la sua funzione di segretario generale, e Piperno e i suoi compagni avevano risposto che prima Trentin era stato il vice-segretario di quella organizzazione. Sennonché l’irlandese, implacabile, insisteva nel chiedere quale fosse stata l’occupazione del sindacalista italiano ‘prima’ di divenire vice-segretario. I suoi interlocutori italiani avevano risposto che era stato membro della segreteria nazionale, ed Henry aveva reiterato la sua domanda: “Ma ‘prima’?”. Al che Piperno e i suoi compagni avevano replicato che Trentin stava nel comitato centrale della Fiom. A quel punto, conclude Piperno, il giovane operaio irlandese aveva cessato di riproporre la sua domanda: guardando a lungo il maglione di cachemire beige che indossava Trentin, s’era reso conto che in Italia il capo di un sindacato operaio può essere tale pur senza mai aver vissuto la condizione di fabbrica.</p>
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