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	Commenti a: Resistenza	</title>
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	<description>Giornale comunista online</description>
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		Di: Bruno		</title>
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		<pubDate>Mon, 03 Oct 2022 04:33:50 +0000</pubDate>
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		Di: Giancarlo Restelli		</title>
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		<pubDate>Fri, 06 Mar 2020 19:03:16 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Se il libro di Flores Franzinelli non ha affrontato il tema guerra di classe nella Resistenza siamo di fronte a una ricerca che non è stata in grado di portare avanti le conoscenze storiografiche. Il solo tema guerra civile non basta.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Se il libro di Flores Franzinelli non ha affrontato il tema guerra di classe nella Resistenza siamo di fronte a una ricerca che non è stata in grado di portare avanti le conoscenze storiografiche. Il solo tema guerra civile non basta.</p>
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		Di: Eros Barone		</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Eros Barone]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 25 Dec 2019 20:23:09 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Se la volontà di rompere radicalmente con il passato fu l’anima della Resistenza europea, è giusto osservare che in Italia questa volontà trovò due grandi ostacoli: oltre che contro i tedeschi, qui si trattava di battersi non solo contro il governo collaborazionista di Salò ma anche contro le conseguenze culturali e antropologiche di vent’anni di dittatura. Questo spiega perché un tratto che accomuna coloro che parteciparono alla Resistenza è il rifiuto della retorica del fascismo: rifiuto che nasce non solo dalla necessità di abolire una distanza, divenuta insopportabile, tra le parole e le cose, ma anche dalla consapevolezza di quanto profonda fosse stata l’impronta che il fascismo aveva impresso, con il suo greve carico di servilismo e di ipocrisia, nell’animo di tutti. Come è stato affermato da Santo Peli, uno degli studiosi più attenti della Resistenza, rispetto alla difficoltà dei progetti di rinnovamento della società italiana e alla radicalità delle aspirazioni la Resistenza è durata troppo poco, né la corsa finale per giungere prima degli eserciti alleati a liberare le città del Nord, così come l’insurrezione e il sostegno popolare ad essa, sono stati in grado di compensare la sua strutturale brevità (venti mesi) e, soprattutto, la sua organica dipendenza dalla politica internazionale e da scelte strategiche decise altrove. (Si apre qui l&#039;ostico discorso della eterocefalia, che dura ancor oggi: la distinzione tra Stato e Nazione significa soprattutto questo e non mi risulta che Pavone, da un lato, e Flores e Franzinelli, dall&#039;altro, lo abbiano affrontato, data l&#039;ottica occidentalizzante e tardo-azionista che caratterizza questi storici). Considerando perciò questa dimensione temporale (non dalla fine  ma) dall’inizio e nella fase intermedia della vicenda resistenziale, occorre rilevare che sia nell’inverno del 1943 che nell’inverno successivo (che segnò il momento più difficile per la lotta partigiana con la smobilitazione decisa dal generale Alexander) l’esito della lotta non era per nulla scontato e molto stretto fu l’intreccio tra forza e debolezza, illusione e sconforto, nel mentre l’ombra cupa della tragedia e dello scoramento sembrò talvolta allungarsi fino ad inghiottire e vanificare speranze, progetti e aspettative. Si apre qui il discorso sulla grandezza e sui limiti della Resistenza. Questa, infatti, se conobbe momenti e figure di straordinario eroismo come quelle di Buranello e di Fillak, per citare due giovani partigiani del Genovesato che hanno lasciato un segno profondo nella memoria resistenziale, conobbe pure contraddizioni, miserie, debolezze e cedimenti, che peraltro accrescono il rilievo, veramente epico, di quei momenti e di quelle figure. Porre l’attenzione sui limiti non significa diminuire la grandezza della Resistenza, ma situarla nel quadro dell’incertezza, della precarietà e di un sfida quasi disperata alle difficili e avverse condizioni che a lungo ne furono la cifra e ne segnarono sia lo svolgimento che la conclusione (periodo 1945-1948).]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Se la volontà di rompere radicalmente con il passato fu l’anima della Resistenza europea, è giusto osservare che in Italia questa volontà trovò due grandi ostacoli: oltre che contro i tedeschi, qui si trattava di battersi non solo contro il governo collaborazionista di Salò ma anche contro le conseguenze culturali e antropologiche di vent’anni di dittatura. Questo spiega perché un tratto che accomuna coloro che parteciparono alla Resistenza è il rifiuto della retorica del fascismo: rifiuto che nasce non solo dalla necessità di abolire una distanza, divenuta insopportabile, tra le parole e le cose, ma anche dalla consapevolezza di quanto profonda fosse stata l’impronta che il fascismo aveva impresso, con il suo greve carico di servilismo e di ipocrisia, nell’animo di tutti. Come è stato affermato da Santo Peli, uno degli studiosi più attenti della Resistenza, rispetto alla difficoltà dei progetti di rinnovamento della società italiana e alla radicalità delle aspirazioni la Resistenza è durata troppo poco, né la corsa finale per giungere prima degli eserciti alleati a liberare le città del Nord, così come l’insurrezione e il sostegno popolare ad essa, sono stati in grado di compensare la sua strutturale brevità (venti mesi) e, soprattutto, la sua organica dipendenza dalla politica internazionale e da scelte strategiche decise altrove. (Si apre qui l&#8217;ostico discorso della eterocefalia, che dura ancor oggi: la distinzione tra Stato e Nazione significa soprattutto questo e non mi risulta che Pavone, da un lato, e Flores e Franzinelli, dall&#8217;altro, lo abbiano affrontato, data l&#8217;ottica occidentalizzante e tardo-azionista che caratterizza questi storici). Considerando perciò questa dimensione temporale (non dalla fine  ma) dall’inizio e nella fase intermedia della vicenda resistenziale, occorre rilevare che sia nell’inverno del 1943 che nell’inverno successivo (che segnò il momento più difficile per la lotta partigiana con la smobilitazione decisa dal generale Alexander) l’esito della lotta non era per nulla scontato e molto stretto fu l’intreccio tra forza e debolezza, illusione e sconforto, nel mentre l’ombra cupa della tragedia e dello scoramento sembrò talvolta allungarsi fino ad inghiottire e vanificare speranze, progetti e aspettative. Si apre qui il discorso sulla grandezza e sui limiti della Resistenza. Questa, infatti, se conobbe momenti e figure di straordinario eroismo come quelle di Buranello e di Fillak, per citare due giovani partigiani del Genovesato che hanno lasciato un segno profondo nella memoria resistenziale, conobbe pure contraddizioni, miserie, debolezze e cedimenti, che peraltro accrescono il rilievo, veramente epico, di quei momenti e di quelle figure. Porre l’attenzione sui limiti non significa diminuire la grandezza della Resistenza, ma situarla nel quadro dell’incertezza, della precarietà e di un sfida quasi disperata alle difficili e avverse condizioni che a lungo ne furono la cifra e ne segnarono sia lo svolgimento che la conclusione (periodo 1945-1948).</p>
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