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	Commenti a: L’intrattenimento lenisce la noia, la cultura coltiva la gioia	</title>
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	<description>Giornale comunista online</description>
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		Di: Jessica Milligan		</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Jessica Milligan]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 14 Jan 2023 09:39:03 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Per me la vacanza migliore è un viaggio in un posto nuovo. Lo faccio spesso con i miei amici: voliamo in un posto, poi prendiamo un &lt;a href=&quot;https://14cars.com/noleggio-auto/italy-catania-airport-fontanarossa-cta-7-seater&quot; rel=&quot;nofollow ugc&quot;&gt;noleggio auto 7 posti&lt;/a&gt; e andiamo in posti a caso. Impariamo a conoscere la cultura e incontriamo persone interessanti]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Per me la vacanza migliore è un viaggio in un posto nuovo. Lo faccio spesso con i miei amici: voliamo in un posto, poi prendiamo un <a href="https://14cars.com/noleggio-auto/italy-catania-airport-fontanarossa-cta-7-seater" rel="nofollow ugc">noleggio auto 7 posti</a> e andiamo in posti a caso. Impariamo a conoscere la cultura e incontriamo persone interessanti</p>
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		Di: Eros Barone		</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Eros Barone]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 15 Jun 2022 20:03:20 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Per i suoi adepti nel campo della politica culturale (e anche per la concezione irenistica e partecipazionistica della cultura presente in questo articolo), un requisito essenziale del ‘pensiero unico’ è proprio quello di evitare di chiarire ciò che si intende con il termine ‘cultura’, in modo da sfruttare al massimo, a fini di consenso e di manipolazione, la polisemìa che circonfonde tale termine, facendone oscillare i molteplici significati fra i due poli di un ‘oggetto senza concetto’ e di un ‘concetto senza oggetto’.  Il mio sommesso avviso è che proprio questa intenzionale rinuncia alla definizione del significato della cultura renda inevitabili sia la riduzione ‘gastronomica’ della stessa sia la conseguente problematica circa gli effetti eupeptici (o dispeptici) del suo consumo, poiché appare sempre più chiaro che è esattamente quest’ultimo a determinare, in ultima istanza, l’insieme del processo di produzione, circolazione e diffusione degli eventi e delle iniziative correntemente definiti come ‘culturali’. La tendenza prevalente è quella a sommergere giudizi di valore e conflitti di posizioni in una melassa indistinta e dolciastra, che viene spacciata come espressione di pluralismo quando, in verità, non è altro che puro e semplice indifferentismo. Questa tendenza, più che aiutarci a capire meglio chi siamo (giacché in tal senso giudizi di valore e conflitti di posizioni vanno considerati come i fattori determinanti di ogni presa di coscienza e la cultura, se non è ornamento o retorica, a questo deve servire: a prendere posizione), ha accentuato una sorta di ‘alienazione culturalistica’ per cui tendiamo, da un lato, a dissimulare a noi stessi che la cultura di fatto interessa poco e, dall’altro, riteniamo doveroso affermare che i prodotti culturali sono di per sé un valore, anche quando non hanno valore. In realtà, temo, il cibo culturale che, ai più diversi livelli, viene cucinato e ammannito è sempre più scadente, anche se infiocchettato e guarnito nei modi più diversi, quali sono suggeriti o imposti da quella macchina che è la ‘spettacolarizzazione della cultura’. Forse è proprio nella ‘spettacolarizzazione della cultura’, forma principale di manifestazione del ‘pensiero unico’ in questo campo, che il nostro paese sta affermando un suo indubbio primato. Ciò spiega perché esso ospiti un’attività culturale, ad un tempo, pletorica e irrilevante. Per altro, è tipico di tutte le vicende italiane che nessuna delle due cose risulti del tutto vera o interamente falsa: l’onnipresenza della cultura e l’assenza della cultura sembrano coesistere. In realtà, proprio perché la cultura non è un terreno neutro, una sorta di idilliaca Svizzera della lotta di classe, ma un fronte della lotta generale per trasformare la società, essa, come afferma Marx in un suo scritto giovanile, è «il luogo della ricerca dell’unità perduta: in questa ricerca dell’unità la cultura come sfera separata è costretta a negare se stessa».]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Per i suoi adepti nel campo della politica culturale (e anche per la concezione irenistica e partecipazionistica della cultura presente in questo articolo), un requisito essenziale del ‘pensiero unico’ è proprio quello di evitare di chiarire ciò che si intende con il termine ‘cultura’, in modo da sfruttare al massimo, a fini di consenso e di manipolazione, la polisemìa che circonfonde tale termine, facendone oscillare i molteplici significati fra i due poli di un ‘oggetto senza concetto’ e di un ‘concetto senza oggetto’.  Il mio sommesso avviso è che proprio questa intenzionale rinuncia alla definizione del significato della cultura renda inevitabili sia la riduzione ‘gastronomica’ della stessa sia la conseguente problematica circa gli effetti eupeptici (o dispeptici) del suo consumo, poiché appare sempre più chiaro che è esattamente quest’ultimo a determinare, in ultima istanza, l’insieme del processo di produzione, circolazione e diffusione degli eventi e delle iniziative correntemente definiti come ‘culturali’. La tendenza prevalente è quella a sommergere giudizi di valore e conflitti di posizioni in una melassa indistinta e dolciastra, che viene spacciata come espressione di pluralismo quando, in verità, non è altro che puro e semplice indifferentismo. Questa tendenza, più che aiutarci a capire meglio chi siamo (giacché in tal senso giudizi di valore e conflitti di posizioni vanno considerati come i fattori determinanti di ogni presa di coscienza e la cultura, se non è ornamento o retorica, a questo deve servire: a prendere posizione), ha accentuato una sorta di ‘alienazione culturalistica’ per cui tendiamo, da un lato, a dissimulare a noi stessi che la cultura di fatto interessa poco e, dall’altro, riteniamo doveroso affermare che i prodotti culturali sono di per sé un valore, anche quando non hanno valore. In realtà, temo, il cibo culturale che, ai più diversi livelli, viene cucinato e ammannito è sempre più scadente, anche se infiocchettato e guarnito nei modi più diversi, quali sono suggeriti o imposti da quella macchina che è la ‘spettacolarizzazione della cultura’. Forse è proprio nella ‘spettacolarizzazione della cultura’, forma principale di manifestazione del ‘pensiero unico’ in questo campo, che il nostro paese sta affermando un suo indubbio primato. Ciò spiega perché esso ospiti un’attività culturale, ad un tempo, pletorica e irrilevante. Per altro, è tipico di tutte le vicende italiane che nessuna delle due cose risulti del tutto vera o interamente falsa: l’onnipresenza della cultura e l’assenza della cultura sembrano coesistere. In realtà, proprio perché la cultura non è un terreno neutro, una sorta di idilliaca Svizzera della lotta di classe, ma un fronte della lotta generale per trasformare la società, essa, come afferma Marx in un suo scritto giovanile, è «il luogo della ricerca dell’unità perduta: in questa ricerca dell’unità la cultura come sfera separata è costretta a negare se stessa».</p>
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