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	Commenti a: &#8220;Diamo a Marx quel che è di Marx&#8221;, ma davvero	</title>
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	<description>Giornale comunista online</description>
	<lastBuildDate>Fri, 30 Dec 2022 20:59:26 +0000</lastBuildDate>
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		Di: Salvatore Michele De Marco		</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Salvatore Michele De Marco]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 30 Dec 2022 20:59:26 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[L’eco degli irriducibili nostalgici della lotta di classe 

Non possiamo sottrarci dal criticare scritti tesi a trascinare sempre e comunque l’analisi economica scientifica verso l’analisi economica ideologica, non disdegnando, a tale scopo, di «stuprare» la logica teorica nonché l’evidenza empirica. In particolare, facciamo riferimento al libro di E. Brancaccio, R. Giammetti, S. Lucarelli (2022), afflitto da controsensi insanabili. 
Gli autori focalizzano l’attenzione sulla «legge di centralizzazione del capitale», la cui primo genitura la fanno risalire a K. Marx, la quale dovrebbe riferirsi al «pacchetto di maggioranza» (assoluta e relativa) delle azioni del capitale sociale delle imprese detenuto dagli azionisti (e sindacati di azionisti) per il controllo diretto ed indiretto del governo aziendale. A loro avviso, la centralizzazione di capitale permette di distinguere tra stati che attraverso le loro imprese partecipano imprese di altri stati e questi ultimi con imprese a loro volta partecipate, ad esempio, la Cina, la Russia e India, le cui imprese detengono quasi l’80% delle partecipazioni delle imprese dell’America, Inghilterra e paesi europei. Gli stati che partecipano ai capitali sociali stranieri sono chiamati «stati creditori» e gli stati dai capitali sociali partecipati sono chiamati «stati debitore», da cui concludere l’operazione culturale, prendendo spunto dall’attuale fatto estemporaneo, ossia evento bellico tra Cina (leggere: Russia) e America (leggere: Ucraina), per spiegarlo in termini di scontro tra paese creditore e paese debitore. 
La prima cosa da notare è l’utilizzo della terminologia errata, ma soprattutto forviante, in quanto non si può parlare di «stato creditori» e «stato debitori», peggio ancora se il primo lo si affianca all’avanzo della propria bilancia commerciale e il secondo lo si affianca al disavanzo della propria bilancia commerciale, ma è esatto dire «stato con posizioni attive verso l’estero» e «stato con posizioni passive verso l’estero», perché se i due modi di dire sono utilizzati indifferentemente significa che non si conosce affatto la differenza contabile tra «capitale proprio» e «capitale di terzi» e cosa peggiore si porta fuoristrada il lettore. 
Premesso ciò, nel lavoro, inavvertitamente, gli autori parlano della concorrenza dinamica di K. Marx che l’autore tronca alla ricerca del profitto (il capitalista deve introdurre tecnologia per non rimanere indietro ad altri capitalisti concorrenti nell’ammontare di profitto percepito) e che noi abbiamo completato con la fase in cui il capitalista cede profitto per abbassare i prezzi. Ammettendo la lotta tra imprese, per loro «lotta tra capitali» definita un «inedito nel campo delle scienze sociali» quando noi ne parliamo già dal 1999 in poi, non possono poi mantenere anche in piedi la lotta tra capitale e lavoro, perché la prima richiede fedeltà assoluta del lavoratore al capitalista, onde evitare che il fallimento di quest’ultimo coincida con il fallimento del lavoratore sotto forma di perdita di posto di lavoro; dal fatto che l’80% del capitale mondiale (specifichiamo ciò che loro non specificano e cioè di &quot;capitale sociale&quot;) sia controllato da meno del 2% degli azionisti mondiali, sicuramente frutto della lotta competitiva intra-capitalistica, non è per il dominio (imperialismo) dei mercati globali, ma per la sopravvivenza sui mercati globale pena la scomparsa dall’economico (il raggiungimento del monopolio è la certezza del benessere e il non farlo è la fine), per le ragioni dette che lavoratori e capitalisti sono stipati sulla stessa barca, non si può fare scaturire i processi disgregazione della classe dei lavoratori (non è possibile che: «la guerra capitalista è la continuazione delle lotte di classe con mezzi nuovi e più infernali»). 
Se non è lo sfruttamento del capitalista sul lavoratore, non si può neppure sostituire a questo lo sfruttamento del capitale sulla collettività in generale, perché se degrado della collettività si verifica, per quanto detto succede se lavoratori e capitalisti insieme non vincono e si impongono sui mercati internazionali con la creatività e l’innovazione. 
Infine, non si capisce bene chi dichiara guerra a chi e perché dovrebbe scoppiare la guerra. Da un lato si ricorre alla tesi che sono gli stati con le loro partecipazioni, impropriamente chiamati «stati creditori», a dichiarare guerra agli stati partecipati, impropriamente chiamati «stati debitori», che adottano il protezionismo, si chiudono a riccio, preferiscono fare «affari al loro interno» e non aprirsi, per non aggravare la loro situazione e a cui con la guerra gli si chiede di aprirsi. Sotto questo punto di vista è la Russia creditrice che ha dichiarato guerra all’America debitrice: la guerra in corso che si profila come terza guerra mondiale, come il primo e il secondo conflitto mondiale, è in altri termini una richiesta degli stati creditori ad aprirsi a loro e non invece chiudersi, anche medianti ad accordi globali, quale «Bretton Woods Conference» dopo la seconda guerra mondiale. Dall’altro lato si ricorre alla tesi opposta dove sono gli stati debitori che «quando i creditori utilizzano i crediti accumulati in un modo non condiviso dai grandi debitori, allora la pace vacilla» per tutelarsi dichiarano guerra agli stati creditori. Sotto questo profilo è l’America debitrice che dichiara guerra alla Russia creditrice: i paesi debitori per evitare danni dai paesi creditori, quali strategie lesive della sovranità delle decisioni di imprese straniere che hanno partecipazioni nelle imprese nazionali, acquisizione di imprese strategiche e tecnologie delle telecomunicazioni e militari, la necessità di non arricchirli con le esportazioni per evitare che acquisiscono altro capitale sociale nazionale (fagocitare il sistema produttivo nazionale), pericoli esistenziali e militari dalla loro vittoria economica, ricorrono alla guerra per indebolirli, dividerli, staccarli dagli alleati, per evitare l’aggressione del capitale straniero. Insomma, gli autori dovrebbero mettersi d&#039;accordo su chi dichiara la guerra a chi!     
Salvatore Michele De Marco]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>L’eco degli irriducibili nostalgici della lotta di classe </p>
<p>Non possiamo sottrarci dal criticare scritti tesi a trascinare sempre e comunque l’analisi economica scientifica verso l’analisi economica ideologica, non disdegnando, a tale scopo, di «stuprare» la logica teorica nonché l’evidenza empirica. In particolare, facciamo riferimento al libro di E. Brancaccio, R. Giammetti, S. Lucarelli (2022), afflitto da controsensi insanabili.<br />
Gli autori focalizzano l’attenzione sulla «legge di centralizzazione del capitale», la cui primo genitura la fanno risalire a K. Marx, la quale dovrebbe riferirsi al «pacchetto di maggioranza» (assoluta e relativa) delle azioni del capitale sociale delle imprese detenuto dagli azionisti (e sindacati di azionisti) per il controllo diretto ed indiretto del governo aziendale. A loro avviso, la centralizzazione di capitale permette di distinguere tra stati che attraverso le loro imprese partecipano imprese di altri stati e questi ultimi con imprese a loro volta partecipate, ad esempio, la Cina, la Russia e India, le cui imprese detengono quasi l’80% delle partecipazioni delle imprese dell’America, Inghilterra e paesi europei. Gli stati che partecipano ai capitali sociali stranieri sono chiamati «stati creditori» e gli stati dai capitali sociali partecipati sono chiamati «stati debitore», da cui concludere l’operazione culturale, prendendo spunto dall’attuale fatto estemporaneo, ossia evento bellico tra Cina (leggere: Russia) e America (leggere: Ucraina), per spiegarlo in termini di scontro tra paese creditore e paese debitore.<br />
La prima cosa da notare è l’utilizzo della terminologia errata, ma soprattutto forviante, in quanto non si può parlare di «stato creditori» e «stato debitori», peggio ancora se il primo lo si affianca all’avanzo della propria bilancia commerciale e il secondo lo si affianca al disavanzo della propria bilancia commerciale, ma è esatto dire «stato con posizioni attive verso l’estero» e «stato con posizioni passive verso l’estero», perché se i due modi di dire sono utilizzati indifferentemente significa che non si conosce affatto la differenza contabile tra «capitale proprio» e «capitale di terzi» e cosa peggiore si porta fuoristrada il lettore.<br />
Premesso ciò, nel lavoro, inavvertitamente, gli autori parlano della concorrenza dinamica di K. Marx che l’autore tronca alla ricerca del profitto (il capitalista deve introdurre tecnologia per non rimanere indietro ad altri capitalisti concorrenti nell’ammontare di profitto percepito) e che noi abbiamo completato con la fase in cui il capitalista cede profitto per abbassare i prezzi. Ammettendo la lotta tra imprese, per loro «lotta tra capitali» definita un «inedito nel campo delle scienze sociali» quando noi ne parliamo già dal 1999 in poi, non possono poi mantenere anche in piedi la lotta tra capitale e lavoro, perché la prima richiede fedeltà assoluta del lavoratore al capitalista, onde evitare che il fallimento di quest’ultimo coincida con il fallimento del lavoratore sotto forma di perdita di posto di lavoro; dal fatto che l’80% del capitale mondiale (specifichiamo ciò che loro non specificano e cioè di &#8220;capitale sociale&#8221;) sia controllato da meno del 2% degli azionisti mondiali, sicuramente frutto della lotta competitiva intra-capitalistica, non è per il dominio (imperialismo) dei mercati globali, ma per la sopravvivenza sui mercati globale pena la scomparsa dall’economico (il raggiungimento del monopolio è la certezza del benessere e il non farlo è la fine), per le ragioni dette che lavoratori e capitalisti sono stipati sulla stessa barca, non si può fare scaturire i processi disgregazione della classe dei lavoratori (non è possibile che: «la guerra capitalista è la continuazione delle lotte di classe con mezzi nuovi e più infernali»).<br />
Se non è lo sfruttamento del capitalista sul lavoratore, non si può neppure sostituire a questo lo sfruttamento del capitale sulla collettività in generale, perché se degrado della collettività si verifica, per quanto detto succede se lavoratori e capitalisti insieme non vincono e si impongono sui mercati internazionali con la creatività e l’innovazione.<br />
Infine, non si capisce bene chi dichiara guerra a chi e perché dovrebbe scoppiare la guerra. Da un lato si ricorre alla tesi che sono gli stati con le loro partecipazioni, impropriamente chiamati «stati creditori», a dichiarare guerra agli stati partecipati, impropriamente chiamati «stati debitori», che adottano il protezionismo, si chiudono a riccio, preferiscono fare «affari al loro interno» e non aprirsi, per non aggravare la loro situazione e a cui con la guerra gli si chiede di aprirsi. Sotto questo punto di vista è la Russia creditrice che ha dichiarato guerra all’America debitrice: la guerra in corso che si profila come terza guerra mondiale, come il primo e il secondo conflitto mondiale, è in altri termini una richiesta degli stati creditori ad aprirsi a loro e non invece chiudersi, anche medianti ad accordi globali, quale «Bretton Woods Conference» dopo la seconda guerra mondiale. Dall’altro lato si ricorre alla tesi opposta dove sono gli stati debitori che «quando i creditori utilizzano i crediti accumulati in un modo non condiviso dai grandi debitori, allora la pace vacilla» per tutelarsi dichiarano guerra agli stati creditori. Sotto questo profilo è l’America debitrice che dichiara guerra alla Russia creditrice: i paesi debitori per evitare danni dai paesi creditori, quali strategie lesive della sovranità delle decisioni di imprese straniere che hanno partecipazioni nelle imprese nazionali, acquisizione di imprese strategiche e tecnologie delle telecomunicazioni e militari, la necessità di non arricchirli con le esportazioni per evitare che acquisiscono altro capitale sociale nazionale (fagocitare il sistema produttivo nazionale), pericoli esistenziali e militari dalla loro vittoria economica, ricorrono alla guerra per indebolirli, dividerli, staccarli dagli alleati, per evitare l’aggressione del capitale straniero. Insomma, gli autori dovrebbero mettersi d&#8217;accordo su chi dichiara la guerra a chi!<br />
Salvatore Michele De Marco</p>
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		<title>
		Di: Paolo De Marco		</title>
		<link>https://contropiano.org/news/cultura-news/2022/12/26/diamo-a-marx-quel-che-e-di-marx-ma-davvero-0155153#comment-235840</link>

		<dc:creator><![CDATA[Paolo De Marco]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 27 Dec 2022 10:35:45 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[La produttività è la forma di estrazione dominante del plus-valore del Modo di produzione capitalista. Durante lo stesso tempo di lavoro, ma con una migliore composizione organica del capitale, si produce più prodotti di un certo tipo – o prodotti fortemente elastici -  dunque ad un prezzo unitario proporzionalmente inferiore. Questo permette di conquistare i mercati interni e, una volta quei saturi, i mercati esterni, portando così al colonialismo e poi alle varie forme d&#039;imperialismo. La produttività è alla base delle leggi di mozione del capitale cioè la concentrazione e la centralizzazione del capitale anche se la classe dirigente cercherà di rallentare queste tendenze di fondo per conservare una cosiddetta « classe media » diciamo alla Weber o alla J. Galbraith. Pessimista, Schumpeter non ci credeva, ma proponeva la « distruzione creatrice » per rallentare il processo. 
Questi sono processi scientificamente verificabili. Tutto il contrario delle petizioni di principio soggettive della concorrenza perfetta – o imperfetta – che pretendono rimpiazzare la « mentalità acquisitiva » del capitalismo – il capitale muore senza accumularsi – con il « ritorno » al liberalismo nietzschiano che nel nostro Paese ha già avuto una espressione corporativista fascista – Gentile – e liberista anti-liberalismo classico – Croce.
Prof. Paolo De Marco
Vedi a ) Introduzione metodologica e b ) Compendio di Economia Politica Marxista nella sezione Livres-Books del vecchio sito sperimentale www.la-commune-paraclet.com . Sono l&#039;unico ad avere data la Legge marxista, dunque scientifica, della produttività, almeno finché non si dimostra il contrario dandomi il diritto di replica secondo la deontologia accademica.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>La produttività è la forma di estrazione dominante del plus-valore del Modo di produzione capitalista. Durante lo stesso tempo di lavoro, ma con una migliore composizione organica del capitale, si produce più prodotti di un certo tipo – o prodotti fortemente elastici &#8211;  dunque ad un prezzo unitario proporzionalmente inferiore. Questo permette di conquistare i mercati interni e, una volta quei saturi, i mercati esterni, portando così al colonialismo e poi alle varie forme d&#8217;imperialismo. La produttività è alla base delle leggi di mozione del capitale cioè la concentrazione e la centralizzazione del capitale anche se la classe dirigente cercherà di rallentare queste tendenze di fondo per conservare una cosiddetta « classe media » diciamo alla Weber o alla J. Galbraith. Pessimista, Schumpeter non ci credeva, ma proponeva la « distruzione creatrice » per rallentare il processo.<br />
Questi sono processi scientificamente verificabili. Tutto il contrario delle petizioni di principio soggettive della concorrenza perfetta – o imperfetta – che pretendono rimpiazzare la « mentalità acquisitiva » del capitalismo – il capitale muore senza accumularsi – con il « ritorno » al liberalismo nietzschiano che nel nostro Paese ha già avuto una espressione corporativista fascista – Gentile – e liberista anti-liberalismo classico – Croce.<br />
Prof. Paolo De Marco<br />
Vedi a ) Introduzione metodologica e b ) Compendio di Economia Politica Marxista nella sezione Livres-Books del vecchio sito sperimentale <a href="http://www.la-commune-paraclet.com" rel="nofollow ugc">http://www.la-commune-paraclet.com</a> . Sono l&#8217;unico ad avere data la Legge marxista, dunque scientifica, della produttività, almeno finché non si dimostra il contrario dandomi il diritto di replica secondo la deontologia accademica.</p>
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		<title>
		Di: Eros Barone		</title>
		<link>https://contropiano.org/news/cultura-news/2022/12/26/diamo-a-marx-quel-che-e-di-marx-ma-davvero-0155153#comment-235730</link>

		<dc:creator><![CDATA[Eros Barone]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 26 Dec 2022 13:08:19 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Le cause e le forme della crisi, nonché il nesso tra economia e guerra, richiedono un’indagine bifocale del processo complessivo di produzione e circolazione, poiché Marx opera con la coppia ‘anarchia del capitale / crisi di sovrapproduzione’ e la  pluralità dei capitali si manifesta compiutamente nel passaggio dalla produzione alla circolazione. Pertanto, mentre per l’analisi della ‘produzione’ si può cominciare dalla rappresentazione di un unico capitale opposto a un’unica forza-lavoro, per la ‘circolazione’ è una premessa costitutiva che un capitale intrattenga rapporti di compravendita almeno con un altro capitale (il capitale appartiene infatti alla categoria dei ‘pluralia tantum’, implica cioè una molteplicità di produttori capitalistici). Quindi, né la produzione da sola (la quale è incapace di verificare la ‘realizzazione’ del plusvalore) né la circolazione da sola (la quale è incapace di spiegare la genesi di quel plusvalore) permettono di comprendere la crisi. Per questa ragione Marx ritiene che è solo la conflittualità tra i diversi capitali che genera la crisi di sovrapproduzione. E qui la categoria fondamentale che nell’analisi dialettica marxiana rappresenta la connessione tra teoria del valore e realtà empirica è proprio il concetto di saggio medio del profitto (qui non introdotto dagli autori in questione), concetto che è contenuto nei prezzi di produzione e che corrisponde al rapporto di valore tra la somma del plusvalore sociale, da una parte, e la somma di capitale costante e capitale variabile, dall’altra, indipendentemente dalla deviazione dei singoli prezzi di produzione dal valore stesso (K. Marx, “Il Capitale”, l. III, Roma 1973, pp. 185 e sgg.). Contrariamente a quanto forse ritengono Brancaccio, Giammeti e Lucarelli è la legge del valore che, non direttamente (mediante lo scambio di merci al loro valore) ma in modo ampiamente mediato dal saggio medio del profitto, determina il corso empirico del mercato e quelle mortali contraddizioni che sono rappresentate dalle guerre imperialiste. Sennonché, affinché tale conflittualità tra capitali si dia occorre, anche se non basta, che vi siano capitali individuali realmente separati (ossia la pluralità dei capitali); occorre, poi, che oltre alla semplice separazione tra le singole individualità indipendenti, si tenga presente anche la loro essenziale conflittualità, in quanto contrapposizione immanente. La stessa interpretazione delle crisi – e ciò è tanto più vero per le lunghe crisi e le continue guerre irrisolte dell’imperialismo – dipende da questa determinazione centrale del modo di produzione capitalistico, ossia, in buona sostanza, dal suo carattere anarchico fondato sulla pluralità e individualità dei capitali contrapposti. Infine, giova rammentare, sia per definire esattamente lo ‘status’ epistemologico delle marxiane ‘leggi di tendenza’ (e qui è assolutamente centrale la legge della caduta tendenziale del saggio medio del profitto), sia per distinguere la metodologia marxiana da quella positivistica, che la legge generale della produzione capitalistica e la sua realtà vanno mediate attraverso la loro ‘non-identità’, poiché appunto in questa mediazione tra elementi ‘non-identici’ consiste, secondo Marx, il compito della teoria &quot;in quanto riproduzione ideale del concreto&quot; (Marx). Non a caso, Marx individuava una capitolazione della teoria – capitolazione che rimproverava a quella che egli chiamava ‘economia volgare’ – sia nella fuga della teoria nella direzione del modello astratto sia nel riconoscimento dei ‘fatti’ come giudici supremi della teoria. In altri termini, lo scopo di Marx non era quello di ridurre tutti i fenomeni del sistema capitalistico (ad esempio, la struttura dei prezzi o la genesi della guerra) alla determinazione del valore mediante il tempo di lavoro, ma, al contrario, era quello di ‘spiegare’ tali fenomeni mostrando in qual modo essi fossero collegabili all’attuazione della legge del valore. Da questa ottica traeva origine il disprezzo che Marx nutriva per tutti coloro che si affannavano a ‘dimostrare’ la legge del valore invece di scoprire i suoi modi attuazione.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Le cause e le forme della crisi, nonché il nesso tra economia e guerra, richiedono un’indagine bifocale del processo complessivo di produzione e circolazione, poiché Marx opera con la coppia ‘anarchia del capitale / crisi di sovrapproduzione’ e la  pluralità dei capitali si manifesta compiutamente nel passaggio dalla produzione alla circolazione. Pertanto, mentre per l’analisi della ‘produzione’ si può cominciare dalla rappresentazione di un unico capitale opposto a un’unica forza-lavoro, per la ‘circolazione’ è una premessa costitutiva che un capitale intrattenga rapporti di compravendita almeno con un altro capitale (il capitale appartiene infatti alla categoria dei ‘pluralia tantum’, implica cioè una molteplicità di produttori capitalistici). Quindi, né la produzione da sola (la quale è incapace di verificare la ‘realizzazione’ del plusvalore) né la circolazione da sola (la quale è incapace di spiegare la genesi di quel plusvalore) permettono di comprendere la crisi. Per questa ragione Marx ritiene che è solo la conflittualità tra i diversi capitali che genera la crisi di sovrapproduzione. E qui la categoria fondamentale che nell’analisi dialettica marxiana rappresenta la connessione tra teoria del valore e realtà empirica è proprio il concetto di saggio medio del profitto (qui non introdotto dagli autori in questione), concetto che è contenuto nei prezzi di produzione e che corrisponde al rapporto di valore tra la somma del plusvalore sociale, da una parte, e la somma di capitale costante e capitale variabile, dall’altra, indipendentemente dalla deviazione dei singoli prezzi di produzione dal valore stesso (K. Marx, “Il Capitale”, l. III, Roma 1973, pp. 185 e sgg.). Contrariamente a quanto forse ritengono Brancaccio, Giammeti e Lucarelli è la legge del valore che, non direttamente (mediante lo scambio di merci al loro valore) ma in modo ampiamente mediato dal saggio medio del profitto, determina il corso empirico del mercato e quelle mortali contraddizioni che sono rappresentate dalle guerre imperialiste. Sennonché, affinché tale conflittualità tra capitali si dia occorre, anche se non basta, che vi siano capitali individuali realmente separati (ossia la pluralità dei capitali); occorre, poi, che oltre alla semplice separazione tra le singole individualità indipendenti, si tenga presente anche la loro essenziale conflittualità, in quanto contrapposizione immanente. La stessa interpretazione delle crisi – e ciò è tanto più vero per le lunghe crisi e le continue guerre irrisolte dell’imperialismo – dipende da questa determinazione centrale del modo di produzione capitalistico, ossia, in buona sostanza, dal suo carattere anarchico fondato sulla pluralità e individualità dei capitali contrapposti. Infine, giova rammentare, sia per definire esattamente lo ‘status’ epistemologico delle marxiane ‘leggi di tendenza’ (e qui è assolutamente centrale la legge della caduta tendenziale del saggio medio del profitto), sia per distinguere la metodologia marxiana da quella positivistica, che la legge generale della produzione capitalistica e la sua realtà vanno mediate attraverso la loro ‘non-identità’, poiché appunto in questa mediazione tra elementi ‘non-identici’ consiste, secondo Marx, il compito della teoria &#8220;in quanto riproduzione ideale del concreto&#8221; (Marx). Non a caso, Marx individuava una capitolazione della teoria – capitolazione che rimproverava a quella che egli chiamava ‘economia volgare’ – sia nella fuga della teoria nella direzione del modello astratto sia nel riconoscimento dei ‘fatti’ come giudici supremi della teoria. In altri termini, lo scopo di Marx non era quello di ridurre tutti i fenomeni del sistema capitalistico (ad esempio, la struttura dei prezzi o la genesi della guerra) alla determinazione del valore mediante il tempo di lavoro, ma, al contrario, era quello di ‘spiegare’ tali fenomeni mostrando in qual modo essi fossero collegabili all’attuazione della legge del valore. Da questa ottica traeva origine il disprezzo che Marx nutriva per tutti coloro che si affannavano a ‘dimostrare’ la legge del valore invece di scoprire i suoi modi attuazione.</p>
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