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	Commenti a: Un commento su “La Guerra Capitalista”	</title>
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	<description>Giornale comunista online</description>
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		Di: Giovanni Scavazza		</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Giovanni Scavazza]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 26 Jan 2023 08:02:16 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[.... La trasformazione delle guerre nazionaliste capitaliste e imperialiste in guerre civili rivoluzionarie e&#039; l&#039;unica duratura soluzione per porre fine alle continue guerre prodotte dai proprietari monopolistici dei mezzi di produzione per AGGIRARE LA CRISI DI SOVRAPPRODUZIONE da loro stessi prodotta.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>&#8230;. La trasformazione delle guerre nazionaliste capitaliste e imperialiste in guerre civili rivoluzionarie e&#8217; l&#8217;unica duratura soluzione per porre fine alle continue guerre prodotte dai proprietari monopolistici dei mezzi di produzione per AGGIRARE LA CRISI DI SOVRAPPRODUZIONE da loro stessi prodotta.</p>
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		Di: luca stanziale		</title>
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		<dc:creator><![CDATA[luca stanziale]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 26 Jan 2023 07:13:34 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[&quot;Contrariamente a quanto pensano gli autori, tuttavia, questo non è necessariamente un male&quot;. Ma quali autori? &quot;Le lamentele per la disgregazione dell’ordine liberaldemocratico&quot;. Ma dove?? Il tizio che ha scritto questo commento deve essersi confuso e deve avere letto un altro libro, mi sa. Luca]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>&#8220;Contrariamente a quanto pensano gli autori, tuttavia, questo non è necessariamente un male&#8221;. Ma quali autori? &#8220;Le lamentele per la disgregazione dell’ordine liberaldemocratico&#8221;. Ma dove?? Il tizio che ha scritto questo commento deve essersi confuso e deve avere letto un altro libro, mi sa. Luca</p>
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		Di: Giovanni Scavazza		</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Giovanni Scavazza]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 26 Jan 2023 05:54:21 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[La speranza principale e&#039; che la guerra fra paesi capitalisti e imperialisti possa trasformarsi in una guerra civile rivoluzionaria.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>La speranza principale e&#8217; che la guerra fra paesi capitalisti e imperialisti possa trasformarsi in una guerra civile rivoluzionaria.</p>
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		<title>
		Di: leonardo		</title>
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		<dc:creator><![CDATA[leonardo]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 25 Jan 2023 23:36:35 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Mi sembra un intervento lucido ed equilibrato: apprezzamento per il contributo sulla centralizzazione dei capitali ma, soprattutto, una lettura più attenta e meno ideologica della natura di classe dei vari protagonisti, accomunati troppo frettolosamente dal libro recensito sotto un&#039;etichetta (&#039;Imperialismo&#039;) che impedisce di analizzare la fase storica concreta.
 Oltre alla fraseologia sospetta degli autori che, come osserva Bargigli, paga dazio al pregiudizio ideologico degli imperialisti occidentali, c&#039;è anche il rischio di prestare il fianco ad un vecchio vizio &#039;ultrasinistro&#039;, tipico della guerra fredda: secondo il quale, &quot;non essendoci poteri buoni&quot;, non resta che affidarsi ad un internazionalismo proletario (tanto astratto quanto auspicabile) dei buoni vittime di tutti gli imperialisti cattivi. Come se l&#039;esito della lotta tra i contendenti fosse indifferente per le sorti della specie e come se, purtroppo, la Storia e l’attualità non mostrassero  legioni di quegli stessi proletari carnefici anche entusiasti del capitale ...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Mi sembra un intervento lucido ed equilibrato: apprezzamento per il contributo sulla centralizzazione dei capitali ma, soprattutto, una lettura più attenta e meno ideologica della natura di classe dei vari protagonisti, accomunati troppo frettolosamente dal libro recensito sotto un&#8217;etichetta (&#8216;Imperialismo&#8217;) che impedisce di analizzare la fase storica concreta.<br />
 Oltre alla fraseologia sospetta degli autori che, come osserva Bargigli, paga dazio al pregiudizio ideologico degli imperialisti occidentali, c&#8217;è anche il rischio di prestare il fianco ad un vecchio vizio &#8216;ultrasinistro&#8217;, tipico della guerra fredda: secondo il quale, &#8220;non essendoci poteri buoni&#8221;, non resta che affidarsi ad un internazionalismo proletario (tanto astratto quanto auspicabile) dei buoni vittime di tutti gli imperialisti cattivi. Come se l&#8217;esito della lotta tra i contendenti fosse indifferente per le sorti della specie e come se, purtroppo, la Storia e l’attualità non mostrassero  legioni di quegli stessi proletari carnefici anche entusiasti del capitale &#8230;</p>
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		Di: Salvatore Michele De Marco		</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Salvatore Michele De Marco]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 25 Jan 2023 20:24:59 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Recensione senza infamia e senza lode: risposta a Bargigli sulla “La guerra capitalista”   
 
Meritevole che Bargigli, nel recensire il libro “La guerra capitalista”, minimizza l’utilizzo di termini errati, quali creditori e debitori, ma ciò non toglie che gli stessi termini abbondano nel libro a memoria dell’ignorare degli autori della differenza tra capitale proprio e capitale di terzi. Questione terminologica già rilevata dal sottoscritto in un precedente intervento “L’eco degli irriducibili nostalgici della lotta di classe” su questo stesso mezzo editoriale, insieme ad altre questioni di merito. 
In questo contesto, però, si vogliono sollevare alcune critiche che la recensione di Bargigli nonostante l’attenzione stimola. In particolare, al di là delle sue digressioni politiche-filosofiche su Marx e su Lenin, quando si entra sul piano strettamente economico, quello che davvero dovrebbe interessare all’economista che ha a cuore l’obiettività scientifica, non si può fare a meno di rilevare la stessa sorpresa (l’inedito) che coglie gli autori sulla concentrazione del capitale e assai di più sulla centralizzazione del capitale. Cosa che al sottoscritto stupisce molto, perché concentrazione e centralizzazione fanno rima con competizione che oggi è su scala mondiale, e competizione a sua volta fa rima con tendenza oligopolista e monopolista, e tendenza oligopolista e monopolista fa rima a sua volta con concorrenza dinamica, e di concorrenza dinamica, pur se ne inizia a parlare Marx (il capitalista che deve rincorrere gli altri capitalisti per non restare fuori dai mercati), ne parla poi Schumpeter con la sua concorrenza ad imitare, ne parla Sraffa quando critica la concorrenza perfetta statica dei neoclassici e avvalora la concorrenza dinamica imperfetta, ne parla kaldor quando attribuisce alla concorrenza la dimensione macroeconomica, fino agli attuali schemi  microeconomici dove «tengono banco» le strategie delle imprese per sopravvivere (e non  per sopraffare) i concorrenti. Non siamo, dunque, davanti a qualcosa di nuovo, come vorrebbe fare credere gli autori del libro e il loro recensore, ma siamo in presenza di qualcosa di antico, come la storia del pensiero economico insegna. E allora, perché si insiste su questa strana originalità negata dalla teoria economica? 
Altra curiosità del libro è il perché in quest’ultimo si parla di America e di Cina, di Russia e di Europa, di Nato e di paesi del Brics, ma nessun cenno è fatto al blocco dei paesi poveri (eufemisticamente denominati: «paesi in via di sviluppo») che sembrano cancellati dal mondo e dal dibattito geopolitico? Eppure esistono: sono quelli della denutrizione, quelli delle malattie tropicali, quelli colpiti da epidemie che ce ne accorgiamo solo quando infetta anche noi, quelli che vivono in mezzo all’immondizia che gli «getta addosso» il resto del mondo. Tale omertà, di certo, è spiegata  dalla convinzione che gli «ultimi» non hanno più storia davanti a sé; che i poveri quando si saranno stancati pure di emigrare, disturbando i « guidatori» del mondo, verranno annientati dall’inedia. Ma è un errore fatale, perché la partita finale del mondo si dovrà giocare proprio con gli «ultimi», essendo il destino dei paesi tradizionalmente ricchi e dei paesi emergenti strettamente legato al destino dei paesi poveri. 

Salvatore Michele De Marco]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Recensione senza infamia e senza lode: risposta a Bargigli sulla “La guerra capitalista”   </p>
<p>Meritevole che Bargigli, nel recensire il libro “La guerra capitalista”, minimizza l’utilizzo di termini errati, quali creditori e debitori, ma ciò non toglie che gli stessi termini abbondano nel libro a memoria dell’ignorare degli autori della differenza tra capitale proprio e capitale di terzi. Questione terminologica già rilevata dal sottoscritto in un precedente intervento “L’eco degli irriducibili nostalgici della lotta di classe” su questo stesso mezzo editoriale, insieme ad altre questioni di merito.<br />
In questo contesto, però, si vogliono sollevare alcune critiche che la recensione di Bargigli nonostante l’attenzione stimola. In particolare, al di là delle sue digressioni politiche-filosofiche su Marx e su Lenin, quando si entra sul piano strettamente economico, quello che davvero dovrebbe interessare all’economista che ha a cuore l’obiettività scientifica, non si può fare a meno di rilevare la stessa sorpresa (l’inedito) che coglie gli autori sulla concentrazione del capitale e assai di più sulla centralizzazione del capitale. Cosa che al sottoscritto stupisce molto, perché concentrazione e centralizzazione fanno rima con competizione che oggi è su scala mondiale, e competizione a sua volta fa rima con tendenza oligopolista e monopolista, e tendenza oligopolista e monopolista fa rima a sua volta con concorrenza dinamica, e di concorrenza dinamica, pur se ne inizia a parlare Marx (il capitalista che deve rincorrere gli altri capitalisti per non restare fuori dai mercati), ne parla poi Schumpeter con la sua concorrenza ad imitare, ne parla Sraffa quando critica la concorrenza perfetta statica dei neoclassici e avvalora la concorrenza dinamica imperfetta, ne parla kaldor quando attribuisce alla concorrenza la dimensione macroeconomica, fino agli attuali schemi  microeconomici dove «tengono banco» le strategie delle imprese per sopravvivere (e non  per sopraffare) i concorrenti. Non siamo, dunque, davanti a qualcosa di nuovo, come vorrebbe fare credere gli autori del libro e il loro recensore, ma siamo in presenza di qualcosa di antico, come la storia del pensiero economico insegna. E allora, perché si insiste su questa strana originalità negata dalla teoria economica?<br />
Altra curiosità del libro è il perché in quest’ultimo si parla di America e di Cina, di Russia e di Europa, di Nato e di paesi del Brics, ma nessun cenno è fatto al blocco dei paesi poveri (eufemisticamente denominati: «paesi in via di sviluppo») che sembrano cancellati dal mondo e dal dibattito geopolitico? Eppure esistono: sono quelli della denutrizione, quelli delle malattie tropicali, quelli colpiti da epidemie che ce ne accorgiamo solo quando infetta anche noi, quelli che vivono in mezzo all’immondizia che gli «getta addosso» il resto del mondo. Tale omertà, di certo, è spiegata  dalla convinzione che gli «ultimi» non hanno più storia davanti a sé; che i poveri quando si saranno stancati pure di emigrare, disturbando i « guidatori» del mondo, verranno annientati dall’inedia. Ma è un errore fatale, perché la partita finale del mondo si dovrà giocare proprio con gli «ultimi», essendo il destino dei paesi tradizionalmente ricchi e dei paesi emergenti strettamente legato al destino dei paesi poveri. </p>
<p>Salvatore Michele De Marco</p>
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		Di: alberto+gabriele		</title>
		<link>https://contropiano.org/news/cultura-news/2023/01/25/un-commento-su-la-guerra-capitalista-0156524#comment-237094</link>

		<dc:creator><![CDATA[alberto+gabriele]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 25 Jan 2023 19:17:56 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Ottimo articolo]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Ottimo articolo</p>
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