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	Commenti a: Perché non socializzare i profitti?	</title>
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	<link>https://contropiano.org/news/cultura-news/2025/05/27/perche-non-socializzare-i-profitti-0183482</link>
	<description>Giornale comunista online</description>
	<lastBuildDate>Fri, 13 Jun 2025 10:11:11 +0000</lastBuildDate>
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		<title>
		Di: Max		</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Max]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 13 Jun 2025 10:11:11 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Duplicato del commento a correzioni dei suoi numerosi refusi.


Tema straordinario.
La Madre di Tutti i Problemi di cui finora mai si è parlato ed ora, con quindici anni almeno di ritardo si comincia timidamente.
il Tema dei Temi del Terzo Millennio, l&#039;idea di Capitalismo Egemone, totale, una idea di futuro introdotta a brutto muso dal duo Thatcher/Reagan (la prima non a caso citata) nei lontani anni ottanta e ripreso con stucchevole ineccepibile disarmante inflessibile fredda e ipocrita cortesia, dopo la decade degli anni novanta, transitoria tra ordine bipolare e multipolare, dalle grandi sinistre sempre più sedicenti democratiche sempre meno popolari, esattamente allo scoccare del Millennio.
Quale è stato l&#039;evento storico più importante del nuovo secolo, fin qui?
Per me, per la portata immane e pregna di conseguenze a tutti i livelli dell&#039;architettura geopolitica sociale antropologica, certamente è stata l&#039;ammissione della Cina al WTO, datata 2001.
Quanti lo pensano?
Pochissimi, quasi nessuno.
Molti non sanno nemmeno di cosa si parla.

Eppure io sono certo che sarà quello l&#039;evento a indurre gli storici a scegliere il 2001 come data convenzionale per fissare l&#039;inizio di una nuova fase storica, e segnatamente in ragione di quell&#039;evento, insieme con altri di quell&#039;anno, quali la concretizzazione della UE in moneta circolante, la stabilizzazione di Putin in Russia allora in corso, il G8 di Genova che segna la dispersione del movimento antagonista, ovvero di qualsiasi critica, resistenza, ipotesi alternativa. E se non segnalo l&#039;evento dell&#039;11 settembre, quello che cancellò tutti gli altri dalla memoria collettiva, non è per caso.
L&#039;inizio effettuale della globalizzazione, cioè della applicazione della motrice capitalista (vero pensiero unico) nella gestione del nuovo assetto multipolare, fu l&#039;ammissione della Cina al WTO appena istituito, durante la preparazione del nuovo mondo, a metà anni novanta..
Un sistema di vasi comunicanti che per i suoi meccanismi e dinamiche conseguenti, sui quali è impossibile qui dilungarsi, costituisce un habitat selettivo in cui i sistemi democratici si disgregano, tendono alla dissoluzione,  all&#039;estinzione, i sistemi autocratici invece fioriscono, si stabilizzano, risultano ....adattativi.
 
Ecco perché il tema, che andava certamente affrontato dalle sinistre occidentali fin da subito per dovere statutario e morale di contrasto alle ingiustizie sociali, alle diseguaglianze, ora sale di livello e travalica quello, già scandalosamente trascurato (anzi addirittura alimentato dal neoliberismo di sinistra), innalzandosi al grado drammatico della sopravvivenza del concetto di democrazia. Democrazia aggredita su due fronti: su quello interno dai populismi, alimentati dal vuoto anzi dalla VORAGINE di rappresentanza lasciata dalla sinistra; sul fronte esterno dai colossi emergenti, ora emersi anche troppo , che colonizzano, colonizzano sulle macerie della nostra decadenza, preparando il terreno a un tempo prossimo in cui, chiuse le gabbie in costruzione, ci faranno girare e saltare a schiocchi di frusta come animali da circo, lasciandoci unica alternativa il conflitto.
Non dico che accadrà ma lo scenario è concreto e sempre più considerato.

E a fronte di questo, di queste dinamiche svoltesi per venti anni al rallentatore sotto i nostri occhi la nostra base, rivolta altrove, per venti anni si è &quot;trastullata&quot; coi diritti di genere!
Fondamentali importantissimi, non voglio essere frainteso ma....se hai, che so, Hitler che entra nel Trentino non dei diritti di genere, ti dai altre priorità. O quanto meno ti occupi di entrambi, ma Hitler non lo trascuri. Se lo fai, è difficile attribuire tale trascuratezza e a uno stordimento, a...distrazione.
Alcune delle priorità tematiche degli ultimi venti anni, civiche soprattutto, e antropologiche, possono essere onestamente affrontate soltanto sulle basi di una società equilibrata e stabile, non in una fase di regressivo disastro sociale.
Vero che alcune ci sono venute addosso, portate in molta parte dal fattore tecnologico, ma a molte sono state poste in cima all&#039;agenda politica e mediatica dalla... politica.

Alla lunga, di fronte a una cecità inspiegabile, si inizia a credere che certi temi battuti ossessivamente e in clima di forte polarizzazione identitaria siano stati usati non soltanto da destra ma anche da sinistra, dalla sinistra neoliberista (ossimoro puro) come serbatoio di consenso, arma di distrazione di massa, insieme ad altri temi altrettanto e forse più importanti ancora, tragici come l&#039;ambientalismo, le migrazioni, le guerre, tutti straordinariamente e GIUSTAMeNTE discussi, sostenuti (raramente affrontati in concreto) ma come a saturare il dibattito, l&#039;attenzione pubblica, a cancellare dal dibattito silenziosamente il tema di cui stasera si parlerà: la fagocitazione delle democrazie ad opera del capitalismo. 
Io la ho vissuta come una lunga censura &quot;passiva&quot;, una forma di censura soft, &quot;residuale&quot;, non imposta, che non si vieta 
a nessuno di parlare di lavoro, di capitalismo; semplicemente il tema non è nell&#039;agenda politica né in quella del dibattito pubblico perché le priorità sono altre e spazio per esso non ne lasciano, non ne resta.

Per me non serve nemmeno richiamarsi a Marx ora, anche perché farlo significa restare confinati nel proprio ambito ristretto, continuare a parlarci addosso fra quattro gatti e sempre meno, mentre l&#039;esigenza primaria è espandersi a cercare di coinvolgere, di aprire gli occhi al 60/70% degli elettori storditi, schierati e divisi da sensi di appartenenza identitaria, di gruppo e INDIVIDUALE, quest&#039; ultima più potente ancora, profonda, genetica, ancestrale, inconscia, subliminale.
Noi dobbiamo parlare alla maggioranza che vota sempre più a destra e sempre più populista e non possiamo certamente farlo sbandierando Marx, vessillo ideologico identitario per eccellenza
(e se anche non lo fosse così da quella maggioranza viene percepito).
Noi dobbiamo trovare nuove soluzioni di compromesso, di ibridazione fra istituzione politica e capitale, capitalismo.
E proporle, nei fatti, nella forma di programmi politici precisi.
E gli economisti sono fondamentali per questo!
Loro devono farlo!
Loro hanno tanto contribuito a portarci dove siamo, sul ciglio di un baratro, e loro devono trovare le soluzioni, le soluzioni &quot;tecniche&quot;.
Dal 2001 ad oggi chiunque abbia guadagnato investendo denaro nel mercato azionario lo ha fatto insistendo su una china finanziaria fortemente indirizzata al sacrificio dei lavoratori occidentali e alla concomitante crescita dei grandi poli autocratici.
Chi qui, in occidente, ha guadagnato in borsa in questo paradigma globalizzato in cui viviamo, lo ha fatto in buona parte speculando sulla sofferenza dei propri concittadini e avvantaggiando le autocrazie, premiando le scelte aziendali che affossavano il mercato del lavoro in una concorrenza al ribasso (delocalizzazioni), poi sfruttandone il ricatto sociale che essa costituiva (cessione di quote salariali, di diritti, di tutele per mantenere le produzioni in loco) insomma sfruttando la voce &quot;costi del personale&quot;.
Chiunque abbia svolto attività manageriale e di investimento (dai più grandi fondi al più piccolo speculatore solitario) ha stra-guadagnato sul travaso epocale di beni, linee di produzione, competenze avvenuto verso i paesi emergenti e andrebbe considerato come un parassita. Un parassita che ha investito sulla pelle dei propri concittadini e, più o meno consapevolmente, sulla disintegrazione dei sistemi democratici.
Bisognerebbe additarli per strada, sviluppare un senso di condanna morale e di vergogna.
Invece no. Le nostre classi dirigenti hanno allargato le braccia dicendo: il mondo va così, dobbiamo adeguarci o meglio, dovete adeguarvi (*), perché esse, le classi dirigenti, lo hanno fatto benissimo lasciando il prezzo della globalizzazione (processo di per sé ammirabile ed anzi inevitabile nel progresso della civiltà umana, ma non nei termini impiegati a inizio millennio), lasciando quel prezzo interamente sulle spalle della popolazione, salve minoranze parassitarie folte ma pur sempre, e voraci, minoranze.
E il modello di globalizzazione forse non poteva essere tanto diverso ma sicuramente un po&#039; migliore, e questo modello non ci è caduto sulla testa come tavole di Mosè, è in occidente che è stato, anche, pensato, avallato.

Allora se il quadro che ho in mente - da quasi venti anni, venti anni di silenziosa anonima sofferenza e livore - se il quadro descritto è verosimile, e mi pare che lo sia, trovando conferma sempre più frequente da esperti e voci pubbliche negli ultimi tempi, allora per quale motivo i nostri  giovani pensano che &quot;essere di sinistra&quot; sia indossare una kefia, fare manifestazioni per la Palestina, per la Generica Pace nel Mondo, per l&#039;Ambiente, per i diritti arcobaleno?
Perché a tutte queste lodevoli forme di attivismo, a questa coscienza civica tanto sviluppata, i nostri giovani non associano mai una coscienza sociale?
Perché?
Perché?
E ciò proprio nella fase storica in cui, purtroppo, quella coscienza sarebbe drammaticamente necessaria!?
È a questo che li abbiamo cresciuti, educati?
Io ne soffro. Moltissimo.
Li vedo persi, vedo tutta la fragilità, l&#039;ingenuità l&#039;inconsistenza della loro età in tempi in cui essa non è concessa, e vedo generazioni adulte che li abbandonano ad essa, al loro destino.
Ne ho pena, li amo, sono i nostri figli, non hanno colpe della loro miopia: raccolgono quel che hanno intorno, quel che viene da noi.

E noi, davanti alla crescita populista, quale responsabilità abbiamo noi?
Molti si limitano a descriverla come se venisse dal nulla: sopita per decadi, è di nuovo sveglia certa destra. Perché?
Ce le poniamo queste domande o pensiamo sempre che la colpa sia di altri?
Oltre alla voragine di rappresentanza (insostenibile in democrazia segnatamente in tempi di compressione sociale) c&#039;è l&#039;ipocrisia, e l&#039;ipocrisia sviluppa avversione.

Quale credibilità si ha nel fare appello a buoni sentimenti, alle coscienze, alla sensibilità umana per temi di genere e migratori e per i diritti di qualsiasi minoranza ovunque sia, se al contempo si mostra sprezzante indifferenza, snobistica distrazione per le difficoltà e i diritti della maggioranza che vive dietro la porta accanto alla nostra?
C&#039;è una contraddizione in questo, la contraddizione viene &quot;percepita&quot; da quella maggioranza trascurata muta e impotente, trombata. La perdita di credibilità nel tempo, nella parte meno strutturata di quella maggioranza produce rigetto.
Oggi soprattutto penso ai migranti o più ancora agli immigrati, che da loro, e dalle condizioni all&#039;origine, cioè dagli aspetti strutturali , non da quelli emergenziali (di cui &quot;casualmente&quot; più si parla) bisognerebbe partire per affrontare il nodo biblico, straziante del fenomeno migratorio, 

Sono quindici anni che rumino tutto questo senza poterlo esprimere o meglio, l&#039;ho espresso tante volte attraverso vari canali ma nel disinteresse generale con grande frustrazione.
Ora finalmente si comincia a parlarne.
Paradossalmente bisogna ringraziare...Trump.
Ma i tempi per le analisi li abbiamo passati parlando d&#039;altro, ora gli eventi stanno iniziando a precipitare, non c&#039;è più tempo, le analisi bisogna chiuderle in fretta e passare alla previsione di scenario, alla visione, alle proposte di soluzione, a quelle pragmatiche, ai programmi.
In fretta.
E non credo che Marx potrà darci tutte le risposte.
Personalmente lo trovo anacronistico e poi, realisticamente, con quella maggioranza dobbiamo parlarci, secondo i canoni veri della politica che abbiamo accantonata, ovvero il dialogo per una visione comune su elementi condiviso e, laddove non lo siamo, su elementi di compromesso.


*Nota
altra citazione del vostro lodevole testo che ha stimolato il mio commento.
Una citazione composita che si addice esattamente al passaggio in cui è inserita la nota, attinge da due periodi del vostro testo mettendomi insieme in una logica consequenziale:

&quot;
Per il colonizzato, l’obiettività è sempre diretta contro di lui
...
...
 anche l’esperienza della maggior parte dei partiti politici di sinistra europei schiacciati su posizioni neoliberali a conferma del “there is no alternative” thatcheriano, ...
&quot;


Esatto, i colonizzati siamo noi tutti, popolino.

Ed esatto, preso atto della prima citazione, la seconda è irricevibile:  &quot;non c&#039;è alternativa&quot; è una affermazione facilmente rivolta agli altri, è una scusa, una bugia che non voglio più sentir pronunciare, così come non voglio più vedere un solo responsabile di alto livello nel gesto di allargare le braccia.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Duplicato del commento a correzioni dei suoi numerosi refusi.</p>
<p>Tema straordinario.<br />
La Madre di Tutti i Problemi di cui finora mai si è parlato ed ora, con quindici anni almeno di ritardo si comincia timidamente.<br />
il Tema dei Temi del Terzo Millennio, l&#8217;idea di Capitalismo Egemone, totale, una idea di futuro introdotta a brutto muso dal duo Thatcher/Reagan (la prima non a caso citata) nei lontani anni ottanta e ripreso con stucchevole ineccepibile disarmante inflessibile fredda e ipocrita cortesia, dopo la decade degli anni novanta, transitoria tra ordine bipolare e multipolare, dalle grandi sinistre sempre più sedicenti democratiche sempre meno popolari, esattamente allo scoccare del Millennio.<br />
Quale è stato l&#8217;evento storico più importante del nuovo secolo, fin qui?<br />
Per me, per la portata immane e pregna di conseguenze a tutti i livelli dell&#8217;architettura geopolitica sociale antropologica, certamente è stata l&#8217;ammissione della Cina al WTO, datata 2001.<br />
Quanti lo pensano?<br />
Pochissimi, quasi nessuno.<br />
Molti non sanno nemmeno di cosa si parla.</p>
<p>Eppure io sono certo che sarà quello l&#8217;evento a indurre gli storici a scegliere il 2001 come data convenzionale per fissare l&#8217;inizio di una nuova fase storica, e segnatamente in ragione di quell&#8217;evento, insieme con altri di quell&#8217;anno, quali la concretizzazione della UE in moneta circolante, la stabilizzazione di Putin in Russia allora in corso, il G8 di Genova che segna la dispersione del movimento antagonista, ovvero di qualsiasi critica, resistenza, ipotesi alternativa. E se non segnalo l&#8217;evento dell&#8217;11 settembre, quello che cancellò tutti gli altri dalla memoria collettiva, non è per caso.<br />
L&#8217;inizio effettuale della globalizzazione, cioè della applicazione della motrice capitalista (vero pensiero unico) nella gestione del nuovo assetto multipolare, fu l&#8217;ammissione della Cina al WTO appena istituito, durante la preparazione del nuovo mondo, a metà anni novanta..<br />
Un sistema di vasi comunicanti che per i suoi meccanismi e dinamiche conseguenti, sui quali è impossibile qui dilungarsi, costituisce un habitat selettivo in cui i sistemi democratici si disgregano, tendono alla dissoluzione,  all&#8217;estinzione, i sistemi autocratici invece fioriscono, si stabilizzano, risultano &#8230;.adattativi.</p>
<p>Ecco perché il tema, che andava certamente affrontato dalle sinistre occidentali fin da subito per dovere statutario e morale di contrasto alle ingiustizie sociali, alle diseguaglianze, ora sale di livello e travalica quello, già scandalosamente trascurato (anzi addirittura alimentato dal neoliberismo di sinistra), innalzandosi al grado drammatico della sopravvivenza del concetto di democrazia. Democrazia aggredita su due fronti: su quello interno dai populismi, alimentati dal vuoto anzi dalla VORAGINE di rappresentanza lasciata dalla sinistra; sul fronte esterno dai colossi emergenti, ora emersi anche troppo , che colonizzano, colonizzano sulle macerie della nostra decadenza, preparando il terreno a un tempo prossimo in cui, chiuse le gabbie in costruzione, ci faranno girare e saltare a schiocchi di frusta come animali da circo, lasciandoci unica alternativa il conflitto.<br />
Non dico che accadrà ma lo scenario è concreto e sempre più considerato.</p>
<p>E a fronte di questo, di queste dinamiche svoltesi per venti anni al rallentatore sotto i nostri occhi la nostra base, rivolta altrove, per venti anni si è &#8220;trastullata&#8221; coi diritti di genere!<br />
Fondamentali importantissimi, non voglio essere frainteso ma&#8230;.se hai, che so, Hitler che entra nel Trentino non dei diritti di genere, ti dai altre priorità. O quanto meno ti occupi di entrambi, ma Hitler non lo trascuri. Se lo fai, è difficile attribuire tale trascuratezza e a uno stordimento, a&#8230;distrazione.<br />
Alcune delle priorità tematiche degli ultimi venti anni, civiche soprattutto, e antropologiche, possono essere onestamente affrontate soltanto sulle basi di una società equilibrata e stabile, non in una fase di regressivo disastro sociale.<br />
Vero che alcune ci sono venute addosso, portate in molta parte dal fattore tecnologico, ma a molte sono state poste in cima all&#8217;agenda politica e mediatica dalla&#8230; politica.</p>
<p>Alla lunga, di fronte a una cecità inspiegabile, si inizia a credere che certi temi battuti ossessivamente e in clima di forte polarizzazione identitaria siano stati usati non soltanto da destra ma anche da sinistra, dalla sinistra neoliberista (ossimoro puro) come serbatoio di consenso, arma di distrazione di massa, insieme ad altri temi altrettanto e forse più importanti ancora, tragici come l&#8217;ambientalismo, le migrazioni, le guerre, tutti straordinariamente e GIUSTAMeNTE discussi, sostenuti (raramente affrontati in concreto) ma come a saturare il dibattito, l&#8217;attenzione pubblica, a cancellare dal dibattito silenziosamente il tema di cui stasera si parlerà: la fagocitazione delle democrazie ad opera del capitalismo.<br />
Io la ho vissuta come una lunga censura &#8220;passiva&#8221;, una forma di censura soft, &#8220;residuale&#8221;, non imposta, che non si vieta<br />
a nessuno di parlare di lavoro, di capitalismo; semplicemente il tema non è nell&#8217;agenda politica né in quella del dibattito pubblico perché le priorità sono altre e spazio per esso non ne lasciano, non ne resta.</p>
<p>Per me non serve nemmeno richiamarsi a Marx ora, anche perché farlo significa restare confinati nel proprio ambito ristretto, continuare a parlarci addosso fra quattro gatti e sempre meno, mentre l&#8217;esigenza primaria è espandersi a cercare di coinvolgere, di aprire gli occhi al 60/70% degli elettori storditi, schierati e divisi da sensi di appartenenza identitaria, di gruppo e INDIVIDUALE, quest&#8217; ultima più potente ancora, profonda, genetica, ancestrale, inconscia, subliminale.<br />
Noi dobbiamo parlare alla maggioranza che vota sempre più a destra e sempre più populista e non possiamo certamente farlo sbandierando Marx, vessillo ideologico identitario per eccellenza<br />
(e se anche non lo fosse così da quella maggioranza viene percepito).<br />
Noi dobbiamo trovare nuove soluzioni di compromesso, di ibridazione fra istituzione politica e capitale, capitalismo.<br />
E proporle, nei fatti, nella forma di programmi politici precisi.<br />
E gli economisti sono fondamentali per questo!<br />
Loro devono farlo!<br />
Loro hanno tanto contribuito a portarci dove siamo, sul ciglio di un baratro, e loro devono trovare le soluzioni, le soluzioni &#8220;tecniche&#8221;.<br />
Dal 2001 ad oggi chiunque abbia guadagnato investendo denaro nel mercato azionario lo ha fatto insistendo su una china finanziaria fortemente indirizzata al sacrificio dei lavoratori occidentali e alla concomitante crescita dei grandi poli autocratici.<br />
Chi qui, in occidente, ha guadagnato in borsa in questo paradigma globalizzato in cui viviamo, lo ha fatto in buona parte speculando sulla sofferenza dei propri concittadini e avvantaggiando le autocrazie, premiando le scelte aziendali che affossavano il mercato del lavoro in una concorrenza al ribasso (delocalizzazioni), poi sfruttandone il ricatto sociale che essa costituiva (cessione di quote salariali, di diritti, di tutele per mantenere le produzioni in loco) insomma sfruttando la voce &#8220;costi del personale&#8221;.<br />
Chiunque abbia svolto attività manageriale e di investimento (dai più grandi fondi al più piccolo speculatore solitario) ha stra-guadagnato sul travaso epocale di beni, linee di produzione, competenze avvenuto verso i paesi emergenti e andrebbe considerato come un parassita. Un parassita che ha investito sulla pelle dei propri concittadini e, più o meno consapevolmente, sulla disintegrazione dei sistemi democratici.<br />
Bisognerebbe additarli per strada, sviluppare un senso di condanna morale e di vergogna.<br />
Invece no. Le nostre classi dirigenti hanno allargato le braccia dicendo: il mondo va così, dobbiamo adeguarci o meglio, dovete adeguarvi (*), perché esse, le classi dirigenti, lo hanno fatto benissimo lasciando il prezzo della globalizzazione (processo di per sé ammirabile ed anzi inevitabile nel progresso della civiltà umana, ma non nei termini impiegati a inizio millennio), lasciando quel prezzo interamente sulle spalle della popolazione, salve minoranze parassitarie folte ma pur sempre, e voraci, minoranze.<br />
E il modello di globalizzazione forse non poteva essere tanto diverso ma sicuramente un po&#8217; migliore, e questo modello non ci è caduto sulla testa come tavole di Mosè, è in occidente che è stato, anche, pensato, avallato.</p>
<p>Allora se il quadro che ho in mente &#8211; da quasi venti anni, venti anni di silenziosa anonima sofferenza e livore &#8211; se il quadro descritto è verosimile, e mi pare che lo sia, trovando conferma sempre più frequente da esperti e voci pubbliche negli ultimi tempi, allora per quale motivo i nostri  giovani pensano che &#8220;essere di sinistra&#8221; sia indossare una kefia, fare manifestazioni per la Palestina, per la Generica Pace nel Mondo, per l&#8217;Ambiente, per i diritti arcobaleno?<br />
Perché a tutte queste lodevoli forme di attivismo, a questa coscienza civica tanto sviluppata, i nostri giovani non associano mai una coscienza sociale?<br />
Perché?<br />
Perché?<br />
E ciò proprio nella fase storica in cui, purtroppo, quella coscienza sarebbe drammaticamente necessaria!?<br />
È a questo che li abbiamo cresciuti, educati?<br />
Io ne soffro. Moltissimo.<br />
Li vedo persi, vedo tutta la fragilità, l&#8217;ingenuità l&#8217;inconsistenza della loro età in tempi in cui essa non è concessa, e vedo generazioni adulte che li abbandonano ad essa, al loro destino.<br />
Ne ho pena, li amo, sono i nostri figli, non hanno colpe della loro miopia: raccolgono quel che hanno intorno, quel che viene da noi.</p>
<p>E noi, davanti alla crescita populista, quale responsabilità abbiamo noi?<br />
Molti si limitano a descriverla come se venisse dal nulla: sopita per decadi, è di nuovo sveglia certa destra. Perché?<br />
Ce le poniamo queste domande o pensiamo sempre che la colpa sia di altri?<br />
Oltre alla voragine di rappresentanza (insostenibile in democrazia segnatamente in tempi di compressione sociale) c&#8217;è l&#8217;ipocrisia, e l&#8217;ipocrisia sviluppa avversione.</p>
<p>Quale credibilità si ha nel fare appello a buoni sentimenti, alle coscienze, alla sensibilità umana per temi di genere e migratori e per i diritti di qualsiasi minoranza ovunque sia, se al contempo si mostra sprezzante indifferenza, snobistica distrazione per le difficoltà e i diritti della maggioranza che vive dietro la porta accanto alla nostra?<br />
C&#8217;è una contraddizione in questo, la contraddizione viene &#8220;percepita&#8221; da quella maggioranza trascurata muta e impotente, trombata. La perdita di credibilità nel tempo, nella parte meno strutturata di quella maggioranza produce rigetto.<br />
Oggi soprattutto penso ai migranti o più ancora agli immigrati, che da loro, e dalle condizioni all&#8217;origine, cioè dagli aspetti strutturali , non da quelli emergenziali (di cui &#8220;casualmente&#8221; più si parla) bisognerebbe partire per affrontare il nodo biblico, straziante del fenomeno migratorio, </p>
<p>Sono quindici anni che rumino tutto questo senza poterlo esprimere o meglio, l&#8217;ho espresso tante volte attraverso vari canali ma nel disinteresse generale con grande frustrazione.<br />
Ora finalmente si comincia a parlarne.<br />
Paradossalmente bisogna ringraziare&#8230;Trump.<br />
Ma i tempi per le analisi li abbiamo passati parlando d&#8217;altro, ora gli eventi stanno iniziando a precipitare, non c&#8217;è più tempo, le analisi bisogna chiuderle in fretta e passare alla previsione di scenario, alla visione, alle proposte di soluzione, a quelle pragmatiche, ai programmi.<br />
In fretta.<br />
E non credo che Marx potrà darci tutte le risposte.<br />
Personalmente lo trovo anacronistico e poi, realisticamente, con quella maggioranza dobbiamo parlarci, secondo i canoni veri della politica che abbiamo accantonata, ovvero il dialogo per una visione comune su elementi condiviso e, laddove non lo siamo, su elementi di compromesso.</p>
<p>*Nota<br />
altra citazione del vostro lodevole testo che ha stimolato il mio commento.<br />
Una citazione composita che si addice esattamente al passaggio in cui è inserita la nota, attinge da due periodi del vostro testo mettendomi insieme in una logica consequenziale:</p>
<p>&#8221;<br />
Per il colonizzato, l’obiettività è sempre diretta contro di lui<br />
&#8230;<br />
&#8230;<br />
 anche l’esperienza della maggior parte dei partiti politici di sinistra europei schiacciati su posizioni neoliberali a conferma del “there is no alternative” thatcheriano, &#8230;<br />
&#8221;</p>
<p>Esatto, i colonizzati siamo noi tutti, popolino.</p>
<p>Ed esatto, preso atto della prima citazione, la seconda è irricevibile:  &#8220;non c&#8217;è alternativa&#8221; è una affermazione facilmente rivolta agli altri, è una scusa, una bugia che non voglio più sentir pronunciare, così come non voglio più vedere un solo responsabile di alto livello nel gesto di allargare le braccia.</p>
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