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	Commenti a: Kurdistan. Pronti a morire per la vita	</title>
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	<description>Giornale comunista online</description>
	<lastBuildDate>Mon, 18 Mar 2019 10:23:51 +0000</lastBuildDate>
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		<title>
		Di: Gianni Sartori		</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Gianni Sartori]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 18 Mar 2019 10:23:51 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[IL SILENZIO UCCIDE ED E&#039; COMPLICE

Da ulteriori informazioni sembrerebbe che il prigioniero politico curdo Zulkuf Gezen (in sciopero della fame dal 1 marzo) abbia voluto darsi volontariamente la morte nella prigione turca di Tekirdag.

Una protesta, la sua, sia contro il mantenimento dell&#039;isolamento per Ocalan (e di tanti altri, tra cui anche prigionieri in sciopero della fame che sembrano praticamente “scomparsi”), sia contro il vergognoso silenzio che incombe sulla lotta estrema di centinaia, migliaia (circa 7mila, molti dei quali in situazioni critiche) di prigionieri e militanti curdi.

Membro del PKK, Gezen era stato condannato all&#039;ergastolo dodici anni fa.

La sua decisione di darsi la morte, per impiccagione, è la conseguenza dell&#039;immonda mancanza di umanità - dell&#039;inerzia che sfiora la complicità con il regime di Ankara - di cui stanno dando prova il Consiglio d&#039;Europa e il suo Comitato per la prevenzione della tortura (CPT) il cui compito sarebbe – a questo punto il condizionale è d&#039;obbligo – quello di far rispettare i diritti dei prigionieri.

Iniziato da Leyla Guven 131 giorni fa, lo sciopero della fame - oltre che da circa 7mila detenuti - viene portato avanti da un centinaio di attivisti, militanti, membri di associazioni e deputati curdi. Sia in Kurdistan che in Europa (di cui 14 a Strasburgo ormai al 92° giorno).

La richiesta è – o almeno dovrebbe essere – ormai nota all&#039;opinione pubblica e alle istituzioni internazionali: la fine dell&#039;isolamento per Abdullah Ocalan e la ripresa delle trattative tra Stato turco e PKK per individuare una via d&#039;uscita degna, una soluzione politica per il conflitto.

Come si leggeva in un comunicato “ogni minuto in più che trascorre è diventato cruciale. Occorre agire e agire in fretta per evitare altre morti”. Infatti decine e decine di militanti in sciopero della fame hanno superato da diversi giorni quella che viene considerata la soglia critica. Dopo di cui c&#039;è solo la morte o conseguenze irreparabili a livello sia fisico che psichico.

Vorrà la vecchia Europa rimanere ancora indifferente e - come nel 1981 con quella dei prigionieri repubblicani irlandesi - avere sulla coscienza anche la vita di questi militanti?

Gianni Sartori]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>IL SILENZIO UCCIDE ED E&#8217; COMPLICE</p>
<p>Da ulteriori informazioni sembrerebbe che il prigioniero politico curdo Zulkuf Gezen (in sciopero della fame dal 1 marzo) abbia voluto darsi volontariamente la morte nella prigione turca di Tekirdag.</p>
<p>Una protesta, la sua, sia contro il mantenimento dell&#8217;isolamento per Ocalan (e di tanti altri, tra cui anche prigionieri in sciopero della fame che sembrano praticamente “scomparsi”), sia contro il vergognoso silenzio che incombe sulla lotta estrema di centinaia, migliaia (circa 7mila, molti dei quali in situazioni critiche) di prigionieri e militanti curdi.</p>
<p>Membro del PKK, Gezen era stato condannato all&#8217;ergastolo dodici anni fa.</p>
<p>La sua decisione di darsi la morte, per impiccagione, è la conseguenza dell&#8217;immonda mancanza di umanità &#8211; dell&#8217;inerzia che sfiora la complicità con il regime di Ankara &#8211; di cui stanno dando prova il Consiglio d&#8217;Europa e il suo Comitato per la prevenzione della tortura (CPT) il cui compito sarebbe – a questo punto il condizionale è d&#8217;obbligo – quello di far rispettare i diritti dei prigionieri.</p>
<p>Iniziato da Leyla Guven 131 giorni fa, lo sciopero della fame &#8211; oltre che da circa 7mila detenuti &#8211; viene portato avanti da un centinaio di attivisti, militanti, membri di associazioni e deputati curdi. Sia in Kurdistan che in Europa (di cui 14 a Strasburgo ormai al 92° giorno).</p>
<p>La richiesta è – o almeno dovrebbe essere – ormai nota all&#8217;opinione pubblica e alle istituzioni internazionali: la fine dell&#8217;isolamento per Abdullah Ocalan e la ripresa delle trattative tra Stato turco e PKK per individuare una via d&#8217;uscita degna, una soluzione politica per il conflitto.</p>
<p>Come si leggeva in un comunicato “ogni minuto in più che trascorre è diventato cruciale. Occorre agire e agire in fretta per evitare altre morti”. Infatti decine e decine di militanti in sciopero della fame hanno superato da diversi giorni quella che viene considerata la soglia critica. Dopo di cui c&#8217;è solo la morte o conseguenze irreparabili a livello sia fisico che psichico.</p>
<p>Vorrà la vecchia Europa rimanere ancora indifferente e &#8211; come nel 1981 con quella dei prigionieri repubblicani irlandesi &#8211; avere sulla coscienza anche la vita di questi militanti?</p>
<p>Gianni Sartori</p>
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		Di: Gianni Sartori		</title>
		<link>https://contropiano.org/news/internazionale-news/2019/03/16/kurdistan-pronti-a-morire-per-la-vita-0113458#comment-156617</link>

		<dc:creator><![CDATA[Gianni Sartori]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 17 Mar 2019 21:50:20 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[17 marzo: E’ MORTO IN SCIOPERO DELLA FAME IL PRIGIONIERO ZULKUF GEZEN

Gran brutta notizia. Purtroppo c&#039;era da aspettaselo.Nella prigione di Tekirdag, dove scontava l’ergastolo, è morto un prigioniero politico. In carcere dal 2007, Zulkuf Gezen era in sciopero della fame illimitato per protestare contro l’isolamento a cui viene sottoposto il leader curdo Abdullah Ocalan. Attualmente sono centinaia le prigioniere e i prigionieri politici (e altrettanto numerosi i militanti fuori dalle carceri, anche in Europa: a Strasburgo, Parigi, Bruxelles, nel Galles…) che con questa radicale protesta – alcuni da più di cento giorni come Leyla Guven – esprimono la loro ribellione nei confronti della politica carceraria adottata da Ankara.
Gianni Sartori]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>17 marzo: E’ MORTO IN SCIOPERO DELLA FAME IL PRIGIONIERO ZULKUF GEZEN</p>
<p>Gran brutta notizia. Purtroppo c&#8217;era da aspettaselo.Nella prigione di Tekirdag, dove scontava l’ergastolo, è morto un prigioniero politico. In carcere dal 2007, Zulkuf Gezen era in sciopero della fame illimitato per protestare contro l’isolamento a cui viene sottoposto il leader curdo Abdullah Ocalan. Attualmente sono centinaia le prigioniere e i prigionieri politici (e altrettanto numerosi i militanti fuori dalle carceri, anche in Europa: a Strasburgo, Parigi, Bruxelles, nel Galles…) che con questa radicale protesta – alcuni da più di cento giorni come Leyla Guven – esprimono la loro ribellione nei confronti della politica carceraria adottata da Ankara.<br />
Gianni Sartori</p>
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		<title>
		Di: Gianni Sartori		</title>
		<link>https://contropiano.org/news/internazionale-news/2019/03/16/kurdistan-pronti-a-morire-per-la-vita-0113458#comment-156453</link>

		<dc:creator><![CDATA[Gianni Sartori]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 16 Mar 2019 07:54:27 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[ERDOGAN- NETANYAHU:

UNO A UNO

(a perdere, come sempre, sono i popoli oppressi, quello curdo e quello palestinese)

(Gianni Sartori)

Stando a quanto riferiva AFP, mercoledì 13 marzo si è tenuta una replica della sceneggiata “chi è più fascista di chi?” interpretata periodicamente da Recep Tayyip Erdogan e da Benjamin Netanyahu. Impossibile stabilire che recitasse da protagonista e chi da antagonista. Del resto i ruoli, almeno per questi ineffabili personaggi, sono intercambiabili.

I due dirigenti Erdogan e Netanyahu (rispettivamenteturco e israeliano) sono entrambi in campagna elettorale. E si vede.

L&#039;ultimo scambio di invettive è stato a base di accuse tipo “massacratore di bambini” (Erdogan verso il primo ministro israeliano) oppure “genocida dei curdi” (Netanyahu verso l&#039;esponente turco). Entrambe vere – da un certo punto di vista - e dimostrabili con dati alla mano.

“Che non venga a darci lezioni. Stai ben attento Netanyahu. Tu sei un tiranno” aveva detto Erdogan durante un comizio a Ankara (in vista delle elezioni locali turche del 31 marzo mentre per Netanyahu si tratta delle legislative del 9 aprile) dopo che l&#039;israeliano lo aveva definito “un dittatore”.

Erdogan aveva accusato l&#039;avversario di aver “massacrato bambini palestinesi“ definendolo anche “ladro” (un riferimento alle recenti accuse di corruzione).

A innescare l&#039;ultimo contenzioso erano state alcune dichiarazione di Netanyahu per cui Israele non sarebbe lo Stato-nazione di tutti i suoi cittadini ma “unicamente del popolo ebraico”. Mettendo di fatto (in base alla controversa legge votata lo scorso luglio dal parlamento) ai marginil&#039;intera comunità arabo-israeliana. Affermazioni che il portavoce di Erdogan, Ibrahim Kalin, aveva stigmatizzato come “razzismo palese”.

Pronta la replica del primo ministro israeliano che ha ricordato come le carceri turche siano al momento “piene di giornalisti e di magistrati”. Aggiungendo in un secondo momento che Erdogan “spedisce migliaia di oppositori politici in prigione, opera un vero genocidio nei confronti dei curdi e occupa Cipro-nord”.

Per non essere da meno, Erdogan aveva evocato i recenti scontri tra la polizia israeliana e palestinesi sulla spianata delle Moschee (a Gerusalemme), un luogo sacro dove – secondo l&#039;esponente turco - all&#039;esercito e alla polizia non dovrebbe nemmeno essere consentito di entrare.

Aveva poi rivendicato il fatto che in Turchia nessun ebreo era mai stato perseguitato e che “noi non abbiamo mai fatto a una sinagoga quello che voi state facendo (sempre in riferimento alla spianata delle Moschee nda)”.

Per concludere definendo Israele come “lo stato più fascista e più razzista del mondo”. Detto da uno che se intende.

Ovviamente la polemica a distanza è destinata a riaccendersi e alimentarsi con nuovi pretesti; almeno fino alla conclusione delle rispettive campagne elettorali. Poi si vedrà.

Gianni Sartori]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>ERDOGAN- NETANYAHU:</p>
<p>UNO A UNO</p>
<p>(a perdere, come sempre, sono i popoli oppressi, quello curdo e quello palestinese)</p>
<p>(Gianni Sartori)</p>
<p>Stando a quanto riferiva AFP, mercoledì 13 marzo si è tenuta una replica della sceneggiata “chi è più fascista di chi?” interpretata periodicamente da Recep Tayyip Erdogan e da Benjamin Netanyahu. Impossibile stabilire che recitasse da protagonista e chi da antagonista. Del resto i ruoli, almeno per questi ineffabili personaggi, sono intercambiabili.</p>
<p>I due dirigenti Erdogan e Netanyahu (rispettivamenteturco e israeliano) sono entrambi in campagna elettorale. E si vede.</p>
<p>L&#8217;ultimo scambio di invettive è stato a base di accuse tipo “massacratore di bambini” (Erdogan verso il primo ministro israeliano) oppure “genocida dei curdi” (Netanyahu verso l&#8217;esponente turco). Entrambe vere – da un certo punto di vista &#8211; e dimostrabili con dati alla mano.</p>
<p>“Che non venga a darci lezioni. Stai ben attento Netanyahu. Tu sei un tiranno” aveva detto Erdogan durante un comizio a Ankara (in vista delle elezioni locali turche del 31 marzo mentre per Netanyahu si tratta delle legislative del 9 aprile) dopo che l&#8217;israeliano lo aveva definito “un dittatore”.</p>
<p>Erdogan aveva accusato l&#8217;avversario di aver “massacrato bambini palestinesi“ definendolo anche “ladro” (un riferimento alle recenti accuse di corruzione).</p>
<p>A innescare l&#8217;ultimo contenzioso erano state alcune dichiarazione di Netanyahu per cui Israele non sarebbe lo Stato-nazione di tutti i suoi cittadini ma “unicamente del popolo ebraico”. Mettendo di fatto (in base alla controversa legge votata lo scorso luglio dal parlamento) ai marginil&#8217;intera comunità arabo-israeliana. Affermazioni che il portavoce di Erdogan, Ibrahim Kalin, aveva stigmatizzato come “razzismo palese”.</p>
<p>Pronta la replica del primo ministro israeliano che ha ricordato come le carceri turche siano al momento “piene di giornalisti e di magistrati”. Aggiungendo in un secondo momento che Erdogan “spedisce migliaia di oppositori politici in prigione, opera un vero genocidio nei confronti dei curdi e occupa Cipro-nord”.</p>
<p>Per non essere da meno, Erdogan aveva evocato i recenti scontri tra la polizia israeliana e palestinesi sulla spianata delle Moschee (a Gerusalemme), un luogo sacro dove – secondo l&#8217;esponente turco &#8211; all&#8217;esercito e alla polizia non dovrebbe nemmeno essere consentito di entrare.</p>
<p>Aveva poi rivendicato il fatto che in Turchia nessun ebreo era mai stato perseguitato e che “noi non abbiamo mai fatto a una sinagoga quello che voi state facendo (sempre in riferimento alla spianata delle Moschee nda)”.</p>
<p>Per concludere definendo Israele come “lo stato più fascista e più razzista del mondo”. Detto da uno che se intende.</p>
<p>Ovviamente la polemica a distanza è destinata a riaccendersi e alimentarsi con nuovi pretesti; almeno fino alla conclusione delle rispettive campagne elettorali. Poi si vedrà.</p>
<p>Gianni Sartori</p>
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