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	Commenti a: Il Burkina Faso espelle le truppe francesi	</title>
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	<description>Giornale comunista online</description>
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		Di: Gianni Sartori		</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Gianni Sartori]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 09 Feb 2023 08:50:21 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[L’assassinio nell’ottobre 1987 del presidente rivoluzionario Thomas Sankara ha rappresentato anche la fine del sogno anticoloniale per alcune centinaia di ragazzi inviati a Cuba per diventare la nuova classe dirigente del Burkina Faso.





IL SOGNO INTERROTTO DI SANKARA BRUCIA ANCORA





Gianni Sartori







Ogni tanto se ne torna a parlare, magari con un tono pietistico del tutto fuori luogo.Per esempio quando nel 2022 l’ex presidente e dittatore Blaise Compaoré era stato riconosciuto colpevole e condannato per l’assassinio di Thomas Sankara.



Parlo dei circa 600 ragazzi burkinabé (di cui 135 ragazze) tra i 12 e i 15 anni, in gran parte orfani e tutti provenienti da famiglie povere, inviati da Sankara a Cuba nel 1986 . Sicuramente la pallottola che nel 1987 (solo qualche mese prima si era recato a Cuba per incontrarli e incoraggiarli) doveva fermare quel cuore generoso, in qualche modo ha stroncato (“di rimbalzo” commentava uno di loro) anche i progetti di quei giovani. Così come le speranze di liberazione dal neocolonialismo per l’ex Alto Volta.



A Cuba, dopo sei mesi dedicati all’apprendimento dello spagnolo, vennero inseriti in un programma di scambio culturale (di formazione scolastica, professionale e ideologica) concordato tra Sankara e Fidel Castro. Avrebbero dovuto - nelle intenzioni di Sankara - rappresentare la nuova classe dirigente del paese, coerentemente con il processo di autodeterminazione antimperialista da lui intrapreso. Ma nell’ottobre 1987 (coincidenza: a 20 anni e cinque giorni dall’uccisione del “CHE”) quello che appunto era stato definito il “Che Guevara d’Africa”, veniva ammazzato dall’ex amico e compagno di lotta, presumibilmente su istigazione di qualche Servizio occidentale.



Di conseguenza, prima vennero sostituiti gli insegnanti burkinabé che li avevano accompagnati a Cuba (troppo in linea con le politiche di Sankara evidentemente) e poi anche i ragazzi furono anticipatamente richiamati in patria. Senza nemmeno la possibilità di completare il ciclo di studi. Inoltre i titoli di studio, le qualifiche conseguiti a Cuba non vennero riconosciuti dal nuovo regime insediatosi a Ouagadougou.



Per molti di loro la vita smise di sorridere. Discriminati, emarginati in quanto memoria vivente dell’era Sankara. Soprannominati con malcelato disprezzo “i cubani”. E forse anche con un certo timore, sia per l’addestramento militare ricevuto a Cuba, sia pensando che avrebbero potuto voler vendicare Sankara.



Qualcuno ricorda che alla notizia del golpe e della morte di Sankara erano rimasti per tre giorni in silenzio, piangendo. Senza dormire e senza mangiare e bere, consapevoli che era accaduto l’irreparabile. Nel corso degli anni un’ottantina di loro sono morti, alcuni suicidi e comunque in gran parte (almeno 400) sono rimasti senza un lavoro. Anche la maggioranza dei pochi, una trentina, che hanno potuto accedere a una formazione universitaria.



Ancora oggi gli “orfani di Sankara” reclamano - finora inutilmente - il riconoscimento dei diplomi e un risarcimento per le famiglie dei loro compagni che hanno perso la vita anche a causa delle difficoltà incontrate rientrando “in un Paese che non riconoscevano più”.





Gianni Sartori]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>L’assassinio nell’ottobre 1987 del presidente rivoluzionario Thomas Sankara ha rappresentato anche la fine del sogno anticoloniale per alcune centinaia di ragazzi inviati a Cuba per diventare la nuova classe dirigente del Burkina Faso.</p>
<p>IL SOGNO INTERROTTO DI SANKARA BRUCIA ANCORA</p>
<p>Gianni Sartori</p>
<p>Ogni tanto se ne torna a parlare, magari con un tono pietistico del tutto fuori luogo.Per esempio quando nel 2022 l’ex presidente e dittatore Blaise Compaoré era stato riconosciuto colpevole e condannato per l’assassinio di Thomas Sankara.</p>
<p>Parlo dei circa 600 ragazzi burkinabé (di cui 135 ragazze) tra i 12 e i 15 anni, in gran parte orfani e tutti provenienti da famiglie povere, inviati da Sankara a Cuba nel 1986 . Sicuramente la pallottola che nel 1987 (solo qualche mese prima si era recato a Cuba per incontrarli e incoraggiarli) doveva fermare quel cuore generoso, in qualche modo ha stroncato (“di rimbalzo” commentava uno di loro) anche i progetti di quei giovani. Così come le speranze di liberazione dal neocolonialismo per l’ex Alto Volta.</p>
<p>A Cuba, dopo sei mesi dedicati all’apprendimento dello spagnolo, vennero inseriti in un programma di scambio culturale (di formazione scolastica, professionale e ideologica) concordato tra Sankara e Fidel Castro. Avrebbero dovuto &#8211; nelle intenzioni di Sankara &#8211; rappresentare la nuova classe dirigente del paese, coerentemente con il processo di autodeterminazione antimperialista da lui intrapreso. Ma nell’ottobre 1987 (coincidenza: a 20 anni e cinque giorni dall’uccisione del “CHE”) quello che appunto era stato definito il “Che Guevara d’Africa”, veniva ammazzato dall’ex amico e compagno di lotta, presumibilmente su istigazione di qualche Servizio occidentale.</p>
<p>Di conseguenza, prima vennero sostituiti gli insegnanti burkinabé che li avevano accompagnati a Cuba (troppo in linea con le politiche di Sankara evidentemente) e poi anche i ragazzi furono anticipatamente richiamati in patria. Senza nemmeno la possibilità di completare il ciclo di studi. Inoltre i titoli di studio, le qualifiche conseguiti a Cuba non vennero riconosciuti dal nuovo regime insediatosi a Ouagadougou.</p>
<p>Per molti di loro la vita smise di sorridere. Discriminati, emarginati in quanto memoria vivente dell’era Sankara. Soprannominati con malcelato disprezzo “i cubani”. E forse anche con un certo timore, sia per l’addestramento militare ricevuto a Cuba, sia pensando che avrebbero potuto voler vendicare Sankara.</p>
<p>Qualcuno ricorda che alla notizia del golpe e della morte di Sankara erano rimasti per tre giorni in silenzio, piangendo. Senza dormire e senza mangiare e bere, consapevoli che era accaduto l’irreparabile. Nel corso degli anni un’ottantina di loro sono morti, alcuni suicidi e comunque in gran parte (almeno 400) sono rimasti senza un lavoro. Anche la maggioranza dei pochi, una trentina, che hanno potuto accedere a una formazione universitaria.</p>
<p>Ancora oggi gli “orfani di Sankara” reclamano &#8211; finora inutilmente &#8211; il riconoscimento dei diplomi e un risarcimento per le famiglie dei loro compagni che hanno perso la vita anche a causa delle difficoltà incontrate rientrando “in un Paese che non riconoscevano più”.</p>
<p>Gianni Sartori</p>
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