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Lunedì 12 ottobre, in tutti gli stabilimenti dell’ex Ilva prende avvio una mobilitazione che potrebbe segnare un passaggio decisivo nella più grande vertenza industriale italiana. L’Unione Sindacale di Base, congiuntamente alle altre organizzazioni sindacali, ha proclamato lo sciopero ad oltranza, a partire dalle sei del mattino, e una mobilitazione permanente che, in assenza di risposte, è destinata a intensificarsi.

Quello che sta accadendo a Taranto, a Genova, a Novi Ligure, a Racconigi e negli altri stabilimenti del gruppo riguarda il futuro di un’intera filiera industriale, decine di migliaia di lavoratori tra diretti e indotto, il destino economico di interi territori e la capacità stessa dell’Italia di mantenere una produzione siderurgica nazionale.

Nella notte tra l’8 e il 9 ottobre l’ultima colata di ghisa ha preceduto la sospensione della produzione nell’area a caldo di Taranto. Gli impianti sono stati mantenuti in riscaldo, in attesa dell’udienza della Corte di Cassazione del prossimo 20 ottobre.

In assenza di un provvedimento favorevole, l’azienda ha annunciato la sospensione del mantenimento in riscaldo dal 24 ottobre e lo spegnimento entro il 25, prospettando conseguenze irreversibili sulla possibilità di riavviare gli impianti. Entro il 15 novembre è inoltre prevista la fermata generale degli stabilimenti di Genova e Novi Ligure, con ricadute sull’intero sistema produttivo.

È una sequenza di date che racconta meglio di qualsiasi dichiarazione il punto al quale siamo arrivati. Mentre gli impianti si fermano, il Governo annuncia un nuovo decreto per gli ammortizzatori sociali e continua a subordinare le prospettive industriali all’individuazione di un investitore. Nel frattempo, migliaia di lavoratori attendono di conoscere il proprio futuro.

Eppure, a questo punto della storia, dovrebbe essere evidente che il problema non è più soltanto trovare qualcuno disposto a comprare gli stabilimenti.

Il problema è decidere se lo Stato italiano considera ancora la produzione dell’acciaio una questione strategica per il Paese.

La crisi dell’ex Ilva comincia ben prima delle ultime decisioni della magistratura. Dal 2012 a oggi abbiamo assistito a sequestri, commissariamenti, amministrazioni straordinarie, decreti d’urgenza, accordi industriali e continui cambiamenti di proprietà e gestione. Ogni passaggio è stato accompagnato dalla promessa che quello successivo avrebbe finalmente risolto i problemi ambientali, produttivi e occupazionali.

Nel 2018, con l’arrivo di ArcelorMittal, il Governo presentò l’accordo come la soluzione capace di garantire il futuro dell’azienda. Nel 2020, con l’ingresso di Invitalia, venne annunciato un nuovo piano di rilancio e decarbonizzazione, comprensivo di investimenti pubblici e della realizzazione di un forno elettrico da 2,5 milioni di tonnellate. Nel 2024 siamo arrivati a una nuova amministrazione straordinaria.

Oggi, nell’ottobre 2026, ci ritroviamo a discutere dello spegnimento degli impianti, della sopravvivenza dell’intero gruppo e degli strumenti per sostenere il reddito dei lavoratori.

Il paradosso è che, dopo quattordici anni e miliardi di euro di risorse pubbliche impegnate, siamo tornati sostanzialmente alle domande che avremmo dovuto affrontare all’inizio. Con una differenza: nel frattempo gli impianti sono invecchiati, le prospettive produttive si sono indebolite, le condizioni occupazionali si sono deteriorate e il tempo per intervenire si è drasticamente ridotto.

La politica ha avuto quattordici anni per costruire una soluzione. È difficile sostenere che sia stata la magistratura, con una sentenza dell’estate 2026, a rendere improvvisamente impossibile una strategia industriale che non si è mai riusciti a realizzare.

Le decisioni della Corte d’Appello di Milano, l’ultima delle quali ha respinto il 5 ottobre una nuova richiesta di sospensione del provvedimento sull’area a caldo, hanno certamente accelerato la crisi. Il 20 ottobre le Sezioni Unite della Cassazione esamineranno i ricorsi presentati dalle amministrazioni straordinarie.

Ma sarebbe profondamente sbagliato trasformare questa vicenda giudiziaria nell’alibi per spiegare il fallimento industriale.

La magistratura interviene su questioni di legalità, sicurezza e tutela della salute. Non è suo compito stabilire quanti milioni di tonnellate di acciaio debba produrre l’Italia, quali tecnologie utilizzare, quanto investire nella decarbonizzazione o come garantire l’occupazione. Queste sono responsabilità della politica, che non possono essere delegate ai tribunali e neppure ai commissari straordinari.

Da anni assistiamo invece a un rovesciamento dei ruoli. Le scelte industriali vengono continuamente rinviate in attesa di una sentenza, dell’esito di una gara, dell’offerta di un investitore o della prossima emergenza finanziaria.

All’ultimo tavolo a Palazzo Chigi abbiamo avuto la conferma della profondità di questa contraddizione. Il Governo ha ribadito la prospettiva di una siderurgia decarbonizzata, con forni elettrici e impianti DRI, ma senza presentare un quadro industriale sufficientemente definito, finanziato e governato da una responsabilità pubblica.

La sensazione, sempre più concreta, è che la siderurgia primaria italiana venga considerata un problema da amministrare anziché un patrimonio industriale da salvaguardare e trasformare.

Ma davvero l’Italia può fare a meno dell’acciaio?

È la domanda che dovrebbe precedere ogni discussione su gare, compratori e assetti proprietari.

Secondo Federacciai, nel 2025 l’Italia ha prodotto 20,7 milioni di tonnellate di acciaio, collocandosi al secondo posto in Europa, dopo la Germania. Parliamo di un settore con oltre 70 mila addetti diretti, fondamentale per la meccanica, l’automotive, la cantieristica, le infrastrutture e l’intera manifattura nazionale.

Nel marzo 2025 la Commissione europea ha presentato un piano d’azione per l’acciaio e i metalli, riconoscendo espressamente il carattere strategico della siderurgia per l’autonomia industriale e la sicurezza economica europea.

Mentre l’Europa discute di come rafforzare e proteggere la propria capacità produttiva, in Italia rischiamo di assistere alla progressiva disarticolazione di uno dei principali complessi siderurgici del continente.

Naturalmente non tutta la siderurgia italiana dipende dall’ex Ilva. Esiste un’importante produzione attraverso forni elettrici, alimentati prevalentemente da rottame, che rappresenta una caratteristica fondamentale del nostro sistema industriale. Ma proprio questa peculiarità rende necessario affrontare seriamente il problema della disponibilità di acciai piani, della produzione primaria, delle materie prime e della dipendenza dalle importazioni.

L’acciaio non è una merce qualsiasi, della quale ci si possa disinteressare nella convinzione che sarà sempre possibile acquistarla altrove. La capacità di produrlo, trasformarlo e metterlo a disposizione dell’industria nazionale è parte della capacità di un Paese di decidere il proprio sviluppo economico.

E questo apre una questione fondamentale: vogliamo conservare una filiera siderurgica nazionale integrata oppure limitarci progressivamente a trasformare acciaio prodotto da altri?

Nelle vicende degli ultimi mesi è emersa più volte l’ipotesi di una separazione tra le attività a freddo, più facilmente valorizzabili sul mercato, e il ciclo primario di Taranto, che richiede investimenti ingenti e si porta dietro la parte più complessa della transizione ambientale.

Non è un problema secondario.

Se i soggetti privati fossero interessati soprattutto agli impianti di laminazione, alle attività di trasformazione, ai portafogli clienti e agli asset più redditizi, mentre allo Stato rimanessero il ciclo primario, le bonifiche, gli investimenti per la decarbonizzazione e gran parte dell’emergenza occupazionale, ci troveremmo di fronte all’ennesima operazione di privatizzazione del valore e socializzazione dei costi.

Una simile prospettiva non garantirebbe affatto la sopravvivenza di una siderurgia nazionale integrata.

Per questo la discussione non può essere ridotta alla domanda su chi acquisterà l’ex Ilva. Occorre decidere prima quale capacità produttiva vogliamo mantenere, come deve essere organizzata la filiera, quali investimenti sono necessari e chi se ne assume la responsabilità.

La ricerca di un acquirente, in assenza di queste decisioni, rischia di diventare soltanto un modo per rinviare ancora una volta il problema.

L’USB sostiene da anni che la soluzione debba passare attraverso l’intervento diretto dello Stato e la nazionalizzazione del complesso siderurgico.

Non si tratta di una rivendicazione ideologica, ma di una conclusione che deriva dall’esperienza concreta di questa vertenza.

Il mercato privato ha avuto tutte le occasioni per dimostrare di poter garantire contemporaneamente investimenti, continuità produttiva, tutela ambientale e occupazione. La storia dell’ex Ilva dimostra quanto sia stato insufficiente affidare il destino di un settore strategico a questa impostazione.

Anche l’intervento pubblico sperimentato negli anni scorsi ha mostrato limiti evidenti. Entrare nel capitale di un’azienda senza disporre di un’autonoma strategia industriale e senza esercitare una vera funzione di governo non equivale a costruire una politica pubblica per l’acciaio.

La nazionalizzazione che proponiamo deve avere un contenuto industriale preciso: proprietà e governo pubblico dell’intero complesso, un piano nazionale della siderurgia, investimenti programmati, una politica delle forniture energetiche, la salvaguardia delle competenze e una trasformazione ambientale verificabile.

La decarbonizzazione richiede scelte tecniche e finanziarie concrete. Occorre definire la capacità dei nuovi forni elettrici, gli impianti per la produzione di preridotto, le fonti di approvvigionamento, le infrastrutture energetiche, il costo dell’elettricità e del gas nella fase di transizione, i tempi delle bonifiche e soprattutto i livelli occupazionali necessari per il nuovo ciclo produttivo.

Sono problemi che non si risolvono inserendo la parola green in un comunicato governativo.

Servono investimenti pluriennali e un soggetto pubblico in grado di programmare, finanziare e realizzare la trasformazione, utilizzando in modo coerente le risorse nazionali ed europee destinate alla politica industriale e alla transizione ecologica.

Il ruolo dello Stato non può essere quello di continuare a mettere denaro pubblico per rendere appetibili gli stabilimenti a un successivo compratore privato. Se è la collettività ad assumersi il costo del risanamento e della trasformazione, è necessario che sia la collettività, attraverso il controllo pubblico, a governarne gli obiettivi e a beneficiare dei risultati.

Dentro questa vicenda rimane poi una questione che riguarda direttamente Taranto e che nessuna soluzione industriale può permettersi di eludere.

Per troppo tempo il diritto alla salute dei cittadini è stato contrapposto al diritto al lavoro degli operai, come se gli abitanti della città e le persone che attraversano ogni giorno i cancelli dello stabilimento appartenessero a due comunità diverse.

È una contrapposizione che respingiamo.

I lavoratori dell’ex Ilva sono stati e continuano a essere tra i soggetti maggiormente esposti ai rischi derivanti dalle lavorazioni siderurgiche. Hanno conosciuto la fatica dei cicli continui, delle alte temperature, delle polveri, delle sostanze pericolose e delle lavorazioni pesanti. Molti hanno trascorso una vita intera dentro quegli impianti.

Non si può chiedere a queste persone di scegliere tra il mantenimento del salario e la tutela della propria salute.

Le bonifiche devono diventare immediatamente parte di un programma pubblico finanziato, verificabile nei tempi e nei risultati, accompagnato dal controllo ambientale e sanitario e dalla trasformazione delle tecnologie produttive. Allo stesso tempo, Taranto ha bisogno di una politica di diversificazione economica che permetta alla città di affrancarsi dalla dipendenza esclusiva dal siderurgico senza essere condannata alla desertificazione industriale.

Anche questa è una responsabilità che spetta allo Stato.

La questione occupazionale è oggi la più urgente, ma non può essere affrontata come una semplice conseguenza amministrativa dello spegnimento degli impianti.

Il Governo ha annunciato nuovi interventi sugli ammortizzatori sociali. Sono misure necessarie nell’immediato, ma da sole non garantiscono alcuna prospettiva. La cassa integrazione, soprattutto quando assume carattere prolungato, determina una perdita di reddito per i lavoratori e non può diventare lo strumento ordinario attraverso il quale accompagnare il progressivo ridimensionamento di un’industria.

L’USB rivendica l’introduzione di un *reddito di transizione*, capace di garantire la piena tutela salariale e contributiva per tutto il periodo necessario alla trasformazione industriale, alla ricollocazione o all’accesso alla pensione.

Questa garanzia deve riguardare l’intero perimetro occupazionale: i dipendenti di Acciaierie d’Italia in amministrazione straordinaria, quelli di Ilva in amministrazione straordinaria e tutte le lavoratrici e i lavoratori dell’appalto e del subappalto.

Non possono esistere lavoratori di serie A e di serie B all’interno della stessa crisi industriale.

Accanto al reddito di transizione occorre approvare una legge speciale per il riconoscimento previdenziale della gravosità e dell’usura del lavoro siderurgico, considerando anche le esposizioni professionali ad amianto e ad altri agenti cancerogeni, con strumenti effettivi di pensionamento anticipato.

Pensare che un operaio che ha trascorso decenni nelle lavorazioni a caldo debba continuare fino ai requisiti ordinari di pensionamento, ignorando le caratteristiche e i rischi del lavoro svolto, è una questione che il legislatore non può più eludere.

Servono inoltre incentivi all’esodo volontario, percorsi di formazione e riqualificazione realmente finalizzati al reimpiego, interventi di ricollocazione e strumenti straordinari per mettere al sicuro i lavoratori delle aziende dell’indotto.

La transizione industriale deve essere governata garantendo alle persone un futuro. Non può essere finanziata scaricando su di loro il costo degli errori accumulati in questi anni.

All’ultimo incontro a Palazzo Chigi abbiamo posto una questione che consideriamo ormai ineludibile: dopo quattordici anni non possiamo più accettare che il futuro della siderurgia venga deciso di volta in volta dalla magistratura, dai commissari o dall’iniziativa occasionale di un potenziale investitore.

Se il Governo considera la siderurgia un asset strategico, deve dimostrarlo assumendosi la responsabilità di governarne direttamente il futuro. Altrimenti deve spiegare al Paese quale modello industriale intenda perseguire e quali conseguenze sia disposto ad accettare sul terreno dell’occupazione, delle produzioni e dell’autonomia economica.

Il tempo delle dichiarazioni di principio è finito.

Per questo lo sciopero che comincia oggi non può essere interpretato come l’ennesimo episodio di una vertenza destinata a consumarsi tra una convocazione ministeriale e quella successiva.

La mobilitazione permanente che abbiamo deciso di avviare nasce dalla consapevolezza che siamo arrivati a un punto di rottura. La sospensione delle produzioni, la prospettiva dello spegnimento degli impianti e l’assenza di garanzie industriali e occupazionali impongono una risposta che non si esaurisca nelle prossime ventiquattro ore.

Sarà una mobilitazione che continuerà e che, senza risposte adeguate, assumerà forme via via più incisive, coinvolgendo i lavoratori di tutti gli stabilimenti e dell’indotto.

Esiste, del resto, un collegamento profondo tra quanto sta accadendo all’ex Ilva e le ragioni che hanno portato l’Unione Sindacale di Base a proclamare lo sciopero generale del prossimo 30 ottobre.

La vertenza siderurgica non è una questione separata dal resto del Paese. Al contrario, rappresenta forse uno degli esempi più evidenti di come le scelte di politica economica e industriale incidano direttamente sulla vita di milioni di persone. La crisi dell’ex Ilva, la perdita del potere d’acquisto dei salari, il carovita, l’impoverimento dei servizi pubblici e il progressivo arretramento dell’intervento dello Stato nell’economia hanno una matrice comune, che riguarda il modo in cui vengono distribuite le risorse e stabilite le priorità del Paese.

Perché quando si discute del futuro della siderurgia, prima ancora che di trovare un investitore, si discute di quale destinazione dare alle risorse pubbliche. Se utilizzarle per sostenere la produzione, l’occupazione, la ricerca, la riconversione ambientale e il potere d’acquisto delle famiglie, oppure continuare a subordinare queste necessità ad altre priorità, a partire dall’aumento della spesa militare e dal sostegno alle imprese senza adeguate garanzie industriali e occupazionali.

Non possiamo accettare che per finanziare la trasformazione di un settore industriale strategico si invochino continuamente i vincoli di bilancio, mentre per il riarmo vengono assunti impegni di spesa pluriennali di dimensioni enormi.

Così come non possiamo accettare che ai lavoratori si chiedano sacrifici salariali, cassa integrazione e anni di incertezza, mentre il sistema economico continua a produrre e concentrare ricchezza senza che questa si traduca in un miglioramento delle loro condizioni di vita.

La questione dell’ex Ilva, in fondo, ci mette di fronte a un interrogativo che riguarda l’intero modello di sviluppo italiano: lo Stato deve limitarsi a intervenire quando le imprese entrano in crisi, facendosi carico delle perdite e delle conseguenze sociali, oppure deve tornare a esercitare una funzione di indirizzo, programmazione e intervento diretto nell’economia?

È anche per questo che la mobilitazione dei lavoratori siderurgici trova una naturale continuità nello sciopero generale del 30 ottobre. La difesa dell’occupazione industriale, il recupero del potere d’acquisto, la richiesta di salari più alti, il blocco del carovita e la rivendicazione di investimenti pubblici nei settori strategici appartengono alla stessa idea di società, nella quale il lavoro e i bisogni collettivi tornino a determinare le priorità economiche.

Perché la vertenza ex Ilva non riguarda soltanto chi lavora dentro quegli stabilimenti. Riguarda il diritto di un Paese a conservare il proprio patrimonio industriale, a produrre ciò di cui ha bisogno, a proteggere la salute delle persone e a garantire un lavoro dignitoso.

Dopo quattordici anni non è più sufficiente chiedere quanto costi salvare l’ex Ilva. È arrivato il momento di domandarsi *quanto costerebbe all’Italia perderla definitivamente*.

Ma soprattutto è arrivato il momento di decidere se le risorse di questo Paese debbano continuare a essere utilizzate per accompagnare il declino industriale e finanziare altre priorità, oppure per costruire un futuro produttivo, ambientale e sociale degno di questo nome.

È una scelta che riguarda tutti. Ed è una delle ragioni per cui il 30 ottobre sciopereremo in tutto il Paese.

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