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	Commenti a: Accordo globale sul petrolio, ma più di un&#8217;incognita	</title>
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	<description>Giornale comunista online</description>
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		Di: paolo regolini		</title>
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		<dc:creator><![CDATA[paolo regolini]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 13 Apr 2020 08:55:06 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Demostenes Floros  dava giorni fa una lettura diversa e più calzante Sarebbe utile valutare quale effettiva contropartita ha ottenuto Putin, quello che oggi dà le carte e ha il dito sul grilletto in fatto di petrolio.
Pure utile sarebbe non scordare Cina (maggior consumatore) Iran  Iraq e Venezuela (riserve ingenti) e il giocattolino libico,assai delicato.
Tutti dettagli che mancano clamorosamente all&#039;appello nell&#039;articolo.
Riporto alcuni passi della recente intervista di Floros, certo non quidam de populo
Sissi Bellomo in un recente articolo su il Sole 24 ore e nell’intervista fatta al Sole 24 ore sostiene che siamo di fronte ad una guerra tra russi e sauditi con gli Usa solo spettatori: è proprio così?

Temo che non sia esattamente così. Senza dubbio, i rapporti tra la Federazione Russa e l’Arabia Saudita non sono ad oggi dei migliori, ma è più importante capire come siamo giunti a questa situazione.
Come spiegavo in precedenza, dall’inizio del 2017 in poi, ogni qual volta che russi e sauditi hanno cercato di sostenere i prezzi nell’ambito del neonato Opec plus, nei fatti, riducevano le loro quote di mercato in favore dei frackers Usa che, così facendo, lucravano sulle azioni congiunte di produttori Opec e non-Opec. Quindi, gli Usa non sono stati affatto semplici spettatori nel mercato petrolifero.
In realtà, più che parlare di “guerra dei prezzi” tra russi e sauditi, a me pare una guerra al fracking. I russi – ben prima che la pandemia scoppiasse – mal tolleravano questa situazione che lo stesso Igor Sechin, CEO di Rosneft, aveva ripetutamente evidenziato come inaccettabile e destabilizzante per il mercato dell’energia durante i suoi interventi annuali al Forum Eurasiatico di Verona. A mio avviso, il governo russo ha agito con grande intelligenza e pazienza, incrementando il totale delle riserve estere del paese a 563 miliardi di dollari, di cui 123 del National Wealth Fund, un Fondo di Investimento o, più semplicemente un salvadanaio, riempito grazie ai proventi derivanti dalla rendita petrolifera e gasiera, dal quale attingere nei momenti di crisi (lo Stato sociale russo è sostenibile con un prezzo del barile pari a 41.80 $/b, calcolato al cambio di 75 rubli per 1 dollaro). Nei fatti, quando la domanda di petrolio riprenderà a crescere, anche i sauditi potranno riconquistare quote di mercato in precedenza perse in favore degli Usa. Per questo motivo, ritengo che nei prossimi mesi, se non prima visto il drammatico calo dei consumi, la Federazione Russa e l’Arabia Saudita riprenderanno l’intesa momentaneamente sospesa. Anzi, non escludo che siano proprio gli Stati Uniti d’America a chiedere a quest’ultimi di sedersi attorno a un tavolo nel tentativo – disperato – di riequilibrare il mercato, con l’obiettivo di salvare almeno una parte delle proprie major operanti nel non convenzionale.
La telefonata di Donald Trump a Vladimir Putin di lunedì 30 marzo potrebbe essere un primo passo in questa direzione. Detto ciò, all’interno dell’establishment USA non tutti condividono la necessità di giungere ad un coordinamento tra i produttori mondiali e non solo per motivazioni ideologiche. Non dimentichiamoci infatti che siamo a pochi mesi dalle elezioni presidenziali e un accordo con l’orso russo potrebbe essere strumentalizzato da più parti, come insegnano le precedenti elezioni.......La mia impressione invece è che siano gli Stati Uniti ad avere la pistola puntata alla tempia. Non escludo inoltre, che le dita sul grilletto siano due: il primo dito è sicuramente a Mosca. Il secondo, se esiste, è probabilmente a Riad. E’ la Russia che tiene le redini del gioco soprattutto, dopo la vittoria militare in Siria che ha rappresentato la precondizione per la nascita dell’Opec plus.

Se avessi l’onere e l’onore di consigliare il governo di Putin, suggerirei loro di sedersi al tavolo, chiedendo però in cambio la fine delle sanzioni. Più precisamente, individuerei una sorta di road map (piano d’azione) da implementare in tempi relativamente brevi. Ad ogni riduzione congiunta dell’output (onde aumentare/ridurre le estrazioni, la produzione convenzionale richiede tempi più lunghi rispetto a quella non convenzionale soprattutto, se il contesto climatico è quello della Siberia) di Opec plus e Usa, deve seguire la fine di un certo numero di sanzioni sino alla loro completa cancellazione]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Demostenes Floros  dava giorni fa una lettura diversa e più calzante Sarebbe utile valutare quale effettiva contropartita ha ottenuto Putin, quello che oggi dà le carte e ha il dito sul grilletto in fatto di petrolio.<br />
Pure utile sarebbe non scordare Cina (maggior consumatore) Iran  Iraq e Venezuela (riserve ingenti) e il giocattolino libico,assai delicato.<br />
Tutti dettagli che mancano clamorosamente all&#8217;appello nell&#8217;articolo.<br />
Riporto alcuni passi della recente intervista di Floros, certo non quidam de populo<br />
Sissi Bellomo in un recente articolo su il Sole 24 ore e nell’intervista fatta al Sole 24 ore sostiene che siamo di fronte ad una guerra tra russi e sauditi con gli Usa solo spettatori: è proprio così?</p>
<p>Temo che non sia esattamente così. Senza dubbio, i rapporti tra la Federazione Russa e l’Arabia Saudita non sono ad oggi dei migliori, ma è più importante capire come siamo giunti a questa situazione.<br />
Come spiegavo in precedenza, dall’inizio del 2017 in poi, ogni qual volta che russi e sauditi hanno cercato di sostenere i prezzi nell’ambito del neonato Opec plus, nei fatti, riducevano le loro quote di mercato in favore dei frackers Usa che, così facendo, lucravano sulle azioni congiunte di produttori Opec e non-Opec. Quindi, gli Usa non sono stati affatto semplici spettatori nel mercato petrolifero.<br />
In realtà, più che parlare di “guerra dei prezzi” tra russi e sauditi, a me pare una guerra al fracking. I russi – ben prima che la pandemia scoppiasse – mal tolleravano questa situazione che lo stesso Igor Sechin, CEO di Rosneft, aveva ripetutamente evidenziato come inaccettabile e destabilizzante per il mercato dell’energia durante i suoi interventi annuali al Forum Eurasiatico di Verona. A mio avviso, il governo russo ha agito con grande intelligenza e pazienza, incrementando il totale delle riserve estere del paese a 563 miliardi di dollari, di cui 123 del National Wealth Fund, un Fondo di Investimento o, più semplicemente un salvadanaio, riempito grazie ai proventi derivanti dalla rendita petrolifera e gasiera, dal quale attingere nei momenti di crisi (lo Stato sociale russo è sostenibile con un prezzo del barile pari a 41.80 $/b, calcolato al cambio di 75 rubli per 1 dollaro). Nei fatti, quando la domanda di petrolio riprenderà a crescere, anche i sauditi potranno riconquistare quote di mercato in precedenza perse in favore degli Usa. Per questo motivo, ritengo che nei prossimi mesi, se non prima visto il drammatico calo dei consumi, la Federazione Russa e l’Arabia Saudita riprenderanno l’intesa momentaneamente sospesa. Anzi, non escludo che siano proprio gli Stati Uniti d’America a chiedere a quest’ultimi di sedersi attorno a un tavolo nel tentativo – disperato – di riequilibrare il mercato, con l’obiettivo di salvare almeno una parte delle proprie major operanti nel non convenzionale.<br />
La telefonata di Donald Trump a Vladimir Putin di lunedì 30 marzo potrebbe essere un primo passo in questa direzione. Detto ciò, all’interno dell’establishment USA non tutti condividono la necessità di giungere ad un coordinamento tra i produttori mondiali e non solo per motivazioni ideologiche. Non dimentichiamoci infatti che siamo a pochi mesi dalle elezioni presidenziali e un accordo con l’orso russo potrebbe essere strumentalizzato da più parti, come insegnano le precedenti elezioni&#8230;&#8230;.La mia impressione invece è che siano gli Stati Uniti ad avere la pistola puntata alla tempia. Non escludo inoltre, che le dita sul grilletto siano due: il primo dito è sicuramente a Mosca. Il secondo, se esiste, è probabilmente a Riad. E’ la Russia che tiene le redini del gioco soprattutto, dopo la vittoria militare in Siria che ha rappresentato la precondizione per la nascita dell’Opec plus.</p>
<p>Se avessi l’onere e l’onore di consigliare il governo di Putin, suggerirei loro di sedersi al tavolo, chiedendo però in cambio la fine delle sanzioni. Più precisamente, individuerei una sorta di road map (piano d’azione) da implementare in tempi relativamente brevi. Ad ogni riduzione congiunta dell’output (onde aumentare/ridurre le estrazioni, la produzione convenzionale richiede tempi più lunghi rispetto a quella non convenzionale soprattutto, se il contesto climatico è quello della Siberia) di Opec plus e Usa, deve seguire la fine di un certo numero di sanzioni sino alla loro completa cancellazione</p>
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