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	Commenti a: Né con il liberismo né col protezionismo: un «social standard»	</title>
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	<description>Giornale comunista online</description>
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		Di: Raffaele		</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Raffaele]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 16 Apr 2025 09:04:29 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Però il prof Bargigli dovrebbe prima rispondere alla replica di Brancaccio e Lucarelli alla sua recensione critica... Qui la replica dei due pubblicata in &quot;Le condizioni economiche per la pace&quot;:

&quot;...Iniziamo da un rilievo sul criterio di calcolo del processo di centralizzazione dei capitali, avanzata da Leonardo Bargigli. In modo un po’ temerario, egli sospetta che possa risultare “aleatoria” la definizione di controllo azionario indiretto
insita nella nostra misura di centralizzazione basata sul net control (...) Tale rilievo sembra frutto di una lettura alquanto superficiale dei nostri contributi. Come abbiamo ampiamente spiegato nel libro, l’evidenza empirica della legge di tendenza verso la centralizzazione del capitale è stata oggetto di vari papers che abbiamo pubblicato su riviste accademiche di rango, dopo attente e prolungate revisioni tra pari. In quelle ricerche adottiamo una definizione di “controllo” diretto e indiretto assolutamente convenzionale in letteratura: una quota di voti sufficienti per esercitare
un’influenza dominante nell’assemblea ordinaria dell’impresa. E in merito alla misura della quota di controllo, si badi, mentre la ricerca prevalente si limita spesso a utilizzare la sola soglia minima del 5%, noi ci premuriamo di replicare l’analisi anche per soglie del 10, del 20 e del 50%, per le quali il controllo diventa ovviamente ben più che mera “presunzione”. Inoltre, vale la pena ricordare che la procedura è stata da noi replicata su diversi set di
paesi e di archi temporali, aggiornando le serie man mano che i dati venivano resi disponibili dal database Eikon di riferimento. Infine, è da notare che i risultati in termini di net control sono stati messi a confronto con altre misure di connettività tipiche dell’analisi di network. Il tutto, evidentemente, lungo la scia dei test suggeriti dai vari colleghi referees che hanno controllato i nostri metodi di ricerca prima di autorizzare la loro pubblicazione. Ebbene, questa tipica e articolata procedura di verificazione accademica ci ha portati in tutti i casi allo stesso risultato: con la
sola eccezione rilevante del Giappone, in tutti i paesi esaminati, in tutte le macro aree indagate come anche a livello mondiale, in tutti gli archi di tempo e con tutte le soglie adottate, il controllo del capitale risulta sempre altamente concentrato nelle mani di un limitato manipolo di grandi azionisti, che nel corso del tempo tende pure a restringersi ulteriormente. In altre parole, siamo giunti a una prima evidenza empirica a supporto della tendenza
marxiana verso la centralizzazione del capitale in sempre meno mani. Naturalmente, come ogni altra evidenza scientifica anche questa può essere criticata. Ma se qualcuno avverte il bisogno di buttarla giù dalla torre dei fatti verificati, allora dovrà lavorare duramente alla ricerca di robuste prove contrarie (...)&quot;

Con rispetto parlando, finora non sembra che il &quot;temerario&quot; Bargigli abbia lavorato &quot;duramente&quot;. 

Saluti
Raffaele]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Però il prof Bargigli dovrebbe prima rispondere alla replica di Brancaccio e Lucarelli alla sua recensione critica&#8230; Qui la replica dei due pubblicata in &#8220;Le condizioni economiche per la pace&#8221;:</p>
<p>&#8220;&#8230;Iniziamo da un rilievo sul criterio di calcolo del processo di centralizzazione dei capitali, avanzata da Leonardo Bargigli. In modo un po’ temerario, egli sospetta che possa risultare “aleatoria” la definizione di controllo azionario indiretto<br />
insita nella nostra misura di centralizzazione basata sul net control (&#8230;) Tale rilievo sembra frutto di una lettura alquanto superficiale dei nostri contributi. Come abbiamo ampiamente spiegato nel libro, l’evidenza empirica della legge di tendenza verso la centralizzazione del capitale è stata oggetto di vari papers che abbiamo pubblicato su riviste accademiche di rango, dopo attente e prolungate revisioni tra pari. In quelle ricerche adottiamo una definizione di “controllo” diretto e indiretto assolutamente convenzionale in letteratura: una quota di voti sufficienti per esercitare<br />
un’influenza dominante nell’assemblea ordinaria dell’impresa. E in merito alla misura della quota di controllo, si badi, mentre la ricerca prevalente si limita spesso a utilizzare la sola soglia minima del 5%, noi ci premuriamo di replicare l’analisi anche per soglie del 10, del 20 e del 50%, per le quali il controllo diventa ovviamente ben più che mera “presunzione”. Inoltre, vale la pena ricordare che la procedura è stata da noi replicata su diversi set di<br />
paesi e di archi temporali, aggiornando le serie man mano che i dati venivano resi disponibili dal database Eikon di riferimento. Infine, è da notare che i risultati in termini di net control sono stati messi a confronto con altre misure di connettività tipiche dell’analisi di network. Il tutto, evidentemente, lungo la scia dei test suggeriti dai vari colleghi referees che hanno controllato i nostri metodi di ricerca prima di autorizzare la loro pubblicazione. Ebbene, questa tipica e articolata procedura di verificazione accademica ci ha portati in tutti i casi allo stesso risultato: con la<br />
sola eccezione rilevante del Giappone, in tutti i paesi esaminati, in tutte le macro aree indagate come anche a livello mondiale, in tutti gli archi di tempo e con tutte le soglie adottate, il controllo del capitale risulta sempre altamente concentrato nelle mani di un limitato manipolo di grandi azionisti, che nel corso del tempo tende pure a restringersi ulteriormente. In altre parole, siamo giunti a una prima evidenza empirica a supporto della tendenza<br />
marxiana verso la centralizzazione del capitale in sempre meno mani. Naturalmente, come ogni altra evidenza scientifica anche questa può essere criticata. Ma se qualcuno avverte il bisogno di buttarla giù dalla torre dei fatti verificati, allora dovrà lavorare duramente alla ricerca di robuste prove contrarie (&#8230;)&#8221;</p>
<p>Con rispetto parlando, finora non sembra che il &#8220;temerario&#8221; Bargigli abbia lavorato &#8220;duramente&#8221;. </p>
<p>Saluti<br />
Raffaele</p>
]]></content:encoded>
		
			</item>
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		Di: Leonardo Bargigli		</title>
		<link>https://contropiano.org/news/news-economia/2025/04/14/ne-con-il-liberismo-ne-col-protezionismo-un-social-standard-0182213#comment-268227</link>

		<dc:creator><![CDATA[Leonardo Bargigli]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 14 Apr 2025 08:02:50 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Il social standard, a ben vedere, è sempre una forma di protezionismo, soltanto attuato attraverso barriere non tariffarie. E&#039; una forma di politicizzazione del commercio, dove si cerca di imporre le forme politiche occidentali (sindacati &quot;indipendenti&quot;....cioè come i nostri che negoziano salari in caduta libera????) al resto del mondo. Gli squilibri commerciali &quot;eccessivi&quot; (ammesso che si riesca a definirli in generale) si possono risolvere attraverso una riforma del sistema monetario internazionale che lo renda pienamente multilaterale e superi il predominio del dollaro, riallineando gradualmente il valore relativo delle valute verso i tassi di cambio a parità di potere di acquisto (ovvero svalutando le valute occidentali rispetto a quelle emergenti). Perché in effetti l&#039;unico squilibrio commerciale eccessivo al mondo è proprio quello degli USA. Tolta la centralità del dollaro, tolta la necessità di accumulare attivi da parte delle economie emergenti, tolti gli &quot;squilibri commerciali&quot;. Come si vede, tutto ciò non ha nulla a che vedere con il commercio. Se poi il problema è che l&#039;industria cinese sarebbe comunque troppo più produttiva di quella occidentale (quando i salari cinesi nelle aree più sviluppate sono ad un livello comparabile a quello europeo), cominciamo a chiederci come mai. Non sarà che per fare industria nel XXI secolo serve un potere politico non sottomesso ai monopoli privati, in grado di pianificare l&#039;economia per il maggiore benessere collettivo, e di rilanciare l&#039;intervento pubblico in economia sfruttando la complementarità tra investimenti privati e pubblici e di aumentare i salari per rilanciare la domanda interna senza nuovi debiti?]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Il social standard, a ben vedere, è sempre una forma di protezionismo, soltanto attuato attraverso barriere non tariffarie. E&#8217; una forma di politicizzazione del commercio, dove si cerca di imporre le forme politiche occidentali (sindacati &#8220;indipendenti&#8221;&#8230;.cioè come i nostri che negoziano salari in caduta libera????) al resto del mondo. Gli squilibri commerciali &#8220;eccessivi&#8221; (ammesso che si riesca a definirli in generale) si possono risolvere attraverso una riforma del sistema monetario internazionale che lo renda pienamente multilaterale e superi il predominio del dollaro, riallineando gradualmente il valore relativo delle valute verso i tassi di cambio a parità di potere di acquisto (ovvero svalutando le valute occidentali rispetto a quelle emergenti). Perché in effetti l&#8217;unico squilibrio commerciale eccessivo al mondo è proprio quello degli USA. Tolta la centralità del dollaro, tolta la necessità di accumulare attivi da parte delle economie emergenti, tolti gli &#8220;squilibri commerciali&#8221;. Come si vede, tutto ciò non ha nulla a che vedere con il commercio. Se poi il problema è che l&#8217;industria cinese sarebbe comunque troppo più produttiva di quella occidentale (quando i salari cinesi nelle aree più sviluppate sono ad un livello comparabile a quello europeo), cominciamo a chiederci come mai. Non sarà che per fare industria nel XXI secolo serve un potere politico non sottomesso ai monopoli privati, in grado di pianificare l&#8217;economia per il maggiore benessere collettivo, e di rilanciare l&#8217;intervento pubblico in economia sfruttando la complementarità tra investimenti privati e pubblici e di aumentare i salari per rilanciare la domanda interna senza nuovi debiti?</p>
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