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	Commenti a: La geografia delle rivolte sociali	</title>
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	<description>Giornale comunista online</description>
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		Di: Luciano		</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Luciano]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 26 Jun 2013 11:26:15 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[insomma, la morale dell&#039;articolo mi pare che alla fine rilanci il vecchio motto marxiano &quot;proletari di tutto il mondo unitevi!&quot; .  L&#039;analisi è giusta, ma secondo me incompleta: manca la dimensione geopolitica dello scontro a livello economico tra le aree del pianeta. L’affermazione che “l’abbassamento dei salari e degli standard sociali anche nei centri imperialisti rende reversibili processi come la delocalizzazione produttiva avviando controtendenze come la re-internalizzazione”
è giusta, ma non implica affatto l’esistenza di una “governance” capitalistica che gioca ai vasi comunicanti facendo arricchire o impoverire di volta in volta a suo vantaggio le masse popolari del Nord o del Sud del pianeta (questa tesi è sostenuta tra l’altro in Europa dalla destra estrema “anticapitalistica” per alimentare il razzismo). 
 Lo scontro  fondamentale nell’ epoca odierna trae origine dal tentativo dell&#039;imperialismo occidentale (non del &quot;capitalismo&quot;!) di assoggettare i paesi emergenti anche e ormai sopratutto con la minaccia militare globale, non avendo più la possibilità di esercitare il ricatto  economico e finanziario: una situazione inedita, della quale si stenta a prendere atto, limitandosi infine alla formulazione di candidi auspici di “rivolta globale”, non potendo configurare strategie mirate e soprattutto non vedendo la strategia globale dell’imperialismo (ancora una volta: non del capitalismo!) che con le “rivolte” popolari riesce a giocare spregiudicatamente e a tutto campo. La sinistra vera dovrebbe ragionare non solo compiendo analisi (giuste, ma a volte carenti o sfocate) bensì ipotizzando “scenari” proprio come fanno i vari “pensatoi” dell’imperialismo, che sempre si prefiggono obiettivi concreti a medio o lungo termine. Per esempio, se domani si scatenasse una rivolta popolare in Cina (i presupposti ci sarebbero e comunque ci fu il precedente di Piazza Tien an Men nel 1989) sarebbe automatica la solidarietà con i rivoltosi? In un simile evento si condenserebbero un’infinità di contraddizioni e ambiguità da far venire i brividi solo a pensarci:  tale  “scenario” è da tempo nell’agenda dei pensatoi dell’imperialismo, sarebbe quindi il caso di pensarci su a nostra volta e molto freddamente.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>insomma, la morale dell&#8217;articolo mi pare che alla fine rilanci il vecchio motto marxiano &#8220;proletari di tutto il mondo unitevi!&#8221; .  L&#8217;analisi è giusta, ma secondo me incompleta: manca la dimensione geopolitica dello scontro a livello economico tra le aree del pianeta. L’affermazione che “l’abbassamento dei salari e degli standard sociali anche nei centri imperialisti rende reversibili processi come la delocalizzazione produttiva avviando controtendenze come la re-internalizzazione”<br />
è giusta, ma non implica affatto l’esistenza di una “governance” capitalistica che gioca ai vasi comunicanti facendo arricchire o impoverire di volta in volta a suo vantaggio le masse popolari del Nord o del Sud del pianeta (questa tesi è sostenuta tra l’altro in Europa dalla destra estrema “anticapitalistica” per alimentare il razzismo).<br />
 Lo scontro  fondamentale nell’ epoca odierna trae origine dal tentativo dell&#8217;imperialismo occidentale (non del &#8220;capitalismo&#8221;!) di assoggettare i paesi emergenti anche e ormai sopratutto con la minaccia militare globale, non avendo più la possibilità di esercitare il ricatto  economico e finanziario: una situazione inedita, della quale si stenta a prendere atto, limitandosi infine alla formulazione di candidi auspici di “rivolta globale”, non potendo configurare strategie mirate e soprattutto non vedendo la strategia globale dell’imperialismo (ancora una volta: non del capitalismo!) che con le “rivolte” popolari riesce a giocare spregiudicatamente e a tutto campo. La sinistra vera dovrebbe ragionare non solo compiendo analisi (giuste, ma a volte carenti o sfocate) bensì ipotizzando “scenari” proprio come fanno i vari “pensatoi” dell’imperialismo, che sempre si prefiggono obiettivi concreti a medio o lungo termine. Per esempio, se domani si scatenasse una rivolta popolare in Cina (i presupposti ci sarebbero e comunque ci fu il precedente di Piazza Tien an Men nel 1989) sarebbe automatica la solidarietà con i rivoltosi? In un simile evento si condenserebbero un’infinità di contraddizioni e ambiguità da far venire i brividi solo a pensarci:  tale  “scenario” è da tempo nell’agenda dei pensatoi dell’imperialismo, sarebbe quindi il caso di pensarci su a nostra volta e molto freddamente.</p>
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