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	Commenti a: Noi, la morte e Michela Murgia	</title>
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	<description>Giornale comunista online</description>
	<lastBuildDate>Sat, 12 Aug 2023 20:02:40 +0000</lastBuildDate>
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		Di: Tony		</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Tony]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 12 Aug 2023 20:02:40 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Considera che anche Lara ha dovuto combattere con il cancro, che ha comportato l&#039;asportazione di alcune costole e un pezzo di polmone.  Dunque il suo commento acquista ancor più valore.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Considera che anche Lara ha dovuto combattere con il cancro, che ha comportato l&#8217;asportazione di alcune costole e un pezzo di polmone.  Dunque il suo commento acquista ancor più valore.</p>
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		Di: Eros Barone		</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Eros Barone]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 12 Aug 2023 17:51:08 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Gli aspetti, che colpiscono maggiormente nello psicodramma collettivo organizzato ‘ante mortem’ intorno alla propria fine per iniziativa della stessa Michela Murgia, e poi a ruota dal sistema dei ‘mass media’, sono la spettacolarizzazione e la patetizzazione. Ed è da queste coordinate culturali, etiche e sociali che si sprigiona il significato di una messa in scena barocca realizzata da un personaggio pubblico, quale era Michela Murgia, con largo impiego di moderni mezzi audiovisuali, ma strettamente connessa alla tradizione italiana e in particolare meridionale, dove la morte si è venuta configurando, per un verso, come la metafora di una rinascita e, per un altro verso, come la celebrazione individuale, familiare e mediatica della moritura. Per parafrasare Andy Warhol, nel futuro ognuno sarà famoso per settimane se si trova in una condizione senza scampo. D’altronde, che lo spettacolo pubblicitario e quello televisivo pervadano tutta la nostra società, imprimano a tutte le sue manifestazioni il marchio della decadenza e stiano minando le basi antropologiche del nostro Paese, è ormai cosa assodata, così come è assodato il fatto che sia assai rara un’autentica resistenza intellettuale. Va dato atto, però, alla scrittrice sarda di uno straordinario coraggio nell’aver rifiutato la logica, ad un tempo spietata ed ipocrita, della segregazione ospedaliera cui vengono costretti i malati oncologici terminali e nell’aver mostrato in modo attivo l’esistenza e la praticabilità dei margini di iniziativa, di comunicazione e di amore che, nonostante la malattia, ancora sussistono. Due mi sembrano pertanto essere le lezioni di vita che in tal modo la Murgia ci ha consegnato: noi non siamo coloro che moriranno – anche le bestie muoiono – ma siamo, come dicevano i Greci, i “mortali”,  coloro che sanno di dover morire, senza sapere tuttavia che cosa questo significhi e ancor più senza potersi impedire di pensarci. Non si tratta allora di risolvere il problema della morte, ma di affrontarlo. L’altra lezione che Michela Murgia ci ha dato può essere riassunta nella frase di Spinoza: «L’uomo libero non pensa a niente meno che alla morte e la sua saggezza è una meditazione non sulla morte ma sulla vita». Laddove è opportuno osservare che la seconda parte della frase è tanto evidente quanto la prima sembra paradossale. Come meditare sulla vita senza meditare anche sulla sua brevità, precarietà, fragilità? D’altronde, Spinoza corregge, in un altro passo dell’“Etica”, ciò che questo pensiero potrebbe avere di troppo unilaterale. Si tratta di riconoscere che ogni essere vivente è mortale e che nessuno può vivere o perseverare nel proprio essere senza resistere a questa morte che da ogni parte l’assale e lo minaccia. Del resto, nessuno è assolutamente libero e nessuno è saggio per intero. L’autrice del romanzo “Accabadora” sapeva che queste due caratteristiche umane lasciano al pensiero della morte dei bei giorni o delle notte difficili, che bisogna pur accettare.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Gli aspetti, che colpiscono maggiormente nello psicodramma collettivo organizzato ‘ante mortem’ intorno alla propria fine per iniziativa della stessa Michela Murgia, e poi a ruota dal sistema dei ‘mass media’, sono la spettacolarizzazione e la patetizzazione. Ed è da queste coordinate culturali, etiche e sociali che si sprigiona il significato di una messa in scena barocca realizzata da un personaggio pubblico, quale era Michela Murgia, con largo impiego di moderni mezzi audiovisuali, ma strettamente connessa alla tradizione italiana e in particolare meridionale, dove la morte si è venuta configurando, per un verso, come la metafora di una rinascita e, per un altro verso, come la celebrazione individuale, familiare e mediatica della moritura. Per parafrasare Andy Warhol, nel futuro ognuno sarà famoso per settimane se si trova in una condizione senza scampo. D’altronde, che lo spettacolo pubblicitario e quello televisivo pervadano tutta la nostra società, imprimano a tutte le sue manifestazioni il marchio della decadenza e stiano minando le basi antropologiche del nostro Paese, è ormai cosa assodata, così come è assodato il fatto che sia assai rara un’autentica resistenza intellettuale. Va dato atto, però, alla scrittrice sarda di uno straordinario coraggio nell’aver rifiutato la logica, ad un tempo spietata ed ipocrita, della segregazione ospedaliera cui vengono costretti i malati oncologici terminali e nell’aver mostrato in modo attivo l’esistenza e la praticabilità dei margini di iniziativa, di comunicazione e di amore che, nonostante la malattia, ancora sussistono. Due mi sembrano pertanto essere le lezioni di vita che in tal modo la Murgia ci ha consegnato: noi non siamo coloro che moriranno – anche le bestie muoiono – ma siamo, come dicevano i Greci, i “mortali”,  coloro che sanno di dover morire, senza sapere tuttavia che cosa questo significhi e ancor più senza potersi impedire di pensarci. Non si tratta allora di risolvere il problema della morte, ma di affrontarlo. L’altra lezione che Michela Murgia ci ha dato può essere riassunta nella frase di Spinoza: «L’uomo libero non pensa a niente meno che alla morte e la sua saggezza è una meditazione non sulla morte ma sulla vita». Laddove è opportuno osservare che la seconda parte della frase è tanto evidente quanto la prima sembra paradossale. Come meditare sulla vita senza meditare anche sulla sua brevità, precarietà, fragilità? D’altronde, Spinoza corregge, in un altro passo dell’“Etica”, ciò che questo pensiero potrebbe avere di troppo unilaterale. Si tratta di riconoscere che ogni essere vivente è mortale e che nessuno può vivere o perseverare nel proprio essere senza resistere a questa morte che da ogni parte l’assale e lo minaccia. Del resto, nessuno è assolutamente libero e nessuno è saggio per intero. L’autrice del romanzo “Accabadora” sapeva che queste due caratteristiche umane lasciano al pensiero della morte dei bei giorni o delle notte difficili, che bisogna pur accettare.</p>
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