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	Commenti a: Miracolo in sanità: inventato il capitalismo assistito	</title>
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	<description>Giornale comunista online</description>
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		Di: Redazione Contropiano		</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione Contropiano]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 30 Dec 2025 10:51:58 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[In risposta a &lt;a href=&quot;https://contropiano.org/news/politica-news/2025/12/30/miracolo-in-sanita-inventato-il-capitalismo-assistito-0190245#comment-285607&quot;&gt;Saverio&lt;/a&gt;.

Raccomandiamo sempre di mantenere i commenti entro i limiti dimensionali di un &quot;commento&quot;, altrimenti ognuno ha da parte materiale per riempire cento volte lo spazio utilizzabile...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>In risposta a <a href="https://contropiano.org/news/politica-news/2025/12/30/miracolo-in-sanita-inventato-il-capitalismo-assistito-0190245#comment-285607">Saverio</a>.</p>
<p>Raccomandiamo sempre di mantenere i commenti entro i limiti dimensionali di un &#8220;commento&#8221;, altrimenti ognuno ha da parte materiale per riempire cento volte lo spazio utilizzabile&#8230;</p>
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		Di: Saverio		</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Saverio]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 30 Dec 2025 10:29:50 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Si parla sempre più spesso di medicina del territorio, di assistenza domiciliare, di cura personalizzata e “vicina alle persone”. Un lessico rassicurante, che richiama prossimità, umanizzazione e modernizzazione del sistema di welfare. Tutto molto condivisibile sul piano dei principi. Ma è legittimo chiedersi se, dietro queste parole, non si stia consumando una trasformazione più problematica: una progressiva ritrazione del servizio pubblico, mascherata da innovazione organizzativa. Il punto critico emerge soprattutto quando si guarda alla traduzione concreta di questi modelli. Superata la fase acuta della malattia, cosa accade davvero alla persona non autosufficiente? Le poche ore di intervento garantite dal servizio pubblico, una visita infermieristica, un passaggio medico, qualche prestazione programmata, bastano a certificare una presenza istituzionale, ma non a rispondere alla natura stessa della non autosufficienza, che richiede continuità, vigilanza e cura nelle ventiquattro ore. È proprio questo il segmento che resta scoperto. E in quel vuoto si insinua una presunzione implicita, culturalmente forte ma giuridicamente fragile: l’idea che esista sempre una famiglia pronta e in grado di supplire. Ma chi assiste il malato quando il familiare deve lavorare? Si pensa davvero che, dopo il breve passaggio dell’operatore sanitario, una persona fragile possa restare sola per ore o giorni? La cura non è solo un insieme di atti tecnici: è presenza, attenzione, continuità. Trattare la cura totale come una naturale estensione dei legami affettivi significa ignorare che essa è un lavoro complesso, usurante e spesso incompatibile con le condizioni materiali di chi dovrebbe svolgerlo. Significa, soprattutto, scaricare una responsabilità pubblica su relazioni private, trasformando la solidarietà familiare in un ammortizzatore obbligatorio delle carenze strutturali. Eppure il quadro costituzionale è chiaro. L’articolo 38 attribuisce alla Repubblica il dovere di garantire mantenimento e assistenza a chi è inabile e privo di mezzi; l’articolo 32 tutela la salute come diritto fondamentale; l’articolo 3 impone di rimuovere gli ostacoli che limitano l’uguaglianza sostanziale e la dignità delle persone. La famiglia è riconosciuta come luogo di solidarietà, ma non come soggetto sostitutivo dello Stato. Quando la famiglia non c’è, non può o non vuole assumere un compito che la Costituzione non le assegna in via esclusiva, il sistema pubblico dovrebbe dimostrare di sapersi fare carico pienamente della non autosufficienza come responsabilità collettiva centrale. Invece, troppo spesso, la risposta resta incerta: soluzioni parziali, accesso difficile alle strutture residenziali, rinvio al mercato privato. In questo senso, l’assistenza domiciliare rischia di diventare non l’esito di un progetto compiuto, ma un equilibrio instabile tra buone intenzioni, vincoli di bilancio e una fiducia implicita nella capacità delle famiglie di assorbire ciò che lo Stato non riesce, o non è disposto, a garantire. Il risultato è una distanza sempre più evidente tra i principi costituzionali e la realtà effettiva del welfare. E il paradosso è che, a fronte di un apparente risparmio iniziale, si prepara spesso una progressiva privatizzazione dei servizi, con un aumento dei costi a carico dei cittadini: un film già visto. Lo abbiamo sperimentato anche in passato. La chiusura dei manicomi è stata un passo di civiltà necessario, ma in molti casi non è stata accompagnata da un adeguato rafforzamento dei servizi territoriali, lasciando pazienti e famiglie soli. Oggi il rischio è analogo: parole giuste, ma strutture insufficienti. Si dice che i soldi non ci siano, ma siamo davvero certi che sia solo una questione di risorse? O piuttosto non si vogliono toccare privilegi, sprechi e rendite che drenano miliardi dalle casse pubbliche, mentre si riducono i servizi essenziali? Se per fare una visita devo pagare, se quando mi ammalo devo arrangiarmi, se per avere una vecchiaia dignitosa devo assicurarmi privatamente, allora la domanda diventa inevitabile: a che servono le tasse? Da qui nasce anche una provocazione estrema, volutamente paradossale, come quella di abolire l’istituto del sostituto d’imposta. Non come proposta reale, ma come strumento critico per mettere in luce l’assurdità di un sistema in cui si paga automaticamente e in anticipo, senza una corrispondenza chiara in termini di diritti e servizi. Un modo ironico per riportare l’attenzione sulla funzione autentica del prelievo fiscale: finanziare beni comuni, non inefficienze consolidate. Non si tratta di antipatia verso lo Stato, ma dell’esatto contrario: di chiedere che il patto fiscale e sociale torni a essere chiaro e credibile. La ritrazione dei servizi pubblici non avviene con atti clamorosi, ma attraverso un processo lento e subdolo, mascherato da parole rassicuranti come “efficienza”, “territorio” o “modernizzazione”. Riconoscerlo è il primo passo. Pretendere trasparenza, investimenti reali e coerenza tra principi e pratiche non è polemica fine a se stessa: è un dovere civile, perché senza una presa di coscienza collettiva il diritto alla cura, all’assistenza e alla dignità rischia di trasformarsi, silenziosamente, in un privilegio per pochi.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Si parla sempre più spesso di medicina del territorio, di assistenza domiciliare, di cura personalizzata e “vicina alle persone”. Un lessico rassicurante, che richiama prossimità, umanizzazione e modernizzazione del sistema di welfare. Tutto molto condivisibile sul piano dei principi. Ma è legittimo chiedersi se, dietro queste parole, non si stia consumando una trasformazione più problematica: una progressiva ritrazione del servizio pubblico, mascherata da innovazione organizzativa. Il punto critico emerge soprattutto quando si guarda alla traduzione concreta di questi modelli. Superata la fase acuta della malattia, cosa accade davvero alla persona non autosufficiente? Le poche ore di intervento garantite dal servizio pubblico, una visita infermieristica, un passaggio medico, qualche prestazione programmata, bastano a certificare una presenza istituzionale, ma non a rispondere alla natura stessa della non autosufficienza, che richiede continuità, vigilanza e cura nelle ventiquattro ore. È proprio questo il segmento che resta scoperto. E in quel vuoto si insinua una presunzione implicita, culturalmente forte ma giuridicamente fragile: l’idea che esista sempre una famiglia pronta e in grado di supplire. Ma chi assiste il malato quando il familiare deve lavorare? Si pensa davvero che, dopo il breve passaggio dell’operatore sanitario, una persona fragile possa restare sola per ore o giorni? La cura non è solo un insieme di atti tecnici: è presenza, attenzione, continuità. Trattare la cura totale come una naturale estensione dei legami affettivi significa ignorare che essa è un lavoro complesso, usurante e spesso incompatibile con le condizioni materiali di chi dovrebbe svolgerlo. Significa, soprattutto, scaricare una responsabilità pubblica su relazioni private, trasformando la solidarietà familiare in un ammortizzatore obbligatorio delle carenze strutturali. Eppure il quadro costituzionale è chiaro. L’articolo 38 attribuisce alla Repubblica il dovere di garantire mantenimento e assistenza a chi è inabile e privo di mezzi; l’articolo 32 tutela la salute come diritto fondamentale; l’articolo 3 impone di rimuovere gli ostacoli che limitano l’uguaglianza sostanziale e la dignità delle persone. La famiglia è riconosciuta come luogo di solidarietà, ma non come soggetto sostitutivo dello Stato. Quando la famiglia non c’è, non può o non vuole assumere un compito che la Costituzione non le assegna in via esclusiva, il sistema pubblico dovrebbe dimostrare di sapersi fare carico pienamente della non autosufficienza come responsabilità collettiva centrale. Invece, troppo spesso, la risposta resta incerta: soluzioni parziali, accesso difficile alle strutture residenziali, rinvio al mercato privato. In questo senso, l’assistenza domiciliare rischia di diventare non l’esito di un progetto compiuto, ma un equilibrio instabile tra buone intenzioni, vincoli di bilancio e una fiducia implicita nella capacità delle famiglie di assorbire ciò che lo Stato non riesce, o non è disposto, a garantire. Il risultato è una distanza sempre più evidente tra i principi costituzionali e la realtà effettiva del welfare. E il paradosso è che, a fronte di un apparente risparmio iniziale, si prepara spesso una progressiva privatizzazione dei servizi, con un aumento dei costi a carico dei cittadini: un film già visto. Lo abbiamo sperimentato anche in passato. La chiusura dei manicomi è stata un passo di civiltà necessario, ma in molti casi non è stata accompagnata da un adeguato rafforzamento dei servizi territoriali, lasciando pazienti e famiglie soli. Oggi il rischio è analogo: parole giuste, ma strutture insufficienti. Si dice che i soldi non ci siano, ma siamo davvero certi che sia solo una questione di risorse? O piuttosto non si vogliono toccare privilegi, sprechi e rendite che drenano miliardi dalle casse pubbliche, mentre si riducono i servizi essenziali? Se per fare una visita devo pagare, se quando mi ammalo devo arrangiarmi, se per avere una vecchiaia dignitosa devo assicurarmi privatamente, allora la domanda diventa inevitabile: a che servono le tasse? Da qui nasce anche una provocazione estrema, volutamente paradossale, come quella di abolire l’istituto del sostituto d’imposta. Non come proposta reale, ma come strumento critico per mettere in luce l’assurdità di un sistema in cui si paga automaticamente e in anticipo, senza una corrispondenza chiara in termini di diritti e servizi. Un modo ironico per riportare l’attenzione sulla funzione autentica del prelievo fiscale: finanziare beni comuni, non inefficienze consolidate. Non si tratta di antipatia verso lo Stato, ma dell’esatto contrario: di chiedere che il patto fiscale e sociale torni a essere chiaro e credibile. La ritrazione dei servizi pubblici non avviene con atti clamorosi, ma attraverso un processo lento e subdolo, mascherato da parole rassicuranti come “efficienza”, “territorio” o “modernizzazione”. Riconoscerlo è il primo passo. Pretendere trasparenza, investimenti reali e coerenza tra principi e pratiche non è polemica fine a se stessa: è un dovere civile, perché senza una presa di coscienza collettiva il diritto alla cura, all’assistenza e alla dignità rischia di trasformarsi, silenziosamente, in un privilegio per pochi.</p>
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