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Il sistema THAAD in Corea del Sud

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Si incontreranno Donald Trump e Kim Jong Un? Già il fatto che si formuli tale ipotesi testimonia dello zig zag in atto a Washington; o, forse, dei contrasti tra chi nell'amministrazione yankee punta incondizionatamente su una soluzione militare e quanti ne temono le probabili reazioni, non solo nordcoreane.

Ad ogni modo, il presidente USA, che fino alla scorsa settimana parlava alla Reuters della “possibilità che si possa finire con un grande, grande conflitto con la Corea del Nord”, ieri accennava alla possibilità, date le “giuste condizioni", di un incontro con il leader nordcoreano – "Se fosse opportuno, lo farei assolutamente, sarei onorato di farlo", ha dichiarato alla Bloomberg – e poche ore dopo il portavoce della Casa Bianca, Sean Spicer, raffreddava gli entusiasmi, dichiarando che il processo è appena agli inizi e non è pensabile che la cosa si realizzi così presto. Il giorno precedente, in un'intervista alla CBS, Trump aveva aggiunto anche sorprendenti apprezzamenti su Kim, dicendo che egli è giunto al potere in età molto giovane, ma che la sua condotta è razionale, degna di una persona ragionevole. In ogni caso, Trump era tornato a sottolineare il ruolo della Cina per la soluzione delle questioni della penisola coreana.

In tale susseguirsi di avanti-indietro USA, l'ipotesi meno benevola è che Washington tenti di spandere nebbia per agire indisturbata nelle proprie manovre. Anche se, per la verità, continua a darsi da fare senza preoccuparsi tanto degli ammonimenti altrui: il sistema THAAD in Corea del Sud sarebbe già stato posto in allerta e pronto per l'intercettazione di missili nordcoreani.

Lo ha dichiarato ieri alla Tass il portavoce del comando delle truppe Usa in Corea del Sud, colonnello Rob Manning. Così che sembrano giungere in ritardo – quantunque ripetute ormai sin dal primo annuncio statunitense sul tema, due anni fa – le richieste cinesi a Washington di fermare l'installazione del THAAD in Corea del Sud. Questa volte Pechino, assieme alla richiesta, aggiunge però di esser pronta “ad adottare le misure necessarie alla difesa dei nostri interessi”.

E anche in Corea del Sud, scrive il nordcoreano Rodong Sinmun, continuano a mobilitarsi le forze popolari che si oppongono all'installazione del THAAD. Alla conferenza stampa di oggi a Seoul, si sono esortati i candidati alla Presidenza a dare il proprio contributo per affrontare la situazione e monitorare i passi relativi alla espansione del THAAD e si è fatto appello all'Assemblea nazionale perché adotti una risoluzione in tal senso. In un meeting tenutosi la notte scorsa di fronte all'ambasciata statunitense, si è chiesto che USA e regime sudcoreano facciano ammenda per l'uso della violenza nei confronti dei cittadini che protestano contro l'installazione e il ritiro del THAAD già messo in funzione.

Ad ogni buon conto, scrive ancora il Rodong Sinmun, “la deterrenza nucleare della RDPC per l'autodifesa è una potente garanzia per diminuire il pericolo di guerra nucleare e garantire una pace durevole sulla penisola coreana e un tesoro comune della nazione per la riunificazione e la prosperità del paese”. La pace, continua l'osservatore del Rodong, Un Jong Chol, non può essere salvaguardata con la sottomissione. È nella natura degli imperialisti di farsi più violenti quando qualcuno chiede la pace”. Il momento della “riunificazione e dell'indipendenza che avanza sotto la bandiera di By Our Nation Itself porrà fine alla divisione nazionale. Ciò sarebbe stato impensabile senza l'invincibile forza militare della RDPC”.

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