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Macron vince, ma non convince già più

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Ha già il fiatone il gruppo di golpisti En Marche! Il secondo turno delle elezioni legislative francesi ha infatti sostanzialmente ridimensionato le aspettative di un “trionfo” di dimensioni tali da annullare o quasi la presenza parlamentare di altri partiti.

Emmanuel Macron disporrà comunque di una solida maggioranza, visto che le prime proiezioni in seggi gli dà da un minimo di 319 deputati a un massimo di 350 (sui 577 totali), ma siamo già nettamente al di sotto di quanto gli avevano garantito i sondaggi prima del voto (oltre 400).

Le incertezze derivano dal sistema elettorale francese (maggioritario a doppio turno), che in molti collegi si traduce in una sfida all’ultimo voto.

Il vero vincitore di queste elezioni è comunque l’astensionismo, che ha raggiunto il livello record – per la Francia – del 56%. Il che prefigura un conflitto tra “palazzo” e “piazza”, visto che in termini percentuali la nuova formazione politica espressione diretta del capitale “europeista” rappresenta molto meno del 20% dei francesi, anche se ha ottenuto oltre il 60% dei seggi. Abbiamo dunque una dimostrazione visibile delle oscenità che avrebbe prodotto l’Italicum renziano, se non fosse stato demolito dalla Consulta: una minoranza estrema che governa in modo pressoché monarchico, contro il paese, in assenza di alternative convincenti.

Il ricambio di parlamentari è stato in ogni caso violento: il 75% dei nuovi eletti non aveva mai messo piede in Parlamento prima. Se vogliamo fare un paragone con la situazione italiana, si tratta di una infornata di “nominati” di proporzioni mai viste, non di un “rinnovamento” promosso dagli elettori.

Nonostante le perdurante incertezza sull’attribuzione di molti seggi, i gaullisti (Les Republicains) superano più o meno abbondantemente i 100 seggi. Uno stop al crollo innescato dalla candidatura presidenziale del pluri-inquisito Fillon, ma comunque il peggior risultato della loro storia. Non va comunque sottovalutato il fatto che molti rappresentanti “pesanti” di questo sono passati voti e bagagli con Macron, a cominciare dal primo ministro appena nominato, Edouard Philippe.

Si blocca anche la dissoluzione del Partito Socialista, che dovrebbe aver ottenuto tra i 40 e i 50 seggi. Così come la crisi violenta del Front Nationale di Marine Le Pen. La leader del partito fascista riesce infatti ad entrare per la prima volta in Parlamento, dopo due fallimenti, anche se non riuscirà a formare un gruppo parlamentare (ce ne vogliono 15).

Avrà invece sicuramente un gruppo France Insoummise guidata da Jean-Luc Melenchon, cui dovrebbero andare tra i 17 e i 30 seggi. Ottiene una rappresentanza al il Partito Comunista, nonostante in percentuale non abbia superato di molto il 3%, grazie al radicamento storico in alcuni collegi operai.

Macron avrà dunque una solida maggioranza parlamentare, tale da far approvare senza problemi ogni sua decisione. Ma non ha “asfaltato” – come da progetto – le altre opzioni politiche. Soprattutto, non ha affatto conquistato il consenso del paese, come testimonia l’astensionismo monstre.

Il suo programma di “riforme” è noto, e ricalca pari pari quelle fatte in Italia dai governi Monti, Letta e Renzi.

In cima a tutte c’è il completamento dell’operazione iniziata con la Loi Travail, per smantellare completamente le residue tutele dei lavoratori. Si va dal privilegiare la contrattazione aziendale rispetto a quella nazionale e di categoria. Anche il referendum fra i lavoratori, per approvare o no ogni accordo, è pensato come arma di ricatto contro i lavoratori (“o mangi la minestra o salti dalla finestra”). Ma soprattutto prevede di ridurre o cancellare il diritto alla riassunzione del lavoratore licenziato abusivamente, in cambio di un assegno una tantum. Anche i sussidi di disoccupazione verranno ridotti di molto, sotto il manto retorico che recita – come in Italia – “proteggere il lavoratore e non il posto di lavoro”.

Con un programma così, e un Parlamento schierato a difesa del governo (e della rielezione personale), è facile prevedere un conflitto sociale che contrapporrà plasticamente “palazzo” e “piazza”. Lo ha già promesso, di fatto, Jean Luc Mélenchon: “La vostra maggioranza non è legittimata a fare questo golpe sociale, faremo resistenza sociale in Francia”.

Macron pensa di affrontare lo scoglio in termini soprattutto militar-repressivi, rafforzando ed rendendo perpetua “l’emergenza terrorismo”, che affida a governo e polizia poteri sena limiti istituzionali o legali. Già è operativa, all’Eliseo, una “cellula” di coordinamento dei servizi segreti che permette al presidente di controllare direttamente gli apparati divisi fra Interni e Difesa. Con lo stato di “emergenza”, inoltre, è la polizia a scavalcare o aggirare i vari controlli di legittimità e di merito della magistratura. Come Minniti, insomma, o anche peggio…Una prova evidente di come questo sistema di “riforme” – tutte uguali, in ogni paese europeo – non è stato elaborato per rispondere alle esigenze interne dei vari paesi, ma per imporre un nuovo modello sociale in base ai diktat delle tecnoburocrazie di Bruxelles.

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