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La donna è mobile, ma nel Sahel si fa la guerra alla mobilità

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Riconosciamo che per Giuseppe Verdi sarebbe stato difficile immaginare il seguito. Era appena il 1851 quando nel suo Rigoletto appare il noto pezzo cantato. In realtà l’emigrazione italiana era già consistente. Nello stesso anno dell’opera di Verdi si realizza un censimento in Francia che annovera gli italiani tra il gruppo di migranti più numerosi. Il fenomeno crescerà in modo consistente dopo l’unità d’Italia. Nell’arco di venticinque anni i nostri connazionali che hanno emigrato saranno oltre dieci milioni. Quanto alle donne la mobilità le ha da sempre contraddistinte e in alcuni ambiti e paesi esse sono oggi la maggioranza.

La donna è mobile
qual piuma al vento,
muta d’accento
e di pensier.

La politica dell’Occidente e non solo quella è invece immobile. Finché fa comodo la mobilità è ammessa, consigliata, venduta (i connazionali in cambio del carbone nelle miniere del Belgio, per esempio). Inutile o beffarda la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani che all’articolo tredici ne assicura la possibilità.

La cospirazione è cominciata da quando la mobilità è praticata da coloro che sono ritenuti impoveriti o resi tali dalle politiche. Per fermarli si usano e abusano i sistemi di controllo, i dispositivi di ritorsione sugli aiuti allo sviluppo, di fondi legati a buone pratiche di eliminazione silenziosa dei ricalcitranti. Si arriva così alle ‘radici profonde delle cause dell’emigrazione che, “per il bene dei migranti stessi”, vengono invitati a rimanere a casa propria e smettano di dare fastidio ai conducenti del sistema. Perché poi dovrebbero ribellarsi al destino che ha disegnato le frontiere così bene fino a farne porte girevoli a senso unico.

Il politologo camerunese Achille Mbembe, espatriato universitario in Africa del Sud, afferma con acutezza che sul tema della mobilità si gioca il futuro del mondo. Tutto si muove e la vita stessa è movimento. Solo ad un certo punto e da una parte di questo mondo si cerca di contenere la mobilità e di definire ‘criminali’ quanti cercano di liberarla. Armi, soldi, mercanzie, culture, Dei, compagnie di ventura, agenzie di viaggi, enti umanitari, paradisi fiscali, giocatori di calcio e malattie, tutto circola e si sposta in senso orario. Per gli altri, invece, che della mobilità sono l’incarnazione, si chiede la collaborazione di tutti per fermarli. Sono affogati nella sabbia o seppelliti nel mare a spese del comune più vicino al porto di approdo.

La donna è mobile
qual piuma al vento,
muta d’accento
e di pensier.

Nel frattempo ventisei donne sono arrivate, immobili in una nave, al porto di Salerno, appena qualche giorno fa. Invece nel Sahel la mobilità accettata è quella dei droni armati degli Stati Uniti e dei militari che cercano un bersaglio.

Tra un migrante ed un terrorista il passo è breve e senza colpo ferire si passa con disinvoltura da uno all’altro. Nel Niger la mobilità maggiore è quella del Presidente che non fa che viaggiare. Seguono a ruota i partiti che si spostano da un’allenza all’altra a seconda della mobilità del vento del potere. Arrivano infine gli studenti che migrano tra lo sciopero degli insegnanti e quello dei loro sindacati remunerati dal potere. Ultimi, ma non meno importanti a muoversi, sono gli aiuti umanitari che passano, inosservati, nelle tasche molto mobili dei politici locali.

La donna è mobile, viva la mobilità.

Niamey, novembre 017

 

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