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“Perchè esco dalla Cgil e aderisco all’Usb”

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Alla FISAC CGIL

Compagne e compagni,

è con grande rammarico che invio questa lettera relativa alla questione in oggetto la cui decisione è irrevocabile e non soggetta a ripensamenti essendo stata presa dopo una lunga e sofferta rifles­sione sul ruolo di questo sindacato soprattutto negli ultimi 10 anni durante i quali la minoranza di sinistra ha vissuto ininfluente all’ombra di un centralismo democratico che non ha permesso alcun cambiamento di rotta.

I fatti recenti quali l’accordo sulla Rappresentanza Sindacale che ha creato alta tensione tra Landini e la Camusso le cui Intese prevedono sanzioni per chi non si adegua ( tra l’altro il Direttivo Nazionale ha escluso ogni ipotesi referendaria tra i lavoratori come propos­to dallo stesso Landini ) e l’aggressione subita da Cremaschi presso la Camera del Lavoro di Mila­no, pongono una seria questione di democrazia interna.

La decisione di dimettermi da semplice iscritto nasce dal disagio che vivo da qualche anno nello stare in un’organizzazione che a mio avviso ha tradito i princìpi fondativi che ne videro la nascita. Negli ultimi anni la CGIL, attraverso le parole dei propri segretari nazionali, ha sempre contestato, unico sindacato e bisogna dargliene atto, le leggi che si sono succedute peggiorando sempre più le condizioni della classe lavoratrice ( legge 30 o Biagi, art.8 legge Sacconi oltre a 4 riforme pen­sionistiche in 25 anni che non hanno fatto altro che riportare il quadro generale della condizione nel mondo del lavoro a com’era alla fine dell’800 ) ma in ultima analisi nei fatti poco ha concluso se consideriamo che dopo la riforma Fornero, vera pietra tombale sui diritti dei pensionati, dei la­voratori e dei giovani cui è sempre più precluso l’ingresso nel mondo del lavoro, ha avuto l’ardire di proclamare appena 3 ore di sciopero! In tutto questo la cosa drammatica è che la SINISTRA POLITICA non è mai stata così litigiosa e frammentata oltre che ridotta ai minimi termini da non rappresentare per l’elettorato una seria possibilità di cambiamento in quanto a causa di quanto det­to poc’anzi non è vista come un’alternativa, motivo per cui il Movimento 5 Stelle ha conseguito un risultato insperato alle ultime elezioni.

Il sindacalismo storico ha iniziato il proprio declino quando nel 1990 ha accettato senza grosse manifestazioni di dissenso la legge 146 sulla limitazio­ne e repressione del diritto di sciopero e i governi che si sono succeduti ( praticamente tutti di centro – destra: PDS, DS, PD, Udeur; Scelta Civica – FI, AN, UDC, PDL, Lega ) hanno distrutto lo stato sociale e ridotto al minimo i diritti acquisiti in decenni di lotte politiche e sindacali e tutto questo grazie anche alla quasi totale assenza dei sindacati.

E’ vero che all’Assemblea di via Nazio­nale del 20 febbraio ho votato la Mozione 2 come è vero che il mio intervento, in cui ho raccontato il mio dissenso e la mia decisione di lasciare la CGIL pur dandomi qualche mese ancora di tempo, era stato mosso da grande passione mista a frustrante sofferenza e smarrimento come è vero che ta­le sofferenza è tanto più grande quanto più ti rendi conto che ciò che hai di fronte non è più quello in cui hai creduto per anni ma una cosa diversa che ha subìto una mutazione e allora piuttosto che continuare ad essere minoranza ininfluente in un corpo nuovo è meglio uscirne e dirigere se non le proprie energie ( non ho mai voluto impegnarmi nel sindacalismo attivo perché in Banca d’Italia la maggioranza dei colleghi e delle colleghe vive in un mondo proprio crogiolandosi nei diritti ancora garantiti dimostrando scarsa sensibilità verso tematiche extra – ambientali ) il proprio suppor­to finanziario e numerico verso organizzazioni realmente conflittuali come l’Unione Sindacale di Base ( vi suggerisce qualcosa il fatto che aderisca alla Federazione Sindacale Mondiale fondata nel 1945 a forte stampo comunista? ) che lo scorso anno è stato l’unico sindacato a manifestare contro le politiche di austerità e la linea liberista del governo italiano portando per le vie di Roma il 18 ot­tobre ben 50.000 persone ( considerate che conta appena 300.000 iscritti ) organizzando uno sciopero generale intercategoriale di otto ore come non se ne vedevano da anni. Forse i numeri che tan­to contano sono sicuramente esigui ma è solo l’inizio di una rinascita, una rifondazione del sindacalismo nel nostro paese. Ultimamente mi sono chiesto se fosse giusto lasciare la CGIL, se fosse giusta la strada del duro dissenso e la confluenza in un altro sindacato. Ho cercato di fare un paral­lelismo con la politica perché oggi non sono contento che esistono 6 piccoli partiti comunisti che fino al 1998 erano tutti nel PRC.

Le motivazioni che hanno spinto nel corso degli anni vari esponenti del partito ad uscirne per formarne dei nuovi erano sicuramente legittime e in contrasto con la linea politica che il PRC aveva espresso con appoggi più o meno convinti ai governi di Centro–Sinistra. Ma finchè esisteva un PRC, seppure con numeri che non erano quelli del PCI che aveva una certa consistenza, le scissioni potevano essere ininfluenti sulla tenuta del partito che rappresen­tava comunque un piccolo baluardo sulla strada delle politiche neo-liberiste di destra ma quando il partito si è ridotto ai minimi termini e la situazione nel paese è diventata drammatica, ecco che in questo caso urgerebbe un passo indietro da parte di tutti per una riunificazione per un intento comune in un unico soggetto comunista. Quando negli anni 70 nascevano formazioni come DP, Il PSIUP o il gruppo del Manifesto, ciò non intaccava la struttura dei più grosso partito comunista dell’occidente e allora il dissenso, spesso legittimo, non metteva in pericolo la tenuta del partito e anzi dava modo di interrogarsi sul perché del dissenso e oggi lo stesso paragone posso trasportarlo alla vicenda della CGIL che nel corso del tempo si è trasformata da sindacato a forte connotazione marxista in organizzazione che oggi ha come riferimento un partito moderato centrista con una forte impronta cattolica quale il Partito Democratico. E allora si può spiegare così l’atteggiamento di affinità politica della CGIL col PD che può anche suscitare del sano dissenso tra iscritti e quadri dirigenti e conseguentemente provocare abbandoni ma oggi come ieri il PCI, la CGIL conta 5 mi­lioni di iscritti e non saranno queste uscite a sancirne la dissoluzione, piuttosto tutto questo potrà essere motivo di riflessione interna.

C’è un tempo per la nascita, uno per l’azione, uno per gli errori e quindi per le defezioni ma poi c’è il tempo delle difficoltà e delle riflessioni con i ripensamenti e i cambiamenti di rotta con il ritorno all’unità. Nel movimento comunista italiano tutto questo anco­ra non avviene ma c’è anche il tempo della speranza come la speranza che un sindacato come la CGIL ritrovi la propria strada smarrita e riporti al centro della propria azione la lotta vera per i di­ritti dei lavoratori senza contrattare al ribasso e ad ottenere la minore riduzione dei diritti. Ecco perché in me è forte la convinzione di continuare comunque ad essere iscritto al sindacato ma ho voglia di cambiare soggetto ( l’USB per l’appunto ) di riferimento anche se nel mio luogo di lavoro non vi è rappresentanza.

Termino questa lettera con il cuore in mano e gli occhi lucidi anche perché mi mancheranno le assemblee sindacali sul posto di lavoro ( anche se in effetti potrò sempre parteciparvi seppure da non iscritto ) e conscio che di questi tempi tutto ciò può sembrare retorico e plateale ma i veri sentimenti e le emozioni non lo sono mai.

Non mi dimetto perché so che non passerà mai la Mozione 2 a firma Cremaschi ma per ciò che la CGIL ha ( o meglio non ha ) rappresentato in questi ultimi anni. Spero di non essere stato troppo prolisso, vi ringrazio dell’attenzione ed auguro a tutti e tutte buon lavoro.

Giancarlo Onofrio

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