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“La lotta contro il razzismo è lotta anche contro lo sfruttamento”

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Secondo la recente ricerca del centro studi Cestes-Proteo l’agricoltura rappresenta una parte rilevante del Pil nazionale. E in agricoltura, quasi sempre “in nero” e con livelli di sfruttamento bestiali, i migranti sono parte decisiva del lavoro. Intervista realizzata da Radio Città Aperta.

 

Ne parliamo con Aboubakar Soumahoro, dell'Esecutivo nazionale dell'Unione Sindacale di Base. Buongiorno Abou.

Buongiorno a voi.

 

Cominciamo con l'attualità. So che sei in Puglia, una delle zone dove lo sfruttamento dei braccianti è più diffuso, per seguire la situazione. Ci racconti?

L'Usb da mesi è impegnata, sul piano generale, nella tutela e nell'organizzazione per il riconoscimento dei diritti sindacali e sociali negati ai lavoratori nella filiera agricola. Questo intervento è caratterizzato da una partecipazione massiccia da parte degli stessi lavoratori, che vedono nella Usb il soggetto sindacale di riferimento, capace di rappresentare i bisogni, gli interessi, dei braccianti che sono schiacciati, insieme a buona parte anche dei contadini, in questa filiera. Il cui vertice è la grande distribuzione organizzata, che però la sta schiacciando giorno dopo giorno, quindi anche con delle conseguenze negative sul piano della qualità del cibo, quindi il tema della sovranità alimentare. Il nostro intervento nel foggiano sta vedendo un riscontro molto, ma molto, importante da parte dei lavoratori. Proprio in questi giorni sono passati all'Usb centinaia e centinaia di braccianti agricoli. Siamo ovviamente impegnati sul tema del lavoro, sul tema della previdenza, con un intervento nelle campagne relativo anche alle questioni legate ai permessi di soggiorno, al riconoscimento per l'iscrizione nel registro anagrafico dei residenti, ai temi legati anche all'informazione sui diritti; quindi anche rispetto al tema della paga, i temi sindacali, dei trasporti e tutto il resto. Dentro questa ottica sta andando avanti un lavoro di informazione, di sensibilizzazione, che ha visto anche una grossa manifestazione l'8 marzo scorso, in seguito all'incendio che è costato la vita a due braccianti; e il 1° maggio sarà una giornata di lotta per i diritti sindacali, per i diritti sociali, con manifestazioni che si svolgeranno a Reggio Calabria e anche nel foggiano. Per dire che questo intervento, questo lavoro che stiamo portando avanti, vede il protagonismo diretto, una capacità di interpretare la propria condizione dal punto di vista di riconoscimento di diritti finora negati. L'Usb in questa sfida è impegnata, insieme agli stessi lavoratori, che ritengono che l'organizzazione per i propri diritti, l'organizzazione per il riconoscimento dei diritti sociali, i diritti sindacali; quindi anche il diritto all'abitare e contro il “decreto Minniti”. Perché una parte di questi operai agricoli sono, a loro volta, vittime di questi provvedimenti antisociali, che hanno come unico obiettivo quello di colpire il conflitto sociale.

 

Tu hai fatto riferimento al portare avanti battaglie legate al riconoscimento dei diritti, all'iscrizione all'anagrafe, ai permessi di soggiorno. Uno degli aspetti, secondo me più inquietanti, della vicenda relativa al caporalato e allo sfruttamento dei braccianti riguarda poi il fatto che molte di queste persone lavorano in nero, o comunque vengono loro formalmente riconosciute molte meno ore rispetto a quelle che poi realmente passano nei campi; mentre succede spesso che invece degli italiani si iscrivano fittiziamente come lavoratori, magari presso aziende agricole, con il solo scopo di ottenere l'assegno di disoccupazione. E' sconcertante…

Per questo motivo il nostro approccio ha una visione “di filiera”, perché se noi prendiamo singolarmente le situazioni, è chiaro che non hai una visione d'insieme. All'interno della filiera abbiamo il tema della Pac, quindi la politica agricola comunitaria, tutti quei finanziamenti e sovvenzioni che vengono elargite dalla Ue, molto spesso monopolizzate da parte grosse aziende, quindi con pochi spiccioli che arrivano ad alcuni agricoltori equalche contadino. E’ chiaro che qui abbiamo una situazione dove vengono elargiti finanziamenti ad aziende che li intascano e non garantiscono una condizione di lavoro dignitosa, quindi il riconoscimento in busta – laddove c'è, una busta – delle giornate effettivamente lavorate. Dall'altra parte il tema del trasporto, quindi gli oneri che sono a carico del datore di lavoro. Poi abbiamo tutto il tema dei braccianti che, in realtà, non si trovano in nessun modo a lavorare nei campi. Quindi da una parte abbiamo la stragrande maggioranza dei braccianti, spesso migranti, che lavorano effettivamente tutti i giorni; però sul piano ufficiale, cioè il piano delle giornate effettivamente lavorate, non raggiungono le giornate necessarie al fine del riconoscimento del diritto alla disoccupazione agricola. Dentro un quadro di lettura di filiera noi riusciamo invece ad individuare, in qualche modo, tutti questi passaggi che sono fatti in modo tale di sfruttare i lavoratori, i braccianti, e dall'altra parte incassare fondi comunitari. Sono questi elementi – e non è il caso dell'Usb, perché la nostra presenza qui è richiesta dai lavoratori che vedono nell'Usb il sindacato capace di interpretare la rivendicazione dei loro diritti negati – questa filiera vede alcuni sindacati “trasformati”, ovvero complici di un approccio che li vede svolgere il ruolo di sindacato di servizi; quindi fanno i passacarte, si passano le carte facendo finta di non vedere quello che realmente avviene dentro la filiera come livello di sfruttamento, diritti negati, per ghettizzare i braccianti, spesso migranti, in condizioni tali da poter massimizzare il profitto. Dall'altra parte abbiamo la condizione delle donne, che all'interno di questa filiera è spaventosa. Sono persone invisibili. Questo il percorso di lavoro che stiamo portando avanti.

 

Ed è un percorso importante e lungo, perché sono tante le cose che tu hai segnalato e che sono sicuramente da cambiare. Non ti voglio portare via molto tempo, però ti volevo chiedere, lo citavi anche tu in precedenza, una battuta sul “decreto Minniti”, perché perlomeno a Roma, già ieri, ha avuto le sue prime forme di attuazione. Per esempio sono stati sgomberati dei migranti nei pressi della stazione Tiburtina. Quindi un decreto come minimo discutibile che è già operativo…

Apro una parentesi: il governo è ben consapevole che il tessuto, la condizione materiale delle persone, si sta sempre più degradando. Ovvero la povertà, l'impoverimento… Chi fino a ieri si sentiva un po' tutelato, oggi si scopre povero. Contemporaneamente i migranti, che per anni, per una scelta politica precisa e scientificamente stabilita e messa in opera, sono stati ghettizzati sia sul piano legislativo, sia sul piano lavorativo che sul piano sociale – una condizione vissuta per anni e che veniva vista come una sorta di calamità, di maledizione, qualcuno direbbe divina o naturale – si è scoperto oggi che quella condizione materiale dei migranti, di soggetti che devono vivere marginalizzati, dentro quella parte della classe che vive sempre di più condizione di assoluto sfruttamento… Quella condizione oggi sta inglobando gran parte della popolazione, indipendentemente dalla provenienza geografica. I due decreti, da una parte quello relativo al Daspo – che poi viene chiamata “sicurezza urbana”, un modo e un linguaggio per distrarre le persone – ha come unico obiettivo di punire una eventuale inizio di protesta, quindi il conflitto sociale. L'altro decreto Minniti-Orlando va ad aggiungere a questa dimensione anche le aule dei tribunali, laddove le persone saranno successivamente portate; dei veri tribunali speciali ad hoc. Ed è una situazione molto spaventosa. Allora noi abbiamo di fronte a noi due prospettive, anche se probabilmente ce ne saranno di più: da una parte la via giudiziaria, affidandosi a quello che deciderà un giudice in seguito ad uno sgombero, o in seguito ad una manifestazione. Questo vorrà dire arrendersi ad una decisione che domani sarà presa più o meno dalla magistratura. Oppure la via della giustizia sociale. Il che vuol dire la legittimità del conflitto sociale. Ed è qui che andiamo a mettere insieme migranti e disoccupati. Non più a partire dalla provenienza, dalla identità soggettiva, ma partendo dalla condizione delle persone, dalla loro condizione materiale. Saldare, creare alleanza, a partire dai bisogni.

 

Saldare delle lotte che finora sono apparse divise, ma che non dovrebbero esserlo...

Questa è sostanzialmente la nostra sfida. Non scindere la lotta contro il razzismo dalla lotta contro lo sfruttamento.

 

E' chiaro. Sono d'accordo con te, credo che sia un passaggio cruciale. Finché non riusciremo a saldare queste lotte e capire che siamo tutti dalla stessa parte della lotta sarà complicato riuscire a portarla avanti. Grazie Abou per il tuo intervento.

Grazie a voi.

 

 

 

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