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La crisi ha reso l’Italia più disuguale. Cinque paesi diversi in uno

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Un rapporto reso pubblico dalle Acli (l’Associazione dei Lavoratori Cattolici) offre moltissime informazioni e diversi spunti di riflessione. Il report su “Le cinque Italie”, analizza con dovizia di dati la brusca acutizzazione delle disuguaglianze sociali nel nostro paese. Un dato sociale che si connette dentro quello geografico delle diverse aree di sviluppo e/o regressione. Il rapporto è molto ampio (116 pagine con dati, analisi e grafici).

L’approccio del rapporto ovviamente ha una dimensione europea. “Oggi il sostegno verso lo sviluppo della UE non è più generalizzato come ai tempi dell’introduzione dell’euro: dieci anni di crisi hanno incrinato i rapporti tra le istituzioni di Bruxelles, i paesi membri e le loro opinioni pubbliche” è scritto nell’introduzione.

Il rapporto sottolinea la perdita di ricchezza misurata dalla variazione del PIL, solo in parte recuperata al termine del 2016 e comunque mai tornata sopra i livelli del 2009,la riduzione del 25% della capacità produttiva nel comparto industriale, “una iattura per un paese che ancora oggi si fregia di essere la seconda potenza manifatturiera d’Europa”; la disoccupazione che non accenna a scendere almeno sotto il pur alto tasso del 10%, circa sei milioni di poveri che non dispongono dei mezzi per vivere decentemente; il debito sopra i livelli di guardia del 130%, il che ci rende per definizione sorvegliati speciali agli occhi della Commissione Europea, degli investitori istituzionali e delle agenzie di rating”.

Il rapporto annuncia poi un tentativo di disaggregazione delle conseguenze sociali della crisi e della ristrutturazione sul piano dei territori, con un approccio decisamente interessante e che, a nostro avviso, merita di essere indagato a fondo: “Il territorio diventa dunque una chiave di volta per saggiare le potenzialità di sviluppo delle comunità locali” scrive il report delle Acli, “C’è bisogno, in altre parole, di delineare una nuova geografia dei mutamenti avvenuti nella nostra società, individuando le aree che si sono riconvertite (ammodernando le proprie infrastrutture) e le zone più fragili, dove questa capacità di adattamento non è emersa”.

In una Unione Europea a più velocità, l’Italia che vorrebbe essere nel direttorio dei “primi”, porta in dote un paese socialmente e fortemente asimmetrico, a più velocità, con solo alcune regioni “integrabili” nel nucleo centrale europeo (come rilevava qualche giorno fa anche il direttore di Limes, Caracciolo) e con altre ormai completamente sganciate e marginalizzate. Insomma un po' Germania e tanta Grecia nello stesso paese. Ricomporre e riunificare queste asimmetrie economiche, sociali, tecnologiche, non è un compito che può essere assunto dalla borghesia italiana, tantomeno da quella europea. Serve mettere in campo a fare agire un altro paradigma ed altre priorità, come da tempo segnala ad esempio la Piattaforma sociale Eurostop.

Qui il Rapporto completo

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