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Fuocoammare: Considerazioni del collettivo Askavusa

Non abbiamo ancora visto il film, quindi non ci permettiamo di esprimere alcun giudizio. Abbiamo visto, come tutti, il coro mainstream, equamente ripartito tra “orgoglio nazionale” per un premio prestigioso come l’Orso d’oro, ricevuto al Festival di Berlino, e tanta melassa ipocrita sulla sorte dei migranti che invece – una volta partiti da Lampedusa . nessuno più vuole sul Vecchio Continente, né in Italia né altrove.

Ci sembra perciò giusto lasciare la parola a quegli attivisti che a Lampedusa e Linosa fanno da anni quotidianamente i conti con le necessità dell’accoglienza, l’indifferenza del potere, la generosità del popolo dell’isola, la tragedia quotidiana. Il loro giudizio ci sembra l’unico che sia doveroso ascoltare.

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Il film di Rosi ha vinto il Festival di Berlino.

E lo ha fatto meritatamente. Il film di Rosi è infatti inopinatamente un gran bel film. Cinematograficamente parlando è un’opera molto ben costruita. Montaggio e fotografia sono magistralmente gestiti e sanno dare corpo alle poetiche di cui il film è organica e armonica espressione.
Il curriculum del regista e il suo palmares, qualora ce ne fosse stato bisogno, lasciavano del resto ben sperare circa la resa cinematografica della nuova fatica filmica a cui Rosi lavorava ormai dal 2014. E la pellicola che è possibile vedere in questi giorni nelle sale ha confermato le aspettative qualitative e artistiche che era lecito nutrire al riguardo. Appare dunque condivisibile la scelta e la valutazione fatta dai membri della giuria cinematografica di Berlino.

Come realtà da anni impegnata sul territorio di Lampedusa e Linosa, però, vorremmo poter parlare anche di aspetti non esclusivamente artistici ed estetici. O, per meglio dire, vorremmo un attimo riflettere sulla natura della rappresentazione che il film dà dell’isola e delle problematiche ad esse connesse. Vorremmo cioè esprimerci su come determinate scelte espressive, narrative, poetiche, semiologiche, possano, proprio a partire dalla loro indubitabile rilevanza estetica, dare vita a forme di rappresentazione con inevitabili conseguenze politiche. Vorremmo cioè riflettere su come la coerenza di un linguaggio artistico, con i suoi codici e i suoi canoni, e la qualità espressiva a cui può dare vita, possano concorrere ad alimentare una determinata concezione delle cose, una visione del mondo che ha poi immediati risvolti pratici, connessioni dirette con i poteri che plasmano le nostre vite e le nostre società. Crediamo che una tale analisi sia doverosa anche considerando la grande risonanza massmediatica che per l’ennesima volta si sta approntando intorno all’isola di Lampedusa.

Riteniamo tra l’altro che una tale esigenza venga confermata allorché si consideri come e in che misura, a partire dalle valenze estetiche della pellicola, la grande cassa di risonanza mediatica non perda occasione di lanciarsi in considerazioni che di estetico hanno ben poco e che invece abbracciano financo la natura antropologica e lo spirito dei Lampedusani, non trascurando di misurarsi nell’analisi precipitosa dei fenomeni epocali che insistono su tale territorio.

In discussione dunque non vogliamo mettere la qualità estetica del film bensì, partendo esattamente dal riconoscimento di quest’ultima, intendiamo valutare le conseguenze da questa generate. Vorremmo cioè mettere a confronto la realtà così come emerge dal discorso sviluppato da Fuocoammare e la realtà così come risulta da altri elementi, altrettanto evidenti e incontestabili quanto lo è il valore artistico della pellicola.

Come molti lampedusani hanno avuto modo di vedere e come più volte è stato ribadito pubblicamente da Rosi, il regista ha vissuto sull’isola per molti mesi. Tale tempo non è coinciso solo ed esclusivamente con le esigenze di ripresa e di lavorazione del girato ma al contrario è stato destinato a conoscere l’isola, i suoi abitanti, le sue contraddizioni.Durante questi mesi Rosi ha avuto modo di incontrare molte persone.Ha parlato con molti di noi. È stato presente a contestazioni, iniziative, manifestazioni, frammenti quotidiani di vita, di convivialità. Ha assistito a molti eventi, ha visto dispiegarsi molte delle contraddizioni che caratterizzano aspramente l’isola e che il martellante mondo dell’informazione e della spettacolarizzazione mainstream o non prende in considerazione o stravolge e piega a proprio uso e consumo. Come lui stesso ha dichiarato in un’intervista rilasciata pochi giorni fa durante la rassegna berlinese, Rosi arrivò a Lampedusa pochi mesi dopo il naufragio del 3 ottobre 2013, trovando l’isola «militarizzata ma senza migranti». Dunque anche in una recente intervista del regista emerge una sua consapevolezza della militarizzazione delle Pelagie: una questione, del resto, su cui ha avuto modo più volte di confrontarsi con noi. Quello della militarizzazione del territorio e del mare di Lampedusa in seguito alle strutturali “emergenze” migratorie è un tema sul quale da tempo ci stiamo battendo e rispetto al quale tutti gli osservatori non pregiudizialmente restii a riconoscere l’evidenza, hanno negli anni dimostrato sensibilità.

Quello di Lampedusa è un territorio di circa 20 kmq con al suo interno un proliferare di radar (molti dispositivi sono presenti in doppia o tripla “copia” perché ogni corpo militare possiede le proprie unità di rilevamento), dispositivi per la guerra elettronica, basi e mezzi militari vari, con le connesse servitù militari. E proprio le servitù militari costringono gli ormai famosi lampedusani a non poter accedere a fette sempre più consistenti del proprio già esiguo schugghiteddu. Una militarizzazione che il grande circo mediatico, da anni orbitante famelico intorno all’isola, ha dimostrato di non prendere minimamente in esame o, quel che è peggio, di legittimare e giustificare come dispositivo necessario alle finalità umanitarie e di salvataggio: finalità cui le forze militari sarebbero, obtorto collo, costrette dalla “natura” dell’emergenza continua.
Dunque chi ha vissuto l’isola per più di un anno sa bene cosa voglia dire presenza militare a Lampedusa, fuor dai trionfalismi governativi, dalle autocelebrazioni dei vertici militari o dalla vuota fraseologia dei corrispondenti robotizzati dei tg.

Eppure una delle primissime immagini del film vede, entro una luce vespertina magistralmente carpita da chi ha curato la fotografia della pellicola, alcuni dei radar di Capo Ponente ruotare ipnotici intorno al proprio asse. Alla danza coordinata dei radar fa da sottofondo un audio – puntellato da sottotitoli onde levigarne il gracchiare incerto e precario – delle comunicazioni tra autorità italiane (Guardia Costiera? Centro operativo “Mare Nostrum”? Centro operativo “Triton”? ) e una delle tante imbarcazioni in bilico tra le onde del canale di Sicilia. In chi non ha avuto modo di conoscere la realtà lampedusana e osservi il film, la rappresentazione che emerge dalla narrazione filmica implica il collegamento tra il possibile e auspicato soccorso dei migranti e il dispositivo tecnologico-militare che ad un tale scopo viene così riferito e conseguentemente legittimato.

Ma l’elemento militare diventa quasi protagonista lirico a se stante della struttura narrativa della componente documentaristica della pellicola di Rosi. Più volte è uno scafo color grigio-militare ad agire entro le riprese, a solcare le onde del maruso e a costituire un guardiano attento e reattivo pronto a sfidare le procellose avversità per salvare vite umane.

Ed è sempre un vespro, splendido e affilato come solo l’orizzonte del mare delle Pelagie sa regalare, a fare da sfondo al “parto” di un elicottero che sul nascere di un nuovo giorno, tra cielo e mare, viene dato alla luce dall’hangar di una nave militare. Mentre l’alba colora l’orizzonte, l’ombra ormai sfilacciata di una notte stanca viene squarciata dalla luce di un hangar che lento si apre e lascia uscire dal proprio grembo la propria creatura volante ancora in fasce, come una timida crisalide appena ultimata la propria metamorfosi. Dal monitor interno della plancia di comando della nave sarà possibile assistere al volo della creatura che ha appena visto la luce e che, ormai a giorno fatto, raggiungerà il luogo ove potrà far valere la propria forza. Molte sono le sequenze girate dall’interno dei mezzi militari aereo-navali e spesso il buio degli interni è interrotto solo dal vivo e cadenzato pulsare luminoso dei monitor delle plance di comando. Non mancano neanche alcuni primi piani dei radar di bordo delle imbarcazioni, quasi a ricercare l’elemento semovente in grado di dare dinamica visibilità al protagonismo delle forze militari entro l’economia narrativa del film: così da conferire quasi una soggettività propria, di personaggio, al dispositivo militare. Quest’ultimo assume connotati lirici nella misura in cui i suoi elementi, cioè i mezzi, le tecnologie, gli uomini, sono spesso gli unici frammenti antropici di possibile salvezza entro una dimensione che vede invece solo il mare come elemento di potenziale pericolo.

Peccato però che i radar devastino di onde elettromagnetiche gli abitanti dell’isola. Peccato però che a Ponente, in quanto sito di alto valore naturalistico, i radar non dovrebbero neanche starci, come non dovrebbe starci quello di Capo Grecale, in quanto sito di interesse archeologico. Peccato che l’isola, col pretesto delle migrazioni, è da anni avamposto di guerra per quelle stesse strategie che le migrazioni le generano. Lampedusa insieme al Muos, a Birgi, a Sigonella, costituisce infatti una tessera importante del mosaico di distruzione e di guerra che il mostro NATO ha dispiegato in Sicilia e nel Mediterraneo nel corso degli anni. Cosa c’entrino le attrezzature per la guerra elettronica con i salvataggi in mare è un arcano che ancora non è dato svelare.
In Fuocoammare il binario narrativo dedicato alla vicenda migratoria dà vita ad un reportage che vuole proporsi come asciutto, essenziale, con un dominio dell’immagine concreta e immediata che vorrebbe scalzare via qualunque intervento di supporto, qualunque commento a latere.

Ma ci chiediamo se l’intensità e la profondità dell’esperienza estetica ed emozionale che la qualità del registro filmico di Rosi sono in grado di generare, arricchiscano la comprensione che lo spettatore possiede riguardo al fenomeno oggetto del reportage stesso.
Proviamo a spiegarci.

La parte più documentaristica dell’opera di Rosi si articola intorno ad uno storytelling sapientemente costruito intorno alle figure dei migranti, spesso proposte entro inquadrature molto ravvicinate e primi piani stretti e fortemente espressivi. Solo che la potente emotività che la maestria del regista è in grado di generare nello spettatore, non conferisce elementi di conoscenza a partire dai quali chi esce dalle sale possa dire di aver capito meglio quello che sta succedendo nel mediterraneo. Non si fa cenno critico alcuno al business dell’accoglienza. Al contrario, l’intera narrazione ne alimenta di fatto la legittimazione, poiché lo inserisce in uno schema binario entro il quale gioca il ruolo dell’antitesi unica alla morte in mare.

Lo spettatore non è portato a riflettere sul perché i migranti fuggano dalla propria terra; l’unica eccezione è forse rappresentata dalla sequenza struggente del canto dei migranti. L’episodio in questione (al netto del livello di negoziazione e di spontaneità che è possibile riferire ad una condizione quale quella di un centro di detenzione momentaneamente visitato da una telecamera), però, a ben guardare, si limita a dire che ci sono le bombe e le guerre, quasi che queste caschino dal cielo per disgrazia naturale, in questo confermando le concezioni mainstream per cui i migranti scappano dalle guerre e dalla povertà. Chi poi provochi guerre e povertà, quali scelte politiche ed economiche, quali poteri internazionali vi siano coinvolti, non è mai concesso poter approfondire.
Altro punto di conoscenza che resta del tutto in ombra e che lo spettatore non è minimamente spinto dalla struttura narrativa a provare a disvelare è il perché i migranti, una volta “costretti” a spostarsi, si ritrovino a farlo attraverso vie e modalità così dispendiose economicamente e così disumanamente rischiose per la propria stessa vita.
A tal proposito il film non spinge lo spettatore a farsi domande né tantomeno prova – sia pur entro i limiti del codice espressivo e del registro comunicativo in questione – ad azzardare una qualche risposta che incrini il sarcofago plumbeo con cui l’informazione dominante ha sigillato la questione migratoria negli ultimi decenni. Così come le guerre e la povertà, anche l’assurdo viaggio per mare è qualcosa di dato, quasi di scontato nel suo apparentemente naturale e autosufficiente esserci. Nessun riferimento alle leggi europee che determinano un tale stato di cose.

Le cause, così come i mezzi e le forme assunte dalle migrazioni, SONO. Punto. Non bisogna chiedersi perché. Bisogna agire. Occorrono le task forces. Infatti ci sono i militari pronti all’azione, a salvare vite umane. Il dispositivo gira alla perfezione.

Il film dunque tende a riproporre quello che Said definiva, parlando dei riferimenti all’impero coloniale nel romanzo inglese ottocentesco, una «struttura di atteggiamento e riferimento». Contribuisce cioè a ratificare un paradigma per cui la migrazione non può non essere un problema umanitario, un’emergenza, senza invece chiedersi perché e in seguito a quali fattori politici e decisionali assuma tali forme. E ad uno stato d’emergenza è la politica che risponde accreditandosi come soluzione unica ad un problema che però lei stessa contribuisce a generare. Il serpente ingoia se stesso e tra le sue spire resta intrappolato e divorato il mondo intero. Viene riproposto il paradigma per cui il migrante è un corpo passivo, destinatario di accudimento, di aiuto, di assistenza, di soccorso, di cibo, di acqua, di vestiario. Il migrante è un oggetto-vivente, ultimo anello di una catena decisionale che lo vede come finale destinatario, come passivo e asimmetrico “povero cristo” di cui prendersi cura. Il buon samaritano ha sempre un mantello in più del suo prossimo e comunque nell’epoca neoliberale il buon samaritano fa affari perché produce mantelli. Che la «struttura di atteggiamento e riferimento» da cui il film origina, e che a sua volta contribuisce a confermare, sia quella del paradigma politico-informativo dominante in materia di immigrazione, lo si apprezza già dalle prime righe dei titoli di testa. Vi si può infatti leggere delle centinaia di migliaia di migranti “approdati” a Lampedusa negli ultimi due decenni circa. APPRODATI.

Già questo termine tradisce il pregiudizio per cui i migranti abbiano Lampedusa come effettivo obiettivo delle loro rotte. Si omette cioè il fatto che Lampedusa sia in realtà un confine costruito, voluto, imposto da precise scelte politiche e che la stragrande maggioranza dei migranti a Lampedusa vi sia arrivata perché ivi condotta da autorità che sono parte integrante di un dispositivo politico, legislativo e di controllo. Perché tutti a Lampedusa e non, per esempio, a Pantelleria? Forse quest’altra isola è meno oggettivamente e fisicamente confine dell’isola Pelagica? Un tale dispositivo ha fatto dell’isola un centro di detenzione-palcoscenico da cui mandare in scena la grande tragicommedia mediatica dell’emergenza costante e del salvataggio umanitario, distogliendo l’attenzione dai molti “perché” che è bene restino nell’ombra.

La bellezza, dunque.

La grande bellezza di molti passaggi di Fuocoammare come si inserisce e che ruolo gioca in un tale quadro? La maestria con cui viene elaborato un prodotto estetico di alta qualità permette di portare alla luce elementi di maggiore conoscenza? O occulta, al di sotto della superficie fruitiva dell’esperienza estetica, il piano della consapevolezza non allineata? Che il mediterraneo sia profanato da migliaia di morti è cosa tristemente nota. Sulla retorica umanitaria abbiamo costruito le guerre degli ultimi 25 anni, del resto. E non sono certo mancate le spettacolarizzazioni voyeuristiche, in questi anni. Mostrare da vicino i morti serve se, nel farlo, si scava profondo al di sotto del senso rasserenante e semplicistico dei poteri dominanti. Se ci si ferma all’emozione, sia pure essa intensa, sincera, profonda, suscitata dalla bellezza e dall’estetica, si rimane però pur sempre sulla superficie, dove la fata morgana del miraggio e della vertigine data dal bello artistico è sempre in agguato. La bellissima e struggente immagine della lacrima mista a sangue che sgorga da un occhio ferito e oltraggiato di un migrante stremato, ti lacera il cuore. Ma l’estetica di questa sequenza ci fa attraversare il senso predefinito e approntato dal dispositivo militare e politico dominante? Crediamo che invece la struggente e tragica bellezza di tale scena abbia un potere meramente contemplativo. Il moto possente di emozioni che suscita non spinge a capire, non squarcia i veli delle facili e semplicistiche equazioni sul fenomeno migratorio. Al contrario ti lascia contemplare la tragica e titanica ineluttabilità del dispositivo così come viene ad autoimporsi.

Ci chiediamo anche se la bellezza del risultato possa esimerci dall’interrogarci sull’esigenza di mostrare al mondo certi momenti così intimi, strapparli ai legittimi possessori, per farne arte. I volti disfatti, i corpi feriti, ustionati, potevano essere mostrati diversamente? Forse. Chissà però se è stato chiesto a queste vite il permesso di farle diventare arte, bellezza, sia pur tragica. E se anche lo si è chiesto, potevano realmente decidere che arte fare con la loro stessa sofferenza? Soggetti o materia prima da plasmare?
Il secondo binario lungo il quale scorre il film di Gianfranco Rosi è quello, maggiormente finzionale, che segue alcuni squarci di vita isolana, in particolare quella del giovane Samuele.

Di questa sezione “lampedusana” del film è possibile notare alcuni aspetti. Manca quasi completamente una trattazione delle ricadute che decenni di politica dell’emergenza migratoria hanno prodotto sul territorio dell’isola. Come nel caso della militarizzazione non vi è, infatti, alcun accenno alle contraddizioni del territorio lampedusano. Si ricorre ad alcuni elementi canonici, a dire il vero un po’ stantii, e sono presenti elementi stilistici riferibili agli stereotipi meridionalisti. L’elemento picaresco del ragazzino scavezzacollo e sempre disperso per le campagne è qualcosa di già visto e francamente un po’ bisunto. Ma quel che è peggio è che il suo percorso di formazione entro la società genericamente tratteggiata come marinaresca, non offre nemmeno la possibilità di tematizzare e focalizzare le problematiche e le contraddizioni della società lampedusana. Una società che è in realtà del tutto assente da questa parte di film. Questa sezione poteva essere girata in qualunque altro territorio senza minimamente alterare l’equilibrio complessivo dell’opera.
Solo chi già conosce l’isola la riconosce, nei suoi paesaggi e nei suoi luoghi.

Ma è un lirismo del paesaggio delocalizzato. A essere tematizzati dalla narrazione non sono i luoghi nella loro componente di relazione sociale, di contraddizioni tra uomini, di conflitto. Al contrario a svolgere un ruolo sono i luoghi nella loro fattuale, immediata e data fisicità: il ruolo è però quello pacificato di fondale. Per cui un posto valeva un altro, una qualunque roccia calcarea poteva sostituire quella di Lampedusa. Quella che si tratteggia è una società lampedusana ferma e irrigidita intorno a stereotipi e visioni folcloristiche che avrebbero permesso di girare lo stesso materiale 30 o più anni fa. «Radio Delta» ad esempio che, tranne un caso in cui trasmette un brano di musica classica, manda in onda solo brani di musica siciliana. Non che questo non si verifichi nella realtà. Ma la programmazione dell’emittente è molto meno folclorica e molto più internazionale (anche nell’accezione più commerciale del termine) di quanto uno spettatore possa desumere dalla visione del film.
Non vi è contatto tra i due percorsi narrativi lungo cui il film si distende. Fatta eccezione per il brevissimo commento della signora che, intenta a governare la cucina (e anche su questo si dovrebbe riflettere) commenta brevemente la notizia di un naufragio di migranti. Un naufragio che per inciso viene detto essersi verificato (come spessissimo avviene) a 60 miglia da Lampedusa: cioè praticamente a poche miglia dalle sponde africane. Solo che, anche in quell’occasione così come nel formulario giornalistico di regime, il riferimento geografico fornito è quello di Lampedusa.

La formazione del giovane protagonista al mondo del mare è astratta, decontestualizzata, distillata. Ecco perché non si fa accenno alle problematiche della pesca lampedusana. Al fatto che le reti dei pescherecci si incaglino sui relitti dei barconi lasciati affondare dalle stesse autorità impegnate nelle missioni “umanitarie” di salvataggio. Nessun accenno al fatto che ormai il mare non rende più, che il pesce è finito, che i maestri d’ascia non lavorano più, che le barche è più conveniente demolirle che farle navigare. Eppure chi ha vissuto l’isola e ha parlato con i pescatori queste cose ha avuto modo di vederle, di conoscerle, di sentirle raccontare.

L’assenza di contatto tra i due solchi narrativi del film si evince anche nel fatto che non viene minimamente alla luce come l’economia dell’isola sia ormai dipendente dalla colonizzazione militare conseguenza della strutturale “emergenza” migratoria. Dalla pesca e dal turismo all’economia dell’emergenza. Si riesce a intuirne qualcosa grazie alla bellezza del film? Temiamo di no.
Non si fa cenno a cosa significhi non poter nascere a Lampedusa per l’assenza di un’unità neonatale. Non si fa menzione di quanto costi alle famiglie dover ovviare a tutto ciò con onerosi viaggi “da parto” nel continente. Eppure viene ripresa una gestante, una migrante trasferita sull’isola, durante lo svolgimento di un’ecografia fetale; e ritorna il dubbio circa l’invadenza dell’occhio dell’osservatore, circa la consensualità e la subalternità di chi viene osservato, circa la natura dell’immagine della donna funzionalizzata all’esigenza di narrazione.

Nessun riferimento alle difficoltà di vedere garantito, a Lampedusa, il diritto alla salute. Destino comune, è vero, a molte piccole comunità specie se isole in mezzo al mare. Ma in un territorio dove si sono spesi centinaia di milioni di euro in attrezzature militari e di sicurezza (!?) viene da pensare che l’assenza di un ospedale vero (specie quando il centro di “accoglienza” è stato per vari anni classificato come di “primo soccorso”) risulti quanto meno grottesca.
Ma tutto questo non emerge. Al contrario la visita medica al simpatico ragazzino diventa quasi un siparietto di leggera comicità che alleggerisce dai gravami di altre parti della pellicola.

Forse l’intento autoriale era quello di non far toccare la sezione dedicata alla vicenda migratoria e quella “lampedusana”. Forse si voleva realizzare un controcanto più aereo, rarefatto, maggiormente poetico nel senso di fortemente astratto. Ma riteniamo che invece vi sia una forte rivendicazione “realistica” anche relativamente a questa sezione dell’opera, sebbene sia quella maggiormente finzionale e “sceneggiata”. Non foss’altro per la rivendicazione di docufilm estesa a l’opera nel suo complesso e non certo ad una sola sua parte. Non foss’altro per come i media stanno proponendo e commentando il film senza che gli autori rivendichino una non realistica e documentaristica valenza anche per la sezione lampedusana della pellicola. E in effetti dai TG all’onnipresente e virale Fazio, non si contano i commenti e le rappresentazione di marca essenzialista sul «popolo lampedusano».

Tali generalizzazioni che riferiscono una determinata caratteristica ad un’intera categoria, in quanto consustanziale alla presunta essenza della categoria stessa, è un tipico atteggiamento binario e deterministico proprio del miglior pensiero etnocentrico e coloniale dell’occidente. Ancora una volta quindi i Lampedusani si ritrovano ad essere narrati, raccontati, definiti, omaggiati e premiati (mentre il mondo parla di Lampedusa in seguito al film di Rosi, a Lampedusa non è stato possibile vederlo; ma si sa che i Lampedusani sono un grande popolo, accogliente. Sapranno accogliere anche questo ritardo).
Il premio Nobel temiamo che prima o poi possa anche arrivare. Del resto se lo hanno dato a guerrafondai sanguinari come Obama o Kissinger, perché non darlo all’isola dell’ “accoglienza”, armata fino ai denti per le guerre NATO, che toglie diritti ai propri cittadini e che detiene dietro le sbarre i migranti con giusto un paio di cessi e di docce per centinaia di persone. Nell’era in cui domina la menzogna generale, la Lampedusa narrata dal mainstream in effetti un premio se lo meriterebbe anche. Più che per la pace sarebbe più opportuno quello per la miglior sceneggiatura originale. Ma si sa, i premi non si scelgono. Sono come i parenti, come il caval donato. Quel che viene si piglia.

Un caro amico lampedusano ci dice spesso che non sente più l’odore del lippo (i.e. muschio scivoloso tipico degli scogli ) quando si reca al porto. È convinto sia un segno di quanto sia cambiato il mare, di quanto stia poco bene. Siamo daccordo. Il mare ha cambiato odore. Crediamo anche che il lippo, le scivolosità su cui è facile perdere l’equilibrio, abbia abbandonato il mare e disseminato ben altri luoghi, ben altri percorsi. Intanto oggi il governo ha autorizzato i voli dei droni USA da Sigonella aprendo così ad un nuovo interventismo nella martoriata e genocidiata Libia. Anche a Lampedusa verrà fatto giocare un ruolo a tal proposito. Non abbiamo dubbi. Ma sempre con accoglienza e con bellezza, per carità.

Non ci resta che augurarvi buona accoglienza a tutti voi, buona guerra e buona visione.

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