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La Svizzera Italiana, l’immigrazione e i frontalieri

Quando nel 1999 vennero firmati gli accordi per la Libera circolazione delle persone tra Svizzera e Unione Europea, parte dei cittadini del Canton Ticino riteneva che tali accordi potessero tradursi in una opportunità. In molti, anche tra i lavoratori autonomi che operavano nell’edilizia e nel connesso settore delle installazioni tecnologiche, credevano nella possibilità di allargare il mercato in Italia, esportando le loro capacità professionali nella vicina e popolosa Lombardia: la dimensione dei profitti che si immaginavano di poterne derivare era notevole, dal momento che il Canton Ticino conta circa trecentomila abitanti, a fronte dei nove milioni di cittadini lombardi. Tuttavia, nel giro di qualche anno, l’improvviso rafforzamento del franco svizzero rispetto all’euro ridusse nettamente i margini di guadagno per i lavoratori ticinesi in Italia che, in aggiunta, non si sentivano persone gradite, risultando concorrenti degli autoctoni nei loro rispettivi settori d’impiego.

Contemporaneamente, a seguito della crisi economica iniziata nel 2008, i frontalieri italiani iniziarono a riversarsi in numero crescente nel Cantone: raddoppiarono in meno di cinque anni, superando quota 65.000 nel 2013. La loro presenza venne così sempre più percepita come una minaccia dai lavoratori ticinesi che consideravano i frontalieri responsabili di un sicuro aumento di disoccupati tra i residenti, mentre ne temevano l’utilizzo come strumenti di pressione al ribasso sui salari. Il 9 gennaio 2014, una pagina di Ticinolive.ch presentava il dumping salariale a danno dei ticinesi come un dato di fatto, riconosciuto trasversalmente da osservatori appartenenti al mondo politico, sindacale e mediatico. La Libera circolazione finiva di rappresentare una opportunità e diventava l’incubo di molti ticinesi. In questo clima si tenne l’iniziativa referendaria del 9 febbraio 2014 che – in Ticino più che in qualsiasi altro cantone – vide la vittoria dei voti ad essa favorevoli. Che alla radice di quel risultato soggiacessero più o meno sensate preoccupazioni di ordine economico, e non tanto sentimenti xenofobi in senso stretto, venne confermato dalle due successive iniziative referendarie. Con la prima, il 28 febbraio 2016, la cittadinanza ticinese, così come a quella elvetica, respinse una proposta di espulsione sistematica degli stranieri che commettono reati. All’inizio del 2016, in sostanza, la Confederazione sembrava meno spaventata dagli stranieri di quanto fosse due anni prima. Nel mese di settembre dello stesso anno, invece, parve di assistere a una nuova inversione di tendenza, con il trionfo dell’iniziativa “Prima i nostri”, voluta dall’Unione Democratica di Centro. In questo caso, però,  l’obiettivo dei referendari era quello di introdurre strumenti per la protezione del mercato del lavoro elvetico, ossia norme che obbligassero i datori di lavoro ad assumere cittadini stranieri solo dopo avere dimostrato l’indisponibilità di lavoratori locali per una certa posizione.

Ma, più in dettaglio, quali sono i dibattiti che hanno portato alla maturazione di quelle vittorie? E quali conseguenze ne sono derivate in concreto?

Anzitutto occorre rilevare come le autorità, ticinesi ma non solo, siano state messe in profonda difficoltà, poiché da anni devono misurarsi con iniziative il cui obiettivo è trovare formule che limitino la circolazione risultando contemporaneamente compatibili con il trattato sulla Libera circolazione. Già nel 2014, il Canton Ticino aveva commissionato all’«Istituto federale svizzero per la tecnologia» uno studio che stabilisse il senso, i limiti e i margini di un’operazione volta al contenimento della Libera circolazione stessa. La ricerca restituita alle autorità cantonali evidenziava come la limitazione dell’immigrazione non fosse una misura di per sé auspicabile per la classe dirigente elvetica. Per presupposto condiviso si riteneva opportuno attenersi ai principi della Libera circolazione almeno fino a quando degli indicatori socio-economici specifici avessero esplicitamente dimostrato la sua nocività economica e suggerito l’introduzione di misure di protezione. In questo clima, dal punto di vista attuativo, quanto fatto dalle Camere non consente l’applicazione dei contenuti di alcuna iniziativa, tanto che l’ex-deputato socialista al Gran Consiglio Nenad Stojanovic ha deciso pochi giorni fa di lanciare un referendum proprio per abrogare la legge di attuazione dell’iniziativa del 9 febbraio 2014, appena votata dalle camere, perché la ritiene insufficiente. Secondo Aymo Brunetti, ex-capo economista della Segreteria di Stato dell’economia, occorre invece avere pazienza e attendere che la Libera circolazione venga meno all’interno della UE stessa, sotto la pressione della Brexit e delle masse di rifugiati alle porte dell’Europa: se questo avvenisse rapidamente, come Brunetti ritiene, i contenuti delle iniziative svizzere potrebbero trovare attuazione.

In Ticino, in particolare, il dibattito sull’immigrazione si è trasformato in un dibattito sui frontalieri. Il 5 novembre 2015, il portale del Canton Ticino riportava di una accesa discussione tra Rico Maggi, direttore dell’«Istituto per le ricerche economiche» e docente dell’Università della Svizzera Italiana, e Fabio Losa, ricercatore della «Scuola Universitaria Professionale della Svizzera Italiana», in merito alla funzione dei frontalieri e all’utilità di un loro eventuale contenimento. Le loro posizioni si fondavano su argomentazioni di ordine metodologico e scientifico, ma riflettevano le due posizioni politiche che dominano il dibattito locale. Secondo Maggi, ai frontalieri non si dovrebbe imputare un “effetto di sostituzione” a danno dei lavoratori del Cantone ma, al limite, uno stimolo al ribasso sui salari. Per Losa, invece, tale effetto esisterebbe in molti settori dell’economia cantonale, a conferma della percezione diffusa tra i cittadini: secondo Losa, cioè, il frontalierato inciderebbe sulla disoccupazione dei residenti, ostacolandone l’ingresso nel mondo del lavoro. Lo stesso studio veniva presentato da bluewin.ch, dove si ricordava che “il mercato del lavoro ticinese negli ultimi anni ha cambiato il proprio orientamento: dal settore secondario al terziario avanzato. Allo stesso tempo l’adozione di politiche più aperte ha favorito una maggiore disponibilità del mercato del lavoro verso l’Italia. I nuovi posti di lavoro creati in Ticino, dal 2002 al 2014, sono 39.000 di cui 5.000 sono andati a cittadini svizzeri, 7.000 a stranieri residenti e 27.000 a lavoratori frontalieri. La percentuale di residenti con formazione inferiore ai 7 anni è, in Ticino, del 12%. In Svizzera dell’8,8%. L'occupazione è in crescita soprattutto nel settore terziario. Tra i lavoratori ticinesi, quelli in possesso di un titolo di studio terziario nel 2000 erano il 13% (16% il dato nazionale), nel 2010 erano il 26% (+1% rispetto alla Svizzera). L’aumento di lavoratori frontalieri avviene soprattutto nel settore terziario. In contrasto con la Svizzera nel suo complesso, la crescita dell'occupazione in Ticino è stata eccezionalmente forte nell'ambito dell’aumento dei frontalieri”. Tale aumento, però, dal punto di vista occupazionale non è andato a svantaggio dei residenti: stando alle statistiche registrate dal Dipartimento delle finanze e dell’economia (aggiornato al novembre del 2016), la disoccupazione nel Ticino nel decennio 2006-2016 non solo non è aumentata, ma è di poco diminuita.

Le riflessioni e le ricerche sviluppate nelle sedi istituzionali sono state ovviamente accompagnate dai dibattiti dei politici, oltre che dalle discussioni delle persone comuni. In questo senso, si deve notare come nel Ticino l’astio nei confronti dei lavoratori frontalieri italiani abbia continuato a crescere. Mentre una parte consistente degli analisti e degli osservatori italiani cercava di offrire un’immagine dei frontalieri come individui scelti per le loro compentenze e attitudini non presenti nel Cantone, quei media che hanno sostenuto e favorito la vittoria dei «Sì» nelle iniziative referendarie attaccavano proprio su questo versante. Il Mattinonline, per esempio, scriveva il 6 maggio 2014: “Da tempo la SUPSI, sotto il profilo occupazionale, è diventata terreno di caccia esclusivo per accademici frontalieri in arrivo da Oltreconfine. Questi ultimi, una volta insediatisi comodamente in posizioni di comando a spese degli svizzerotti fessi, assumono soltanto propri compaesani in arrivo da oltreramina, che piazzano in ogni posto disponibile; col risultato che di ticinese alla SUPSI non entra più uno spillo. Poco più di un mesetto fa alla prestigiosa posizione di condirettore del Dipartimento Tecnologie Innovative è infatti stato nominato l’ennesimo accademico in arrivo dalla Fallitalia, tale Emanuele Carpanzano”. Dopo una curiosa riflessione dai tratti marcatamente paranoidi, il giornale concludeva: “E non venite a raccontarci le solite fregnacce sulle “competenze”, sulla “qualità” e sui “profili internazionali”, che tanto non ci crede più nessuno! Se tali storielle fossero vere, infatti, alla SUPSI ci sarebbero luminari da tutto il mondo e non certo solo dalla Lombardia!”.

Un ulteriore effetto del referendum – e dei dibattiti appena descritti – è stata l’interiorizzazione di retoriche sul frontalierato e i suoi danni da parte di enti e realtà pubbliche mosse da scopi propagandistici, o dal desiderio di tutelarsi da facili polemiche. Il comune di Claro, per esempio, già nel 2015 diffondeva un manifesto per rivendicare la scelta di assumere solo personale residente. L’arciprete di Lugano, invece, si è messo alla ricerca di un sagrestano, dichiarando di preferirlo non italiano. A queste iniziative ad alto contenuto simbolico, si devono aggiungere alcune proposte che, con toni più o meno espliciti, intendono rendere più complicata la vita dei lavoratori frontalieri. La strategia per “una mobilità sostenibile” del consigliere di stato leghista Claudio Zali, per esempio, punta a limitare il numero di parcheggi abusivi perché, come racconta Aron D’Errico: “a seguito della libera circolazione e dell’invasione di frontalieri, sono nati dei posteggi abusivi, su terreni privati in zone industriali e commerciali. Il traffico, soprattutto nel Sottoceneri, è gravemente congestionato, con frontalieri che intasano le nostre strade, aumentano l’inquinamento e parcheggiano in aree pubbliche in cui sarebbe vietato”.

Per il resto, gli effetti delle iniziative referendarie non sembrano andare molto oltre. Riflesso di una reale situazione di stress nel mercato del lavoro ticinese – non in relazione alla disoccupazione, ma al livello dei salari e alla qualità delle condizioni di lavoro – le inziative non hanno portato a interventi nel mercato del lavoro stesso che, del resto, sarebbero possibili solo ipotizzando un’azione statale forte nell’economia e una serie di normative anti-dumping – a partire dall’introduzione di minimi salariali e di una contrattazione collettiva su base non aziendale – indigeribili per il governo e la classe dirigente elvetica. Il numero di frontalieri, ad oggi, non è sceso e le imprese italiane registrate in Ticino nel 2015, nonostante il referendum del 2014, sono addirittura aumentate del 55%, alla ricerca di vantaggi fiscali. In continua crescita sembrano essere solo il risentimento dei lavoratori locali nei confronti dei frontalieri e la strumentalizzazione di quel risentimento per fini politici e propagandistici.

da http://www.storialavoro.it/al-presente/

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