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La repubblica dei manganelli


Quando abbiamo parlato – all’inizio del governo Monti – di “fine della mediazione”, sia sul piano sociale che su quello politico, non tutti hanno capito. Come sempre, da destra ci hanno detto che esageravamo, che in fondo si può ancora manifestare liberamente, ecc. Da “sinistra”, si fa per dire, ci segnalavano pigramente che in fondo non c’era nessuna novità, che il capitalismo ha sempre usato la repressione, ecc.

C’è invece stato un salto di qualità. Non tanto sull’”intensità” dell’uso delle forze di polizia, quanto sulla “sistematicità” degli interventi. Insomma: non si viene picchiati più di prima, ma si viene picchiati quasi sempre.

E non dipende dai “comandanti di piazza”, né dai comportamenti dei manifestanti. Abbiamo infatti visto all’opera studenti molto pacifici e palesemente alle prime esperienze di occupazione, mamme preoccupate per la salute propria e dei figli, famiglie senza casa e anche collettivi che in piazza ci sono andati spesso, sapendoci anche stare. La risposta è una, dall’Alpi alle Piramidi.

Le testimonianze che giungono da tutti questi episodi centrano intanto un punto: le “forze dell’ordine” sono l’unico interlocutore rimasto tra protesta sociale e Stato. In senso tecnico: è infatti evidente dappertutto, anche nelle situazioni sociali più “popolane” (come gli occupanti di case), come gli agenti e i funzionari non abbiano disposizioni “politiche” con cui affrontare la protesta e talvolta cercano di coprire un ruolo non loro dovendo sostituirsi ai poteri civili. E quindi, spesso, improvvisano. Qualche volta in termini inizialmente più “dialoganti”. Poi, quando è chiaro che da dentro il Palazzo non arrivano risposte in grado di incontrare la protesta, vanno giù per le spicce, a manganellate…

A Napoli, invece, si è visto un primo – probabilmente “improvvisato” – tentativo di coniugare “fascismo popolare”, camuffato da sigle sindacali, e azione repressiva. Poliziotti e fascisti che attaccano insieme, o in rapida successione.

Nulla di nuovo, si dirà. Sì. Ma sul piano storico (i fascisti sono sempre stati servitù e “braccio armato” della classe dominante). Anche negli anni ’60 e ’70, per dire, abbiamo assistito spesso a episodi del genere. Ma erano anche decenni che non si verificavano. Ora tornano, persino sotto le decine di telecamere che ormai registrano ogni pur piccolo sussulto sociale. Quarant’anni fa sia i fascisti che le “forze dell’ordine” negavano qualsiasi intesa tra loro. A Napoli hanno invece agito “a volto scoperto”, fregandosene di lasciare una traccia video così evidente.

Sta cambiando qualcosa.

Per i movimenti queste “novità” rappresentano una minaccia e una sfida. È chiarissimo che i famosi “rapporti di forza” sono totalmente negativi e quindi non c’è assolutamente ragione di farsi risucchiare nella “fisicità” dello scontro.

Una prima presa d’atto ci sembra però necessaria. Tra le tante cose che sono ormai finite, in politica, c’è anche l’autosufficienza di ogni singola situazione di lotta o struttura organizzata. Le “singolarità” conflittuali potevano restare tali anche per decenni quando una “mediazione sociale e politica” era agibile, in vigore, in un certo senso garantita da un assetto costituzionale abbastanza riconosciuto.

Non è più così. Il principio dell’”autonomia” va quantomeno elevato di livello. Non può più significare solitudine, piccolo gruppo in concorrenza con tutti gli altri, nell’inutile attesa di diventare “egemone” sugli altri e simili.

Elevazione a coordinamento, movimento politico nazionale in grado di “fare massa critica”, e quindi di “far pesare” una soggettività altrimenti pulviscolare. Insomma, facile preda degli “aspirapolvere” repressivi. Non deve essere un caso se, all’opposto, la relazione annuale dei servizi segreti segnala con preoccupazione i tentativi di unificare o ricomporre le vertenze, le lotte e i movimenti. Se a loro dispiace che avvenga, allora è giusto farlo…

Il capitale, l’Europa, l’imperialismo, lo Stato costituiscono un dispositivo ormai almeno continentale. Lo si può contrastare, certo, solo partendo dalla specificità delle situazioni e dei bisogni. Ma solo se la partenza si sviluppa in un viaggio in una direzione unitaria. Si può pensarla come si vuole su molte cose, ma non si può aspettare di raggiungere un accordo sulle parole – dai tempi potenzialmente infiniti – per cominciare a praticare una Resistenza efficace.

Anche per questo, a Bologna, sabato 11 maggio si dovrà cominciare a ragionare sul serio.

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