Il 14 marzo a Roma ci sarà una manifestazione nazionale che, con il passare dei giorni e l’incremento delle guerre, sta acquisendo una importanza crescente.
Originariamente convocata dal Comitato per il NO Sociale per dare valore aggiunto alla campagna per il No nel referendum costituzionale e materializzare l’opposizione politica e sociale al governo Meloni, questo appuntamento di mobilitazione è venuto assumendo una nuova centralità nello scenario di guerra che sta investendo le nostre esistenze.
La manifestazione nazionale del 14 marzo a Roma può e deve diventare un primo momento generale di mobilitazione anche per dire NO alla guerra.
L’aggressione militare e unilaterale di Stati Uniti e Israele contro l’Iran, infatti si è immediatamente trasformata in un conflitto regionale con ripercussioni internazionali.
A nessuno sfugge la gravità della situazione e le possibili conseguenze sia sulla nostra vita quotidiana che sulle prospettive future.
Ci appaiono ridicoli i balbettii tesi a demonizzare l’Iran per giustificare una aggressione militare. Così come lo sono altrettanto quelli che giustificano le azioni statunitensi contro Cuba e Venezuela.
E ci appaiono inaccettabili gli atti di servilismo del governo italiano verso gli Stati Uniti, atti che rischiano di trascinare anche il nostro paese dentro la guerra.
Stiamo vedendo all’opera lo stesso gioco manipolatore e infame di sempre, utilizzato sistematicamente in passato per legittimare guerre e aggressioni ingiustificabili da parte della maggiore potenza imperialista mondiale – gli USA – e dei suoi alleati di scopo: talvolta la Nato, questa volta Israele.
Dall’Iraq alla Libia, dalla Jugoslavia all’Afghanistan, il “nemico” è sempre stato descritto come demoniaco sulla base di informazioni false e falsissime, ampiamente diffuse dal sistema politico/mediatico con l’obiettivo di rendere accettabili – o addirittura auspicabili – i bombardamenti su città, infrastrutture, popolazioni, spesso dando sfarzo alle novità tecnologiche di morte prodotte dalle industrie di armamenti.
Proprio mentre si sta consumando il tentativo di passare un colpo di spugna sul genocidio dei palestinesi e rinnovare l’impunità per Israele – assicurata con molte probabilità dai ricatti consentiti dagli Epstein files – la stessa Israele ha rilanciato l’escalation militare in Medio Oriente contro l’Iran e il Libano.
L’amministrazione Trump – alla disperata ricerca della supremazia globale perduta – si è accodata alle priorità strategiche israeliane in Medio Oriente cercando di definirne i confini delle proprie.
E’ fin troppo evidente come tutto questo vada a impattare anche sul e nel nostro paese.
In un momento estremamente critico della fase storica in cui ci è toccato di vivere, abbiamo un governo servile agli interessi strategici statunitensi e alle forze che vedono nella guerra una exit strategy della crisi del sistema dominante.
E questo non riguarda solo la subalternità a Washington ma anche l’accomodamento dietro le posizioni guerrafondaie dei governi e delle istituzioni europee, le quali reagiscono alla loro inanità politica alzando continuamente i toni e le soglie di tensione cercando di ricavarsi un protagonismo militare nei conflitti in corso.
Nell’opporsi a tutto questo non ci muove solo il semplice calcolo dei costi economici e politici già pagati e da pagare per l’allineamento alle posizioni belliciste che ormai dilagano in ogni dichiarazione o scelta tattica delle leadership occidentali.
Ci era chiaro sin dall’inizio che l’economia di guerra si sarebbe abbattuta come una clava sugli interessi popolari e gli spazi di agibilità democratica anche nel nostro paese. I ripetuti tentativi di smontare la Costituzione ne sono da tempo un segnale ben preciso. Così come lo sono la produzione a ritmi industriali di leggi repressive sulle manifestazioni, l’informazione, la libertà di espressione.
Per questa ragione una severa sconfitta del governo Meloni nel referendum potrebbe stoppare o almeno rallentare il coinvolgimento del nostro paese su questo piano inclinato.
Ma per la stessa ragione l’opposizione al governo deve assumere una fisionomia ben più convinta e convincente di quella che vediamo in Parlamento da parte delle forze del cosiddetto campo largo, dentro il quale le tentazioni delle convergenze bipartisan con la destra e il governo su molti dossier si producono fin troppo spesso.
La manifestazione nazionale del 14 marzo può essere veramente la continuità dell’ondata di indignazione popolare che abbiamo visto nelle piazze per la Palestina dei mesi scorsi, ma può diventare anche il nuovo inizio di una ipotesi generale – politica e sociale – che rimetta in campo una alternativa al governo esistente e al sistema dominante, prima che sia troppo tardi.
- © Riproduzione possibile DIETRO ESPLICITO CONSENSO della REDAZIONE di CONTROPIANO
Ultima modifica: stampa
