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Il Proletariato digitale

Il testo che segue procede in parallelo: da un lato c’è un’analisi abbastanza onesta del proletariato al tempo dell’economia digitale, sfruttato dal capitale, dalla quale però non si trae alcuna conseguenza politica; dall’altro sono prese alcune ‘cautele’ per non mettere sotto accusa l’adozione di questa versione del capitalismo anche in Cina, nonostante essa, com’è noto, abbia pressoché abolito la distinzione marxista fra lavoro necessario (quello pagato col salario) e pluslavoro (quello di cui il capitale s’appropria gratuitamente), riducendo quasi tutto il lavoro allo stato di pluslavoro (la parte di lavoro umano non retribuito che produce il plusvalore) e per di più prevenendo la formazione della coscienza e della solidarietà di classe tramite lo smembramento del proletariato e la sua dispersione geografica in miliardi di opera(tor)i sparpagliati per tutto l’orbe terracqueo e scollegati fra loro, oltreché infine travestendo parte del lavoro in gioco.

Presumibilmente anche la doppia firma, – Zhao Zichen e Liu Haijun – entrambi studiosi di prestigiose università, ma l’uno cinese l’altro inglese, serve a spartire la responsabilità della descrizione critica di un tipo di capitalismo che non solo è operante in Cina ma ne è anche uno dei suoi cavalli di battaglia nell’arengo internazionale][G.C.]

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Il Proletariato digitale: una nozione chiave per una definizione di proletariato nel contesto del capitalismo digitale. Riflessione basata sul metodo del caso esemplare di Marx.

Nell’era del capitalismo digitale, la questione delle classi sociali sta suscitando un crescente interesse nella comunità accademica, soprattutto in merito al proletariato e al lavoro digitale. Tuttavia, molte di queste discussioni sul proletariato si basano su concetti di classe che provengono dal periodo predigitale o da modelli di capitalismo non digitale, mentre non esiste un punto di vista uniforme sul lavoro digitale, la sua materialità e produttività, ciò che compromette la comprensione di questa categoria.

Il presente saggio si propone di esaminare il proletariato nel contesto del capitalismo digitale ricorrendo al metodo analitico tipico di Marx, e introducendo una nuova categoria, quella di “proletariato digitale”, come modalità di descrizione del proletariato nell’era del capitalismo digitale.

Attraverso l’analisi dei concetti di proletariato utilizzati nelle discussioni e della materialità del lavoro digitale, l’articolo si augura di poter definire chiaramente il concetto di proletariato digitale, le caratteristiche generali e i tratti comuni, ponendo così le basi per un ulteriore approfondimento sul problema delle classi sociali nella società del capitalismo digitale e su quello della costruzione del socialismo digitale.

INDICE

  1. Introduzione

  2. Analisi di alcuni concetti di classe relativi all’era del capitalismo digitale

  1. Cyber-Proletariato

  2. Precariato

  3. Cognitariato

Conclusione

  1. Il Proletariato Digitale — analisi Basata sul Metodo Analitico Esemplare di Ma

  1. Caratteristiche comuni del proletariato nel capitalismo digitale

– La materialità dei dati e del lavoro digitale

– Lavoro residuo nel lavoro digitale

– Modalità di sfruttamento del proletariato digitale

  1. Analisi tipica del proletariato digitale

– Giocatori come “giocattori”

– Utenti delle piattaforme come “giocattori”1

  1. Il proletariato digitale atipico e in senso lato

  1. L’esemplarità del proletariato digitale atipico

  • lavoratori delle piattaforme e “controllo digitale”

  • programmatori e l’algoritmo Open Source

2 Proletariato Digitale in senso lato

– Produzione indiretta dei dati

– Proletariato impiegato nella produzione indiretta dei dati

I. Introduzione

Dopo la crisi dei mutui insolvibili del 2008, l’economia digitale è diventata il nuovo trampolino di lancio per l’economia globale. Questa era dell’economia digitale è stata chiamata da Robert J. Shiller2 era del capitalismo digitale, in cui le reti informatiche permeano in misura inaudita, sia per la scala sia per le modalità, ogni aspetto dell’economia e della cultura capitaliste, diventando uno strumento e una forza trainante indispensabili per il suo sviluppo. Tuttavia, questa nuova forma economica e la penetrazione delle reti informatiche hanno anche causato tutta una serie di nuovi problemi sociali.

Tra questi, la questione delle classi sociali nel contesto del capitalismo digitale è diventata uno dei principali temi di studio per i ricercatori, a livello sia nazionale sia internazionale. Un punto in comune degli studi è il tentativo d’esplorare l’impatto del capitalismo digitale sulle classi sociali, partendo dalla struttura delle classi, con il ricorso a concetti di proletariato che presentano diverse sfumature.

Ad esempio, il concetto di “cyber-proletariato” s’incentra sull’interazione uomo-macchina e sull’applicazione della cibernetica; quello di “precariato” sulla presenza nell’economia di lavoratori non stabilizzati; quello di cognitariato sul livello di conoscenza tecnica dei lavoratori.

Nel campo della sociologia marxista, però, si nota un’enorme lacuna negli studi: non è stata ancora affrontata la questione delle classi sociali nel contesto complessivo del capitalismo digitale. Di conseguenza, quando si discute della questione delle classi sociali e del lavoro digitale nel capitalismo digitale, mancano analisi della produzione digitale e del loro prodotto, i dati, ciò che provoca un certo disordine concettuale.

Da ciò deriva la lacuna che emerge negli studi attuali: manca o è raro un ritratto del proletariato nel contesto del capitalismo digitale, di quello cioè che viene qui definito “proletariato digitale”. La ragione per cui s’enfatizza il concetto di “proletariato” e non ci si avvale di “classe operaia” è che “classe operaia” è un oggetto di ricerca sociologica generale, è un gruppo sociale che si forma dall’interazione fra diverse componenti, mentre “proletariato” si connota come soggetto attivo della lotta rivoluzionaria.

In altre parole, il concetto di proletariato digitale non descrive solo una realtà sociale di classe, ma implica anche una connotazione da attore sociale. Pertanto, il termine “proletariato” è scelto per adeguarsi alla sociologia marxista e allinearsi concettualmente con gli studi sulla costruzione del socialismo digitale. Inoltre, l’uso dell’attributo “digitale” serve a identificare con precisione questo proletariato come contraltare del capitalismo digitale. Al contrario, il prefisso “neo-” nel termine “neo-proletariato” rende il termine ambiguo e privo di riferimenti concreti, creando un “significante erratico”, che si riferisce a gruppi di persone ondi-vaghi e mutevoli.

In questo contesto, quando si usa il termine “proletariato”, è importante definire chiaramente il suo ambito, onde evitare che diventi incerto e sfuggente. Tuttavia, in questo saggio ci si concentrerà solo sugli a-spetti relativi alla produzione e alla vita del proletariato digitale, accantonando la dimensione politica, che sarà oggetto di una ricerca futura.

In generale, “proletariato digitale” rappresenta una nuova variante del concetto di proletariato, sempre in linea con la teoria marxista. Esso s’inserisce intanto e risponde alla coppia “borghesia-proletariato”, poi si avvale del carattere “digitale” per mostrarne la relazione con i più moderni processi materiali e tecnici. Così come il capitalismo digitale è una nuova realtà all’interno della società capitalista, così il proletariato digita-le è una nuova realtà all’interno del proletariato. Questo saggio si focalizza sul proletariato digitale, cioè su quella parte del proletariato che svolge lavori digitali e produce dati, restringendo a questo il campo d’ applicazione del termine “proletariato digitale”.

Secondo la prassi e il metodo di ricerca di Marx sulle classi, per ogni classe esistono forme tipiche. Ad esempio, i “lavoratori industriali” sono la forma rappresentativa del proletariato nella società moderna, gli “schiavi addetti alla produzione” quella della classe degli schiavi nell’antichità.

Anche quando considerò il capitalismo a livello globale, Marx scelse di prendere l’Inghilterra a modello di struttura economica della società moderna avanzata e tipica, ottenendone così un quadro rappresentativo. In questo modo, possiamo dire che Marx cercava di individuare l’oggetto più tipico e rappresentativo di una certa classe per analizzarne le caratteristiche generali e giungere a una sua migliore comprensione. Questo metodo, definito qui “metodo del caso esemplare”, è stato di molto aiuto alla ricerca.

Tuttavia, poiché esistono diversi termini relativi alla classe legati al capitalismo digitale, il saggio s’inizierà con una chiarificazione di tali termini onde definire con precisione il campo d’applicazione del termine di proletariato digitale. Successivamente, s’utilizzerà il “metodo del caso esemplare” sulla scorta degli studi di Christian Fuchs3 sulla catena di produzione del capitalismo digitale per precisare il significato del concetto di proletariato digitale e fornirne una definizione precisa.

II. Analisi di alcuni concetti di classe relativi all’era del capitalismo digitale

La comunità accademica ha utilizzato vari termini per discutere della questione delle classi sociali nell’era del capitalismo digitale. Alcuni di essi designano le diverse sottoclassi interne al proletariato, ma in realtà non sono strettamente legati al concetto di capitalismo digitale né vi è una relazione logica diretta. Di seguito, si procederà con l’analisi dei termini più rappresentativi e più diffusi, mettendoli a confronto con il concetto di “proletariato digitale” per chiarire meglio il significato di quest’ultimo.

(1) Cyberproletariato

Il termine “cyberproletariato” indica quel raggruppamento di individui nella società capitalista moderna che, come cyborg (gli esseri umani combinati con macchine), sono sfruttati dal capitale in quanto non possiedono mezzi di produzione indipendenti e piattaforme di lavoro proprie, ma sono costretti a svolgere la-vori per altri, in cambio del salario.

Questo concetto è molto simile a quello di “proletariato digitale” pro-posto in questo saggio, ma non è un concetto complessivo e non coincide del tutto con il concetto marxista di proletariato. Il prefisso “cyber-“ si riferisce alla cibernetica (e non alla rete, dunque si segna la distanza con capitalismo informatico), che è la scienza che studia i principi di controllo e regolazione nelle macchine, applicati successivamente anche agli organismi biologici e alle organizzazioni sociali.

Ad esempio, l’utilizzo del telegrafo e della telefonia fissa per organizzare la produzione è anch’esso un’applicazione della cibernetica. Quindi, il cyberproletariato è in realtà un “proletariato cibernetico”, dove la relazione “materiale-tecnica” non corrisponde completamente alle tecnologie digitali, ma piuttosto alla cibernetica in senso lato.

In effetti, secondo il fondatore del termine, Dyer-Witheford,4 l’origine del cyberproletariato risale all’era del capitalismo informatico, ben prima dell’applicazione diffusa delle tecnologie digitali. Inoltre, il concetto di cyber-proletariato manca di una discussione approfondita sulla natura del lavoro digitale. Sebbene alcuni studiosi tentino di interpretarlo utilizzando la discussione di Fuchs sul lavoro produttivo per adattarlo al contesto del capitalismo digitale, la mancanza di un’analisi adeguata della materialità del lavoro impedisce di includerlo a pieno titolo nel dibattito marxista sul capitalismo digitale.

In effetti, non possiamo escludere che, anche nell’era del capitalismo digitale, operino ancora resti delle for-me economiche e modalità di produzione precedenti. Pertanto, le spiegazioni che cercano di inquadrare il cyber-proletariato come un aggiornamento storico che influenzi l’intera classe sociale risultano esagerate. In questo contesto, distingueremo chiaramente il cyberproletariato dal proletariato digitale com’è discusso in questo saggio.

(2) Precariato

Il concetto di “precariato” (anche “proletariato nomade” o “proletariato instabile”) si riferisce a quella parte del neoproletariato che vive in condizioni di vita instabili e non garantite. Il concetto è una fusione tra il termine “precarious” (instabile) e il termine marxista “proletariato”. “Precario” sottolinea la differenza rispetto agli operai industriali tradizionali, in quanto i lavoratori precari non hanno un impiego stabile e sopravvivono piuttosto grazie a lavori temporanei o part-time, senza né un datore di lavoro fisso né sindacati e previdenza sociale.

Di conseguenza, il comportamento e l’atteggiamento del precariato tendono a essere opportunistici, senza una consapevolezza della potenziale influenza a lungo termine delle loro azioni. In effetti, il concetto di precariato ingloba anche i lavoratori nell’economia dei lavori a breve termine (gig economy), una modalità che origina dai salari a cottimo e non direttamente dal capitalismo digitale. Marx sosteneva che “il salario a cottimo è la forma di retribuzione più consona al modo di produzione capitalista”.

L’economia dei lavori a breve termine, che si basa su compiti individuali e calcolati a cottimo, è la premessa all’esistenza di forme economiche come il lavoro su piattaforme digitali, quello definito “capitalismo delle piattaforme”.

Dunque il precariato, nel contesto del capitalismo digitale, si riferisce a quella parte del proletariato che svolge lavori occasionali su piattaforme digitali. Come nel caso dei termini discussi prima, anche quello di precariato è stato generalizzato. Ma questa generalizzazione implica che chiunque possa diventare oggetto di sfruttamento capitalistico, una potenziale universalizzazione che non riflette una realtà esistente. Quindi, se considerato solo nel contesto del capitalismo digitale, il precariato è in effetti incluso nel concetto di proletariato digitale, ma è bene distinguerlo dalla totalità abbracciata dal termine.

(3) Cognitariato

Il “cognitariato”, alias “proletariato cognitivo”, non si riferisce ai gruppi di intellettuali o alla classe delle élite del sapere come a suo tempo indicato da Lu Xun, ma alla classe che si occupa di lavoro cognitivo, ov-vero il lavoro innovativo legato alla conoscenza. Il termine “classe cognitiva” fonde i termini “cognizione” e “proletariato”.

Nel lavoro del suo fondatore, Velardi,5 la classe cognitiva, spesso confusa con quella dei “lavoratori dell’informazione” (ingl. info-workers) e dei “lavoratori cognitivi” (ingl. cognitive workers), è definita come coloro quella composta da coloro che gestiscono informazioni per produrre beni e fornire servizi. Questo tipo di lavoro, che gestisce informazioni, è un “lavoro cognitivo”, non materiale e non misurabile in termini di tempo lavorato. Esso è differente dal “lavoro digitale” come lavoro materiale (la materialità di quest’ultimo sarà discussa infra).

È importante notare che il lavoro cognitivo tende ad essere sempre più “fisicalizzato”, con i lavoratori cognitivi che sviluppano caratteristiche fisiche simili a quelle del lavoro manuale, come i muscoli tesi a causa della concentrazione o gli occhi affaticati dallo sguardo fisso agli schermi. Inoltre, con lo sviluppo di internet, dei big data e algoritmi dell’AI, il lavoro cognitivo ha subito un processo di “de-tecnologizzazione”, trasformandosi in semplice lavoro ripetitivo. Classe cognitiva resta un termine utilizzato da molti studiosi per discutere delle classi sociali nel contesto del capi-talismo digitale.

Dal punto di vista del concetto e della sua applicazione sociale, appare che la classe cognitiva si avvicina di più alla concezione di classe di Durkheim che a quella di Marx. La classe cognitiva, in effetti, non si riferisce al proletariato industriale, ma a un “proletariato conoscitivo”, ovvero a un gruppo di persone che, pur avendo un alto livello di istruzione, ricevono salari bassi non in linea con le loro qualifiche.

Questo “scadimento dei titoli di studio” è il risultato del crescente aumento delle richieste di competenze tecniche e cognitive da parte delle aziende. Il capitalismo che sta dietro a questa classe è il “capitalismo cognitivo”, che si basa sulla produzione di beni e servizi cognitivi, differenziandosi dal capitalismo digitale, che è in-centrato sulla produzione di dati.

Conclusione

Da questa rassegna dei termini relativi al proletariato, emerge che nessuno di quelli proposti si adatta compiutamente al concetto di proletariato nel capitalismo digitale. Nessuno di questi concetti include in modo esplicito la tecnologia digitale o la produzione di dati. Inoltre, il proletariato digitale non è un’entità separata dal proletariato marxiano, ma una nuova formazione che emerge all’interno del proletariato stesso nell’era del capitalismo digitale. Pertanto, se vogliamo descrivere il proletariato digitale, dobbiamo individuare i gruppi sociali più rappresentativi che incarnano il significato del termine.

III. Il Proletariato Digitale — Un’Analisi Basata sul Metodo Analitico Tipico di Marx

Per individuare un tipico esempio di proletariato digitale nella realtà sociale, dobbiamo prima chiarire le sue caratteristiche e identificarne la parte più rappresentativa, poi spiegare il fondamento della nuova divi-sione di classe.

  1. Caratteristiche comuni del proletariato nel capitalismo digitale

  1. Materialità dei dati e del lavoro digitale

Marx riteneva che la forza motrice fondamentale della storia e dello sviluppo sociale fosse la forza produttiva materiale, cioè quella potenza materiale che gli uomini espletano attraverso l’attività produttiva materiale. Allo stesso modo, il capitalismo digitale e il proletariato digitale devono essere determinati dalla produzione materiale, e il lavoro digitale deve essere considerato un lavoro di produzione materiale. Tuttavia, la materialità del lavoro digitale non è stata ancora riconosciuta adeguatamente, anzi, esso è spesso considerato lavoro immateriale.

Per descrivere la produzione materiale nel capitalismo digitale, è necessario partire dal “dato”, il prodotto del capitalismo digitale, a conferma della materialità del lavoro digitale.

Attualmente, la comunità accademica considera il lavoro digitale un lavoro produttivo, quello che produce dati generali,6 che consistono nell’astrazione di tutti i dati; sono i risultati dei dati che, eliminando le caratteristiche individuali, vengono trasformati in una forma che può essere elaborata dagli algoritmi, ma che in realtà è composta da innumerevoli dati specifici, cioè dai dati prodotti da ciascun individuo. Se consideriamo la generazione di dati all’interno dei dati generali, vediamo che anche un singolo bit (l’unità più piccola di dati) è prodotto direttamente o indirettamente dall’interazione tra uomo e macchina.

Anche un singolo bit di dati richiede il consumo di energia elettrica e dev’essere scritto su un supporto di memoria, un supporto materiale da cui dipende per rimanere conservato, anche se la manipolazione si limita al “copiarlo e incollarlo”. In questo processo, oltre all’interazione uomo-macchina come lavoro umano, ci sono solo due elementi materiali evidenti: l’energia e il supporto di memoria del computer. Ma è la prova che i dati sono essenzialmente materiali e costituiscono il prodotto materiale del lavoro digitale.

Un altro argomento che conferma la materialità dei dati e del lavoro digitale è che i dati hanno un costo d’archiviazione. Nessuno può leggere i dati su un dispositivo di archiviazione senza gli strumenti e l’energia necessari. Inoltre, l’analisi della distinzione tra informazione e dati ci rivela che i dati e l’informazione sono strettamente collegati ma distinti. I dati sono la forma e il vettore dell’informazione, mentre l’informazione è il significato contenuto nei dati.

I dati non hanno significato finché non influenzano i comportamenti concreti, diventando informazione. Ciò significa che i dati, sebbene rappresentino un contenuto non immateriale, sono materiali e costituiscono il vettore dell’informazione. La produzione diretta dei dati presuppone l’ informazione in quanto lavoro materiale, e infatti, nella realtà, non esiste produzione di dati che non presupponga l’informazione.

  1. Lavoro residuo7 nel lavoro digitale

Una volta confermata la materialità del lavoro digitale, occorre far intervenire i concetti di lavoro necessario e lavoro residuo all’interno del lavoro digitale. Secondo Marx, la caratteristica dello sfruttamento capitalistico è che la borghesia si appropria del lavoro residuo senza pagarne il valore. Il lavoro residuo esi-ste sempre in relazione al lavoro necessario.

Che costituisce il lavoro necessario nel lavoro digitale? È evidente che, considerando i dati generali pro-dotti dal lavoro digitale, il pluslavoro non figura. Poiché nel capitalismo i dati generali, come megadati (ingl. big data), sono privati e posseduti dal capitale, tutto il lavoro digitale che produce questi dati diventa lavoro necessario. In altre parole, poiché i mezzi di produzione nel lavoro digitale sono privatizzati, i dati prodotti vengono inglobati nei grandi insiemi di dati, trasformandosi in pluslavoro.

Allo stesso tempo, il lavoro digitale, come qualsiasi altro lavoro, si manifesta anche in forme complesse. Ad esempio, nel caso della raccolta dei dati sugli utenti da parte delle piattaforme, il lavoro digitale si mescola con altre forme di pluslavoro. Nella complessità di questi processi, il lavoro digitale è anch’esso pluslavoro, che viene appropriato dal capitale insieme al resto del pluslavoro. A un livello astratto, la produzione di megadati è tutta pluslavoro. Tuttavia, a un livello concreto, alcune produzioni di dati specifici, a causa dei loro particolari rapporti di produzione, possono essere considerate come lavoro necessario, come nel caso della scrittura di codici o della cattura dei movimenti.

Ma queste forme specifiche di lavoro sono minoritarie rispetto alla produzione complessiva dei megadati, che è tutta pluslavoro. Pertanto, la differenza tra il proletariato digi-tale e il proletariato tradizionale è che, nel caso del proletariato digitale, gran parte del pluslavoro è rappresentato dai dati prodotti dal lavoro digitale, che costituiscono, nella maggior parte dei casi, il totale del pluslavoro.

  1. Modalità di sfruttamento del proletariato digitale

Il lavoro digitale, considerato in toto pluslavoro, è la forma estrema dello sfruttamento capitalistico. Dobbiamo quindi esaminare perché in tanti lavorano senza remunerazione, e come i megadati vengano appropriati dal capitale. La causa fondamentale del fenomeno risiede in un altro fattore che rende possibile lo sfruttamento nel capitalismo digitale: il potere sociale del capitale.

Lo sfruttamento di classe si basa essenzialmente sul monopolio dei mezzi di produzione e sulla coercizione sociale nei confronti dei lavoratori. Alcuni studiosi sostengono che i megadati siano prodotti dell’ umanità, ma che il processo di accumulo dei dati sia spesso legato a sistemi invadenti come la sorveglianza e il monitoraggio. È questo un buon esempio di come il capitalismo digitale sfrutti il lavoro attraverso il controllo dei dati. Qui, il capitale esercita un potere sociale che costringe gli individui a cedere i propri dati, ottenendo tale consenso attraverso la proprietà privata dei mezzi di produzione del lavoro.

La concessione di licenze all’utente esigono da questi ultimi la rinuncia ai propri diritti sui dati prima di utilizzare un qualsiasi servizio. Questo consenso è in realtà ottenuto attraverso la proprietà privata dei mezzi di produzione, come evidenziato dai contratti di licenza che gli utenti devono accettare senza possibilità di negozia-zione.

L’astrusità di questi contratti è tale che, se un utente volesse comprenderli a fondo, sarebbe obbligato a leggere per 76 giorni consecutivi, a dimostrazione che agli utenti non resta altra scelta che acconsentire, pena la perdita dell’accesso ai propri dati! Pertanto, i lavoratori digitali devono consegnare tutto il loro pluslavoro, cioè i dati prodotti, per poter utilizzare i servizi digitali, il che costituisce una forma abietta di sfruttamento.

(B) Esemparità del proletariato digitale

In base alle caratteristiche comuni al proletariato digitale, qui ne selezioniamo una sezione, quella dei ‘giocattori’,8 coloro che creano contenuti per i giochi digitali, come esempio rappresentativo del proletariato digitale nel suo complesso. Il termine qui coniato ex novo di ‘giocattore’ [cfr. ingl. playbour] è stato introdotto da Cook in riferimento ai giocatori che contribuiscono alla produzione di contenuti modificando i giochi, come nel caso di “Counter-Strike”, un mod di “Half-Life”. Successivamente, il termine è stato esteso per riferirsi a tutti gli utenti che forniscono i propri dati personali per generare grandi quantità di dati. Il lavoro di questi utenti contribuisce direttamente alla creazione di profitti per le piattaforme digitali, attraverso la produzione gratuita di dati.

  1. Giocatori come “Playbour”

Il termine ‘giocattore’ inizialmente si riferiva ai giocatori che creano videogiochi. Ad esempio, Steam, una delle maggiori piattaforme di vendita e socializzazione dei videogiochi, offre un supporto tecnico chiamato workshop che consente ai giocatori di modificare i giochi. Questi ultimi, pur migliorando la loro esperienza di gioco e condividendo i contenuti con la comunità, aumentano il richiamo del gioco, spingendo altri a comprarlo. In questo processo, i produttori di giochi si appropriano del valore creato dai giocatori senza pagarli, trasformando tutto il lavoro dei giocatori in pluslavoro non remunerato.

  1. Utenti delle piattaforme come giocattori

Il termine giocattore s’estende anche agli utenti delle piattaforme digitali, che producono dati attraverso il loro comportamento in rete, p.es. sui social o sulle piattaforme di contenuti. Ogni interazione con queste piattaforme, come postare su Twitter, caricare video o contribuire a Wikipedia, genera dati che vengono razziati dalle aziende e diventano parte del loro profitto. In questo caso, l’utente è spinto a produrre dati gratuitamente, e la sua partecipazione alla piattaforma è forzata dal potere sociale del capitale, che possiede la piattaforma e i dati prodotti dagli utenti.

IV. Il Proletariato Digitale Atipico e in Senso Lato

Marx, nello studio della società capitalista, scoprì che anche nei paesi a capitalismo molto sviluppato e e-semplare, come la Gran Bretagna, esisteva una vasta gamma di “strati intermedi e di transizione”. Allo stesso modo, nel capitalismo digitale non possiamo affermare che esista solo un proletariato digitale standard, senza compresenza di altre forme di proletariato.

Queste aziende digitali estraggono plusvalore dall’ attività digitale degli utenti; in percentuale, la popolazione globale che utilizza internet era nel 2022 il 66% della popolazione mondiale; dunque si deve ammettere anche l’esistenza di porzioni atipiche e altro che corrispondono alle caratteristiche comuni del proletariato digitale.

Nella realtà sociale, il lavoro digitale non è necessariamente alternativo ad altre forme di lavoro; quello svolto attraverso piattaforme digitali (come i fattorini per la consegna) produce dati in compresenza di forme di lavoro retribuito. Inoltre, i dati, come materia, si differenziano dai beni materiali in generale in quanto dipendono dai computer e dai loro supporti di memoria (dischi rigidi, nuvole ecc.) per essere generati e persistere.

Dunque esiste anche una forma indiretta di produzione dei dati, quella dei dispositivi elettronici associati a questi ultimi. Vediamo così che esiste una versione amplificata del proletariato digitale, che include non solo il proletariato digitale in senso stretto (addetto alla produzione diretta dei dati), ma anche quello che si occupa della produzione di dispositivi elettronici correlati ai dati (produzione indiretta). Il proletariato che si occupa di questa produzione indiretta di dati costituisce anche un anello intermedio e di transizione tra il capitalismo digitale e il capitalismo globale, fungendo da interfaccia tra il proletariato digitale e quello globale.

Di conseguenza, dobbiamo esaminare anche il proletariato digitale non tipico e amplificato, evidenziando in esso la componente digitale e mantenendo così la coerenza del concetto di proletariato digitale nell’era del capitalismo digitale e la sua immanenza. A questo proposito, le analisi di Fuchs9 sul ciclo produttivo del capitalismo digitale e la ‘struttura a cerchi concentrici’ proposta da Sadowski10 forniscono spunti utili per l’analisi di quest’aspetto.

(A) Ciò che è tipico nel proletariato digitale atipico

Nella società contemporanea, imbevuta capillarmente di tecnologie digitali, il lavoro digitale ha invaso anche altre forme di lavoro, dando origine a una serie di proletariati digitali atipici. Gli esempi più emblematici di questa commistione di forme di lavoro sono i fattorini delle piattaforme e i cosiddetti programmatori (comunemente chiamati in cinese ‘braccia alla tastiera’ e ‘scimmie programmatrici’ in inglese).

  1. Lavoratori delle Piattaforme e “Controllo Digitale”

Nelle ricerche sociologiche sul controllo del lavoro dei fattorini sulle piattaforme digitali, è emerso che queste piattaforme raccolgono, spesso senza che i lavoratori ne siano consapevoli, una vasta quantità di dati (come la posizione, la velocità, le caratteristiche fisiche) attraverso i loro telefonini, sui quali è installato il software di consegna. Successivamente, i dati raccolti vengono elaborati mediante calcoli nella nuvola, costruendo un sistema di gestione che consente alle piattaforme di controllare i lavoratori.

Questo processo è stato definito “controllo digitale” e consiste nella raccolta discreta dei dati e nel loro utilizzo per il control-lo del processo lavorativo, pur mantenendo l’illusione di una “neutralità” tecnologica. In questo contesto, possiamo osservare che i fattorini (e, analogamente, gli autisti delle piattaforme) producono dati durante il loro lavoro, che vengono requisiti gratuitamente dalla piattaforma e finiscono nei depositi di megadati, diventando uno strumento con cui il potere capitalistico governa i lavoratori.

  1. Programmatori e l’Algoritmo Open Source

Nel caso dei programmatori, la “rivoluzione algoritmica” ha conferito al loro lavoro una caratteristica distintiva di apertura e innovazione. Lo sviluppo degli algoritmi è assai avanzato e beneficia di una forte cooperazione internazionale attraverso i software open source, dove codici e programmi vengono caricati gratuitamente su piattaforme come GitHub, a disposizione di tutti, per essere utilizzati, modificati e diffusi.

Questo ha portato a un significativo aumento della produttività del lavoro dei programmatori, poiché possono migliorare i propri strumenti di produzione mentre allo stesso tempo li rendono accessibili agli altri. Per esempio, in passato un falegname poteva solo affinare la propria ascia, mentre ora un codificatore può “co-piare e incollare” qualsiasi miglioramento, e fare in modo che esso venga applicato su tutte le altre “asce”.

Tuttavia, anche i programmatori, come tutti i lavoratori, fanno parte del proletariato che vende la propria forza lavoro per ricavarne i mezzi di sussistenza. Nonostante il concetto di open source, il lavoro dei programmatori rientra comunque nei circuiti capitalistici, poiché le tecnologie e i codici creati vengono utilizzati per rafforzare il capitalismo, e il lavoro degli sviluppatori alla fine serve a produrre valore per il capitale. Inoltre, l’alienazione del lavoro fa sì che, con l’aumento dell’efficienza e la riduzione delle barriere all’ingresso, il lavoro dei programmatori viene ulteriormente dequalificato e il loro salario si riduce, ciò che va a vantaggio del capitale.

Questi due esempi di proletariato digitale atipico non comportano un lavoro puramente digitale, ma in entrambi i casi il lavoro e i suoi prodotti digitali giocano ruoli diversi nel contesto lavorativo complessivo. Alcuni dati vengono appropriati dal capitale per scopi di “controllo digitale”, mentre altri servono come risorse pubbliche per il funzionamento del sistema produttivo capitalista.

  1. Il Proletariato Digitale in senso lato

  1. Produzione Indiretta dei Dati

Per esplorare questa parte, dobbiamo ritornare alle caratteristiche della produzione dei dati per comprendere l’esistenza di un proletariato digitale ampliato. La produzione dei dati è il risultato dell’interazione tra l’uomo (cioè la forza lavoro) e la macchina (i mezzi di produzione), con il risultato di tale interazione che viene registrato su un supporto di memoria (l’oggetto del lavoro), diventando dati. Come Marx diceva: “Il processo lavorativo è solo il processo che avviene tra l’uomo e la natura; gli elementi essenziali del processo di lavoro sono comuni a tutte le forme sociali di sviluppo.”

Pertanto, qualsiasi elemento del processo di lavoro, se mancante, impedirebbe il completamento di tale processo. Per quanto riguarda la produzione dei dati, se manca un supporto di memoria come oggetto del lavoro, il processo lavorativo digitale non può avvenire. I dati non possono esistere senza un supporto di memoria che li contenga. Quando si parla di tecnologie come i server cloud, i dati non solo dipendono dal supporto di memoria, ma consumano anche energia per essere mantenuti. La produzione di dispositivi elettronici correlati ai dati, quindi, costituisce una produzione indiretta di dati.

  1. Proletariato Impiegato nella Produzione Indiretta dei Dati

Ora che abbiamo compreso cosa comporta la produzione indiretta dei dati, possiamo cominciare a osservare i lavoratori impegnati in questa produzione. Grazie allo studio di Fox sul ciclo produttivo dei dispositivi digitali, possiamo esplorare come la produzione digitale, compresa la produzione indiretta, costituisca una parte fondamentale del mondo capitalistico globale. Prendiamo ad esempio l’iPhone: ogni dispositivo è composto da oltre duecento componenti forniti da più di duecento fornitori globali.

Questi componenti provengono da fabbriche sparse in tutto il mondo e vengono assemblati in mega-fabbriche in Asia. Componenti tecnologicamente avanzati provengono principalmente da Giappone, Corea del Sud e Stati Uniti. L’assemblaggio e la produzione di questi dispositivi avvengono attraverso una divisione del lavoro globale, che coinvolge sia lavoratori altamente qualificati nei paesi sviluppati che operai nelle linee di montaggio nei paesi in via di sviluppo. Questi lavoratori fanno parte del proletariato digitale che si occupa della produzione indiretta di dati, creando la base materiale per i dati stessi.

In questo processo, il proletariato impiegato nella produzione di dispositivi elettronici è un anello di congiunzione tra la produzione diretta di dati e altre forme di produzione materiale, formando una rete di connessioni globali e interdipendenti. Con questa analisi, possiamo costruire una “struttura a cerchi concentrici” per rappresentare il posto del proletariato digitale all’interno del proletariato globale, e come il suo ruolo si colleghi alla produzione globale di dati.

V. Conclusione

Attraverso l’esame e l’analisi delle teorie marxiste e delle ricerche sociologiche precedenti, questo articolo ha messo in luce il vuoto concettuale che esiste riguardo al proletariato nel contesto del capitalismo digitale. Su questa base, l’articolo ha analizzato altri concetti legati al proletariato nel capitalismo digitale, chiarendo il significato originale di questi concetti, e ha proposto il concetto di “proletariato digitale” come un nuovo significante che colma tale vuoto semantico.

Inoltre, l’articolo ha confermato la materialità del lavoro digitale svolto dal proletariato digitale utilizzando il “metodo dell’analisi tipica”, chiarendo le caratteristiche comuni e le definizioni generali del proletariato digitale, e ha costruito una “struttura a cerchi concentrici” per spiegare le distinzioni tra il proletariato digitale in senso ampio e stretto, nonché la relazione tra il proletariato digitale nel suo complesso e il proletariato generale.

Infine, il concetto di proletariato digitale proposto in questo articolo contribuirà a esplorare ulteriormente le questioni di classe nel contesto del capitalismo digitale, nonché a svolgere un ruolo centrale nel dibattito su un possibile socialismo digitale e, in futuro, sul comunismo digitale, in qualità di soggetto rivoluzionario.

*Gli autori: Zhao Zichen, ricercatore presso la Faculty of Arts, Humanities and Social Sciences, Università di Edinburgo; Liu Haijun, professore della Facoltà di Marxismo, Università di Tianjin (Tientsin), 2024

NOTE:

1 cin. 玩工 wángōng (dove wan-/giocare+gong-/lavoratore), nel senso di partecipante ad attività ludiche in rete (come videogiochi, social, mondi virtuali o app gamificate) che così facendo produce dati sfruttabili da aziende o piattaforme, spesso senza nemmeno la consapevolezza di star lavorando gratis in conto terzi: col termine si rimanda insomma al giocatore-attore delle migliorie [possibile resa italiana: giocat(ore)+(lavorat)tore=giocattore, cfr. ingl. playbourer]

2 (1946-) economista statunitense, Premio Nobel per l’Economia 2013, autore fra l’altro di Animal Spirits, Esuberanza Irrazionale ecc.

3 Chistian Fuchs & Vincent Mosco, Marx in the Age of Digital Capitalism, Chicago, 2016

4 Nick Dyer-Witheford, Cyber-Marx: Cycles and Circuits of Struggle in High Technology Capitalism, 1999

5 Andrea Velardi, Il nuovo paradigma, Messina, 2006

6 Alias megadati, big data

7 Alias necessario, opposto a pluslavoro, residuo in quanto non concorre alla valorizzazione del capitale

8 Proposta di neologismo, parola port-manteau formata da giocat(ore)+(produt)tore][cfr. ingl. playbourer, incastro fra player e labou-rer]

9 Christian Fuchs, Der digitale Kapitalismus. Arbeit, Entfremdung und Ideologie im Informationszeitalter, 2023

10 Jathan Sadowski,.Too Smart: How Digital Capitalism is Extracting Data, Controlling Our Lives, and Taking Over the World, Monash, 2020

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