Cos’è il progetto comunista?
Quando si studia il decisivo passaggio dalla teoria alla praxis all’interno del marxismo, si rimanda frequentemente ogni genere di dubbio e di contraddizione alla sola sfera teorica: la mancata comprensione del mondo risulterebbe quindi da un insufficiente lavoro teorico. Eppure, l’emergere di dubbi e perplessità all’atto in cui si confronta la teoria con la trasformazione del reale non è semplicemente naturale da una prospettiva dialettica, ma assolutamente necessaria.
La questione posta qui di seguito rientra precisamente in uno di quei casi in cui ogni dubbio rispetto alle conclusioni è assolutamente necessario, poiché l’origine di tale dubbio non risiede tanto nella sfera teorica quanto in quella reale. La questione, posta nella forma più astratta possibile, è la seguente: i limiti di praticabilità del progetto comunista definiscono la natura del progetto stesso?
Le definizioni del “progetto comunista”
Partiamo dalle definizioni “scolastiche” del comunismo inteso come progettualità: “la vera risoluzione del conflitto tra l’uomo e la natura e tra l’uomo e l’uomo”1 (definizione che pone un obiettivo non solo politico, ma pure antropologico al comunismo) o, più genericamente “il movimento reale che abolisce lo stato di cose presente”2.
Ancora, il comunismo può essere pure inteso come fine delle ideologie (Engels3 e Karl Korsch4), quindi come trasformazione a un tempo politica, antropologica e culturale.
Infine, il comunismo semplicemente inteso come termine dell’alienazione economica, senza la pretesa di risolvere le altre alienazioni, come nell’analisi di Samir Amin: “il comunismo permette alla società di liberarsi dell’alienazione economicistica-mercantile che è la condizione che permette la riproduzione del sistema capitalista, ma forse non delle alienazioni che ho definito antropologiche”5.
Si possono intuire le derivazioni pratiche delle differenti posture: fino a dove è quindi lecito spingere l’ambizione del progetto comunista, e conseguentemente la prassi per realizzarlo?
Proviamo quindi a elaborare una prima, parziale risposta: seguendo il principio del metodo dialettico, non cerchiamo tanto si asserire un valore di verità (o meno) alle differenti definizioni, ma proviamo a comprenderle come momenti differenti che comunicano tra loro all’interno di un comune e collettivo progetto intellettuale marxista.
Partendo dall’intuizione del Marx del Capitale (quindi critico dell’economia politica, ideologia del suo tempo) iniziamo la nostra analisi dalla negazione dello stato di cose presente come un movimento che, dall’interno della sfera ideologica, si scaglia contro i rapporti di produzione e riproduzione mascherati in essa e da essa.
Se il comunismo può essere definibile – certo non riducibile – anche al suo momento intellettuale, come anti-ideologia iconoclasta, allora possiamo supporre che il suo primo movimento sia proprio questo, una negazione che risiede innanzitutto nella negazione dell’ideologia egemone.
Tale definizione è però insufficiente, poiché si pone ora il problema di comprendere in quale direzione muove tale progetto intellettuale: per rispondere a questo secondo quesito, non possiamo che “muovere al concreto”, ovvero guardare come concretamente il concetto si muova nella storia reale.
Nella storia, il comunismo può essere rappresentato come una spinta ideologica concreta e variamente definita, dalle esperienze del socialismo reale, ai progetti intellettuali fino alle lotte di liberazione nazionale. In questo, quindi, la definizione marxiana di movimento reale che abolisce lo stato di cose presente è coerente, ma pecca di astrattezza e genericità.
Proviamo conseguentemente a comprendere se le altre definizioni risolvono i problemi di quella marxiana, partendo innanzitutto dalle differenze: la definizione marxiana di comunismo come “movimento” si distingue dalle altre poiché identifica il comunismo come processo, mentre le altre immaginano il comunismo come processo già realizzato, “in stasi”.
Tra queste definizioni “statiche”, esiste una seconda differenziazione, ovvero quella tra il comunismo inteso come stato di cose distinto da quello presente per l’assenza di alienazione economica (Amin) e quella che lo distingue come un superamento più generale dell’alienazione in quanto tale (Korsch, Engels e in parte lo stesso Marx).
La fine dell’alienazione economica o di tutte le alienazioni
Analizziamo le derivazioni pratiche della definizione di Amin: essa, riducendo il numero di requisiti per definire un progetto politico come “comunista”, rende più facile definire comuniste o socialiste alcune esperienze storiche concrete (come nel caso della Cina6), riducendo il rischio di “utopizzare” il comunismo, distaccandolo da qualsiasi esperienza reale.
Essa però racchiude un rischio se assunta acriticamente: quella, per dirla con Hegel, di avere la stessa postura delle “coscienze infelici7”, le quali accettano ogni alienazione che non sia economica, incapaci innanzitutto di prefigurare un progetto trasformativo comunista che si attui anche sull’alienazione intesa in senso generale.
D’altra parte, definizioni del progetto comunista che si pongano questo obiettivo, se da un lato prefigurano un progetto totale rispetto alla trasformazione dell’esistente e dell’umano dall’altro finiscono spesso per negare ogni sviluppo reale che vada in quella direzione: si veda la critica all’URSS di Karl Korsch in Marxismo e filosofia, Camus in L’uomo in rivolta8(1951) nei confronti del socialismo reale o Roy Bhaskar, quando critica genericamente ogni progetto socialista in Dialectic: The Pulse of Freedom (1993)9. Il rischio è allora quello di prendere la forma di coscienza delle “anime belle10”, distaccate dai processi reali a favore della purezza teorica e pratica.
Conclusione
Corollario di quest’ultimo passaggio è che nessuno dei due gruppi di definizioni è in sé errato, ma semplicemente parziale. L’ambizione trasformativa del progetto comunista non può prescindere dal superamento dell’alienazione intesa nella forma più generale possibile (come ammesso dallo stesso Amin in Crisi); al contempo, tale progettualità non può evadere dal riconoscere che l’alienazione economica rappresenta l’alienazione da superare come primo e ineludibile passaggio, come evidenziato dal Marx delle Tesi su Feuerbach e da Engles nella Lettera a Bloch.
Questa differenza tra tensione astratta e generale per un progetto universalistico da un lato e dall’altro parziale e felice accettazione di talune trasformazioni che si verificano concretamente nella storia fa il pari con l’analisi di Evald Ilyenkov rispetto alla necessaria dialettica tra astratto e concreto11. Essa non serve solo a comprendere il mondo, ma pure per avere la spinta ideologica per cambiarlo.
Abbiamo quindi visto i limiti di entrambe le definizioni “statiche” se vengono erroneamente assunte come generali, quando rappresentano solo momenti parziali di un concetto più generale:
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L’anima bella, se non si muove da pulsione negativa (praxis) cade nell’intellettualismo preferendo continuare a interpretare il mondo anziché cambiarlo;
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La coscienza infelice, scissa rispetto a sé stessa nel tentativo di tutelare le sue alienazioni dalla critica ideologica che è in grado di muovere (quindi scotomizzata12), annulla l’energia critica alla base del proprio soggettivo contributo al processo rivoluzionario, tendendo politicamente all’opportunismo e intellettualmente all’eclettismo per giustificare di fronte a sé stessa una prospettiva contraddittoria.
Vediamo quindi come la definizione iniziale di Marx nei Manoscritti economico-filosofici esplica e direziona gli altri due gruppi di definizioni statiche, che si configurano come momenti concettualmente distinti e interrelati del movimento trasformativo che è il comunismo.
Nel desiderio trasformativo del reale (progetto) c’è necessariamente insoddisfazione dello stato di cose presenti (critica negativa totale) e parziale soddisfacimento del processo trasformativo che opera nella direzione della fine dello sfruttamento e dell’alienazione tout court. Possiamo concludere, quindi, che nella dialettica del desiderio e dell’attesa operante muove il movimento reale che abolisce lo stato di cose presente.
1 K. Marx, Manoscritti economico-filosofici del 1844.
2 K. Marx, F. Engels, L’ideologia tedesca.
3 “Con la soppressione delle classi scompare anche la necessità di queste illusioni ideologiche”, F. Engels, Ludwig Feuerbach e il punto d’approdo della filosofia classica tedesca.
4 K. Korsch, Marxismo e filosofia. “Con la realizzazione pratica della società comunista vengono meno anche le forme ideologiche della coscienza sociale”,
5 S. Amin, LA CRISI. Uscire dalla crisi del capitalismo o uscire dal capitalismo in crisi?
6 https://monthlyreview.org/articles/china-2013/
7 G. W. F. Hegel (1863), La fenomenologia dello Spirito
8 “La rivoluzione, dopo aver promesso la giustizia, ha imposto il terrore. In nome dell’uomo futuro, si è negato l’uomo presente”.
9 Actually existing socialism failed not because it went too far, but because it did not go far enough in human emancipation.
10 G. W. F. Hegel (1863), La fenomenologia dello Spirito
11 E. Ilyenkov (1960), Dialectics of the Abstract & the Concrete in Marx’s Capital
12 Operazione psicologica inconscia, attraverso la quale il soggetto occulta o esclude dall’ambito della sua coscienza o della memoria un evento o un ricordo a contenuto penoso o sgradevole.
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