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	Commenti a: Per un New Deal europeo	</title>
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	<description>Giornale comunista online</description>
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		Di: Ernesto Screpanti		</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Ernesto Screpanti]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 24 Feb 2024 17:20:38 +0000</pubDate>
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		Di: Redazione Contropiano		</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione Contropiano]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 24 Feb 2024 15:24:23 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[In risposta a &lt;a href=&quot;https://contropiano.org/interventi/2024/02/22/per-un-new-deal-europeo-0169570#comment-249845&quot;&gt;Ernesto Screpanti&lt;/a&gt;.

da Eros Barone.
Eros Barone.

&quot;Robina&quot; la pianificazione, che è l&#039;essenza del socialismo/comunismo? Ma in quale Olimpo, lontano dalla storia e quindi dalla “realtà effettuale” di machiavelliana memoria, vive Screpanti? 
E&#039; proprio il contrario, poiché la pianificazione centralizzata è una caratteristica imprescindibile del socialismo ed è coessenziale alla (e costitutiva della) instaurazione della egemonia del proletariato. 
Sennonché Screpanti, tutto preso dal suo &quot;programma minimo&quot; per un &quot;governo di sinistra&quot;, dimentica un piccolo particolare: che persino un programma onestamente socialdemocratico come quello da lui elaborato è irrealizzabile senza la conquista di quel potere politico di Stato che si trova, come anche lui forse sa, nelle mani della borghesia capitalistica, e che non si dà alcuna conquista del potere politico di Stato senza una rivoluzione socialista che abbatta quel potere di classe e lo sostituisca con un potere di classe radicalmente alternativo La sua posizione risulta invece più vicina ad una concezione (se non antistatalista ed anarchicheggiante) democraticista e autogestionaria di stampo menscevico, che fa leva sull’idea secondo cui la proprietà statale socialista non sarebbe l’espressione più avanzata di rapporti di produzione collettivistici, ma, al contrario, una nuova forma di sfruttamento, in genere definita con il termine impreciso di “capitalismo di Stato” (ircocervo concettuale, questo, ben distinto dalla categoria leniniana indicata con lo stesso sintagma nel periodo della NEP). 
Così, la concezione apertamente anticentralista di Screpanti oblitera il fatto che Lenin, ben prima del primo piano quinquennale, fece approvare la statalizzazione della terra, dei boschi e delle acque nell’area controllata dal potere sovietico; che fin dal dicembre del 1917 il potere bolscevico aveva proceduto alla statalizzazione delle banche; che ancora Lenin, fin dal 1918, aveva statalizzato gran parte dell’industria e delle miniere russe. 
Ma non basta: come risolvere in un regime socialista, senza una scelta chiara e decisa a favore del centralismo e della pianificazione, la contraddizione tra interessi generali della collettività nazionale e interessi corporativi di singole frazioni dei lavoratori? 
Infine, è necessario ribadire che la concezione apertamente anticentralista, più o meno imbellettata dalla crema retorica di un democraticismo piccolo-borghese, disconosce il fatto che l’ostilità ideologica verso la proprietà statale rappresenta l’orientamento politico-sociale teoricamente adottato e sistematicamente applicato dalla borghesia negli ultimi decenni al fine di ridurre il peso delle imposte pubbliche sui patrimoni e sui profitti e di scatenare la concorrenza più rovinosa tra le diverse frazioni dei lavoratori salariati (privati e pubblici, autoctoni e immigrati, meridionali e settentrionali, stabili e precari, pensionati e attivi, anziani e giovani ecc.). 
Riassumendo, la statalizzazione delle forze produttive è il primo passo per giungere alla socializzazione delle forze produttive e risolvere, seguendo un processo storico-dialettico, una delle contraddizioni fondamentali - e, nella fase di transizione, quella principale - del modo di produzione capitalistico: la contraddizione tra la pianificazione nella fabbrica e l’anarchia nel mercato (contraddizione che si risolve estendendone il lato dialetticamente progressivo, cioè la pianificazione, a tutta la società). Così, la &quot;regolamentazione socialmente pianificata della produzione&quot; di engelsiana memoria (cfr. l&#039;&quot;Anti-Dühring&quot;), cioè la pianificazione socialista, pur non determinando da sola il passaggio alla fase socialista/comunista, ne è la condizione di base essenziale. La pianificazione socialista si configura, in altri termini, come la spina dorsale di una società nuova: espressione di una libertà conquistata e mezzo per consolidarla ed estenderla senza posa. 
Una società, per dirla con Gramsci, in cui tutti dirigono o controllano chi dirige. In conclusione, il massimo della centralizzazione statale (laddove questa è indispensabile per mettere fine allo “sviluppo ineguale” proprio del sistema capitalistico), insieme con il massimo del controllo popolare (laddove questo è altrettanto indispensabile per coinvolgere tutti i lavoratori nella pianificazione ed elevare la loro coscienza in quanto individui che sono “esseri sociali”).]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>In risposta a <a href="https://contropiano.org/interventi/2024/02/22/per-un-new-deal-europeo-0169570#comment-249845">Ernesto Screpanti</a>.</p>
<p>da Eros Barone.<br />
Eros Barone.</p>
<p>&#8220;Robina&#8221; la pianificazione, che è l&#8217;essenza del socialismo/comunismo? Ma in quale Olimpo, lontano dalla storia e quindi dalla “realtà effettuale” di machiavelliana memoria, vive Screpanti?<br />
E&#8217; proprio il contrario, poiché la pianificazione centralizzata è una caratteristica imprescindibile del socialismo ed è coessenziale alla (e costitutiva della) instaurazione della egemonia del proletariato.<br />
Sennonché Screpanti, tutto preso dal suo &#8220;programma minimo&#8221; per un &#8220;governo di sinistra&#8221;, dimentica un piccolo particolare: che persino un programma onestamente socialdemocratico come quello da lui elaborato è irrealizzabile senza la conquista di quel potere politico di Stato che si trova, come anche lui forse sa, nelle mani della borghesia capitalistica, e che non si dà alcuna conquista del potere politico di Stato senza una rivoluzione socialista che abbatta quel potere di classe e lo sostituisca con un potere di classe radicalmente alternativo La sua posizione risulta invece più vicina ad una concezione (se non antistatalista ed anarchicheggiante) democraticista e autogestionaria di stampo menscevico, che fa leva sull’idea secondo cui la proprietà statale socialista non sarebbe l’espressione più avanzata di rapporti di produzione collettivistici, ma, al contrario, una nuova forma di sfruttamento, in genere definita con il termine impreciso di “capitalismo di Stato” (ircocervo concettuale, questo, ben distinto dalla categoria leniniana indicata con lo stesso sintagma nel periodo della NEP).<br />
Così, la concezione apertamente anticentralista di Screpanti oblitera il fatto che Lenin, ben prima del primo piano quinquennale, fece approvare la statalizzazione della terra, dei boschi e delle acque nell’area controllata dal potere sovietico; che fin dal dicembre del 1917 il potere bolscevico aveva proceduto alla statalizzazione delle banche; che ancora Lenin, fin dal 1918, aveva statalizzato gran parte dell’industria e delle miniere russe.<br />
Ma non basta: come risolvere in un regime socialista, senza una scelta chiara e decisa a favore del centralismo e della pianificazione, la contraddizione tra interessi generali della collettività nazionale e interessi corporativi di singole frazioni dei lavoratori?<br />
Infine, è necessario ribadire che la concezione apertamente anticentralista, più o meno imbellettata dalla crema retorica di un democraticismo piccolo-borghese, disconosce il fatto che l’ostilità ideologica verso la proprietà statale rappresenta l’orientamento politico-sociale teoricamente adottato e sistematicamente applicato dalla borghesia negli ultimi decenni al fine di ridurre il peso delle imposte pubbliche sui patrimoni e sui profitti e di scatenare la concorrenza più rovinosa tra le diverse frazioni dei lavoratori salariati (privati e pubblici, autoctoni e immigrati, meridionali e settentrionali, stabili e precari, pensionati e attivi, anziani e giovani ecc.).<br />
Riassumendo, la statalizzazione delle forze produttive è il primo passo per giungere alla socializzazione delle forze produttive e risolvere, seguendo un processo storico-dialettico, una delle contraddizioni fondamentali &#8211; e, nella fase di transizione, quella principale &#8211; del modo di produzione capitalistico: la contraddizione tra la pianificazione nella fabbrica e l’anarchia nel mercato (contraddizione che si risolve estendendone il lato dialetticamente progressivo, cioè la pianificazione, a tutta la società). Così, la &#8220;regolamentazione socialmente pianificata della produzione&#8221; di engelsiana memoria (cfr. l'&#8221;Anti-Dühring&#8221;), cioè la pianificazione socialista, pur non determinando da sola il passaggio alla fase socialista/comunista, ne è la condizione di base essenziale. La pianificazione socialista si configura, in altri termini, come la spina dorsale di una società nuova: espressione di una libertà conquistata e mezzo per consolidarla ed estenderla senza posa.<br />
Una società, per dirla con Gramsci, in cui tutti dirigono o controllano chi dirige. In conclusione, il massimo della centralizzazione statale (laddove questa è indispensabile per mettere fine allo “sviluppo ineguale” proprio del sistema capitalistico), insieme con il massimo del controllo popolare (laddove questo è altrettanto indispensabile per coinvolgere tutti i lavoratori nella pianificazione ed elevare la loro coscienza in quanto individui che sono “esseri sociali”).</p>
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		Di: Ernesto Screpanti		</title>
		<link>https://contropiano.org/interventi/2024/02/22/per-un-new-deal-europeo-0169570#comment-249845</link>

		<dc:creator><![CDATA[Ernesto Screpanti]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 24 Feb 2024 07:46:39 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Ha ragione Barone: sono un utopista che ama scrivere ricette per l’osteria dell’avvenire. Pensate che ho osato immaginare una politica che porti alla piena occupazione, alla riduzione dell’orario lavorativo, a una riforma del diritto del lavoro che elimini il lavoro precario! A mia discolpa posso dire che ho cercato di farlo restando – per dirlo con Machiavelli – nell’ambito di ciò che è “ragionevolmente possibile”: tutte le mie ricette di “programma minimo” riguardano provvedimenti realizzabili qui e ora, data la tecnologia disponibile, mancando solo la volontà politica. Ma devo ammetterlo: non mi sono spinto a diventare così realista da affrontare il “tema centrale della pianificazione delle attività produttive”. Non so cosa intende Barone con questa espressione, ma se si riferisce a qualcosa di simile a un sistema di capitalismo di stato con una pianificazione centralizzata che realizza l’autocoscienza dell’umanità, allora bisogna dar ragione a Mina quando cantava “ma che bontà, ma che bontà, ma che cos’è questa robina qua?”]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Ha ragione Barone: sono un utopista che ama scrivere ricette per l’osteria dell’avvenire. Pensate che ho osato immaginare una politica che porti alla piena occupazione, alla riduzione dell’orario lavorativo, a una riforma del diritto del lavoro che elimini il lavoro precario! A mia discolpa posso dire che ho cercato di farlo restando – per dirlo con Machiavelli – nell’ambito di ciò che è “ragionevolmente possibile”: tutte le mie ricette di “programma minimo” riguardano provvedimenti realizzabili qui e ora, data la tecnologia disponibile, mancando solo la volontà politica. Ma devo ammetterlo: non mi sono spinto a diventare così realista da affrontare il “tema centrale della pianificazione delle attività produttive”. Non so cosa intende Barone con questa espressione, ma se si riferisce a qualcosa di simile a un sistema di capitalismo di stato con una pianificazione centralizzata che realizza l’autocoscienza dell’umanità, allora bisogna dar ragione a Mina quando cantava “ma che bontà, ma che bontà, ma che cos’è questa robina qua?”</p>
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		Di: Eros Barone		</title>
		<link>https://contropiano.org/interventi/2024/02/22/per-un-new-deal-europeo-0169570#comment-249821</link>

		<dc:creator><![CDATA[Eros Barone]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 23 Feb 2024 19:07:44 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[In genere apprezzo i ragionamenti controfattuali perché, esplorando determinate &#039;possibilità reali&#039;, tengono conto delle contraddizioni che agiscono nella dinamica delle situazioni storiche e non riducono la realtà esistente all’effetto meccanico di una causa predeterminata. Sennonché il modello futurologico di &quot;New Deal europeo&quot;, qui tratteggiato da Screpanti, il quale non è nuovo ad esercizi più o meno sofisticati di immaginazione utopistica; tale modello, dicevo, oltre ad essere proiettato in un futuro indefinito (che però somiglia stranamente ad un progetto di politica mercantilista tedesca applicato all&#039;Italia), è una vera e propria ucronia del &quot;se...allora&quot;. Il suo principale difetto non è tanto quello dovuto alla non realizzabilità di un, peraltro ossimorico, &quot;New Deal europeo&quot;, ma all’assenza in esso di qualsiasi riferimento al tema centrale della pianificazione delle attività produttive (tema che ovviamente non coincide con il ruolo salvifico attribuito, nel modello italo-keynesiano di Screpanti, alle partecipazioni statali e a un mitico “governo di sinistra”). Capisco che, in assenza di un “moderno Principe”, ci si debba rivolgere, per dirla con Machiavelli, al “men tristo” (= Schlein + Conte), ma proprio l’esperienza della Grecia, evocata all’inizio dell’articolo come anti-modello, dimostra non solo l’infecondità di quella ‘via’, ma inficia anche la sua variante più o meno astuta e più o meno abile, qui argomentata, con l’&#039;italexit’ come arma di ricatto, da Screpanti. Al quale, ricordando anche un suo lungo articolo di qualche anno fa incentrato su quella categoria kautskiana di superimperialismo che è stata miseramente falsificata dagli eventi economici e bellici successivi, suggerisco sia di non esagerare con le “ricette per l’osteria dell’avvenire” (meritano di essere citate pure le ‘ricette’ da lui prescritte per attuare un sistema elettorale alternativo a quello esistente) sia di attenersi, più di quanto non sia solito fare, allo studio concreto del “movimento reale [‘reale’!] che abolisce lo stato di cose presente”.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>In genere apprezzo i ragionamenti controfattuali perché, esplorando determinate &#8216;possibilità reali&#8217;, tengono conto delle contraddizioni che agiscono nella dinamica delle situazioni storiche e non riducono la realtà esistente all’effetto meccanico di una causa predeterminata. Sennonché il modello futurologico di &#8220;New Deal europeo&#8221;, qui tratteggiato da Screpanti, il quale non è nuovo ad esercizi più o meno sofisticati di immaginazione utopistica; tale modello, dicevo, oltre ad essere proiettato in un futuro indefinito (che però somiglia stranamente ad un progetto di politica mercantilista tedesca applicato all&#8217;Italia), è una vera e propria ucronia del &#8220;se&#8230;allora&#8221;. Il suo principale difetto non è tanto quello dovuto alla non realizzabilità di un, peraltro ossimorico, &#8220;New Deal europeo&#8221;, ma all’assenza in esso di qualsiasi riferimento al tema centrale della pianificazione delle attività produttive (tema che ovviamente non coincide con il ruolo salvifico attribuito, nel modello italo-keynesiano di Screpanti, alle partecipazioni statali e a un mitico “governo di sinistra”). Capisco che, in assenza di un “moderno Principe”, ci si debba rivolgere, per dirla con Machiavelli, al “men tristo” (= Schlein + Conte), ma proprio l’esperienza della Grecia, evocata all’inizio dell’articolo come anti-modello, dimostra non solo l’infecondità di quella ‘via’, ma inficia anche la sua variante più o meno astuta e più o meno abile, qui argomentata, con l’&#8217;italexit’ come arma di ricatto, da Screpanti. Al quale, ricordando anche un suo lungo articolo di qualche anno fa incentrato su quella categoria kautskiana di superimperialismo che è stata miseramente falsificata dagli eventi economici e bellici successivi, suggerisco sia di non esagerare con le “ricette per l’osteria dell’avvenire” (meritano di essere citate pure le ‘ricette’ da lui prescritte per attuare un sistema elettorale alternativo a quello esistente) sia di attenersi, più di quanto non sia solito fare, allo studio concreto del “movimento reale [‘reale’!] che abolisce lo stato di cose presente”.</p>
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