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Askatasuna, la violenza, il futuro

Sabato, a Torino, è successo quello che molti temevano, altrettanti speravano e qualcuno – noi tra questi – aveva tentato di evitare (invano, come si è visto a posteriori) con l’appello a una razionalità e a un’intelligenza politica che non ci sono state, da nessuna parte. 

Un corteo di decine di migliaia di persone, forse 50mila, un serpentone imponente, variegato, colorato, allegro e insieme determinato e consapevole ha attraversto per tre ore la città, in modo del tutto pacifico. Tanti giovani, ma anche anziani, famiglie, bambini. Con striscioni e cartelli che rivendicavano diritti e libertà per tutti: a Torino, in Italia e nel mondo, dalla Palestina al Kurdistan e non solo. E che protestavano contro la repressione e la svolta autoritaria in atto: a Torino (con lo sgombero di Askatasuna come punta dell’iceberg) e in Italia come negli Stati Uniti e, anche qui, non solo. 

Poi, con le ombre della sera, sono intervenuti – come altre volte – scontri tra gruppi di manifestanti staccatisi dal corteo e forze di polizia. E anche atti di violenza lontani le mille miglia dal costume, dalla cultura, dai comportamenti di chi opera per un’alternativa al liberismo e alle sue espressioni istituzionali. Con decine di feriti tra agenti di polizia, manifestanti e passanti.

Naturalmente ciò ha oscurato la manifestazione, il suo senso, i suoi obiettivi e ha innescato una sequenza di banalità, ipocrisie e strumentalizzazioni. Mentre sarebbero necessarie analisi approfondite e senza sconti per nessuno. Occorre, dunque, provarci. A cominciare da un punto fermo. 

Il rifiuto della violenza, nei rapporti interpersonali e nell’agire politico, è – almeno per me, e non da oggi – una stella polare, a cui sono possibili deroghe solo in situazioni del tutto eccezionali e per esigenze di difesa (che, nella storia recente, si contano sulle dita di una mano o poco più). Parlo di ogni violenza, istituzionale o dal basso, che provenga da destra o da sinistra, che si realizzi a casa nostra o a Gaza, o in Iran, o negli Stati Uniti o in qualunque altra parte del mondo.

Si tratta di un rifiuto dettato non tanto da ragioni estetiche, morali o di comodo quanto dalle dure lezioni della storia, in particolare quelle del secolo breve, che hanno tolto ogni illusione al riguardo e dimostrato che i nuovi assetti politici e istituzionali risentono del surplus di violenza che li ha generati e che le società sono a immagine e somiglianza del modo in cui sono state edificate.

Se un rifiuto siffatto fosse autentico e comune a tutti coloro che si stracciano le vesti per le violenze di Torino, mentre approvano, avallano e sostengono quelle messe in atto altrove (o anche in casa nostra, nei confronti di migranti, marginali e dissenzienti) la situazione del Paese – e non solo – sarebbe assai diversa e ben più vivibile. Ma c’è di più. A differenziarmi dai non violenti a intermittenza e di comodo c’è anche la convinzione che di fronte a fatti come quelli di Torino il problema non è la rincorsa alle parole di condanna più mirabolanti ma la ricerca seria e onesta dei modi per evitarli, salvaguardando le libertà e i diritti di tutti. Su questo punto, alcune considerazioni.

Primo. Parto dai movimenti che contestano l’attuale assetto della società e che hanno organizzato il corteo di sabato. Solo chi è in malafede può contestarne gli argomenti in un mondo in cui l’1 per cento più ricco detiene una ricchezza superiore al reddito della metà più povera dell’umanità e i 12 miliardari più ricchi dispongono di una ricchezza superiore a quella di quattro miliardi di persone ed è in corso, a Gaza, un genocidio protetto e armato dall’Occidente e ci sono 60 guerre con centinaia di migliaia di morti; e ciò mentre, in Italia, quasi 6 milioni di persone (il 10 per cento della popolazione) versano in povertà assoluta e 8,7 milioni (il 15%) in povertà relativa. Di più. 

Con le manifestazioni oceaniche e pacifiche in favore di Gaza e con l’organizzazione della Flotilla, quei movimenti hanno dimostrato che la pressione del numero, la fantasia delle iniziative, la costanza della presenza pagano: non sono bastate, fino ad oggi, a sconfiggere le bocche di fuoco dei signori del mondo ma li hanno messi in difficoltà costringendoli anche a cambiare strategie.

Ancora. La preparazione della manifestazione di sabato è stata effettuata con parole d’ordine tese a escludere lo scontro e con una trattativa ragionevole con le autorità cittadine su percorso e modalità del corteo. Poi, alle 18.00 di sabato, tutto è precipitato.

Non so dire perché, anche se alcuni elementi sono chiari: qualcuno – da vicino o da lontano – era venuto con intenzioni non certo pacifiche, c’erano giovani e giovanissimi privi di ogni esperienza politica, le oscillazioni della guida del corteo che, in corso Regina, ha deviato dal percorso concordato non hanno aiutato.

E a ciò si è aggiunta, per incapacità o per scelta, una gestione dell’ordine pubblico, a dir poco maldestra, da parte delle forze dell’ordine che, dopo avere militarizzato la città, hanno lasciato scoperto proprio il tratto di corso Regina prossimo alla sede di Askatasuna dove era prevedibile la possibilità di disordini. Ma il problema resta, e resta anche se – come segnalano, per esempio, repubblica.it Il Fatto quotidiano ci sono stati abusi da parte delle forze di polizia (che andranno, anch’essi, accertati e – se reali – sanzionati). La violenza indiscriminata è di per sè una sconfitta. 

Il pestaggio di un agente isolato è una vergogna per l’intero movimento. Questi metodi e queste pratiche alienano condivisione e consensi acquisiti negli anni e producono un suicidio politico, favorendo, tra l’altro, ulteriori provvedimenti repressivi (che vederemo certamente nei prossimi giorni). 

La stessa esperienza di Askatasuna, diventata nei mesi scorsi un simbolo per cui mobilitarsi, richia di essere spazzata via: non dai suoi avversari ma di chi si professa suo sostenitore. Su questi punti i movimenti devono aprire una riflessione e un confronto interno senza sconti. Ne va della loro soprevvivenza. Ed è superfluo aggiungere che la loro marginalizzazione sarebbe una perdita per tutti.

Secondo. Il problema, ovviamente, non è solo dei movimenti ma anche delle istituzioni. Le violenze di sabato sono figlie dello sgombero di Askatasuna del 18 dicembre, uno sgombero improvvido e insensato che ha interrotto un percorso di legalizzazione intrapreso con coraggio e lungimiranza dal Comune di Torino.

Non era difficile prevederlo e siamo stati facili profeti quando, pochi giorni dopo, abbiamo scritto: «Il nastro si riavvolge e si ritorna al principio, alla questione che si era detto di aver risolto con lo “sgombero”: come si governano le città? con le ruspe o con il dialogo? con l’espulsione (tentata) di diversi, marginali, ribelli, migranti o con un confronto diretto, ostinatamente, ad assorbire conflitti e scontri e a promuovere inclusione e integrazione? E, nello specifico, Torino sarà militarizzata per mesi e trasformata in una gigantesca “zona rossa”, sull’esempio degli Stati Uniti di Trump, o riprenderà il percorso interrotto dall’irruzione della polizia nell’ex asilo di corso Regina 47? […] Restiamo in attesa di iniziative coerenti. Se così non sarà è facile prevedere, per la città, un periodo tempestoso».

Così è stato e non si torna indietro. Il progetto perseguito da un pezzo del quartiere Vanchiglia, dal collettivo di Askatasuna e dalla Giunta comunale torinese è definitivamente tramontato.

Ma i problemi restano irrisolti e, se possibile, più acuti di prima. E riguardano il modello di governo delle città. Il conflitto è, nelle società complesse, inevitabile e disturba l’ordine costituito. È su questa divaricazione tra conflitto e status quo e sulla capacità di tenere insieme gli opposti che si gioca la partita dello Stato contemporaneo, il cui livello di democrazia si misura con la sua capacità di incorporare il dissenso e la protesta, anche la più radicale, dando un posto al disordine e così riportandolo nella legalità. Altrimenti – come la storia ha ampiamente dimostrato – le città si trasformano in polveriere.

Al di là delle proclamazioni dei conservatori di ogni colore, “vietare” non è sinonimo di “impedire” e pensare di eliminare il dissenso e il conflitto con la repressione è, prima ancora che irrazionale, illusorio. Le città si governano utilmente solo con il dialogo, il confronto, l’inclusione, mentre la contrapposizione muscolare e indiscriminata genera (o acuisce) quella violenza che si dice di voler evitare. Un’occasione è stata persa dalle istituzioni. È auspicabile – anche se tutto sembra escluderlo – che la lezione sia stata appresa.

Terzo. C’è un ultimo punto che merita segnalare, in attesa di riprenderlo con maggior ampiezza. Ovunque – a cominciare dagli Stati Uniti – la destra persegue l’irrigidimento autoritario del sistema cavalcando le paure dei cittadini (spesso indotte da campagne mediatiche) e presentandosi come difensore e garante della sicurezza e dell’ordine. Così, nel secolo breve, sono nati i fascismi. La storia non si ripete mai allo stesso modo.

Cambia il copione, ma resta la sostanza. Troppi, peraltro, nella politica e nelle istituzioni, mostrano di non comprenderlo e si accodano al progetto della destra, magari nell’illusione di disinnescarlo, predicando (e praticando) repressione e intolleranza.

Nei prossimi giorni – ne siamo certi – l’onda si ingrandirà e si susseguiranno articoli, interviste, commenti di editorialisti, opinion makers, politici, intellettuali, magistrati (ne abbiamo avuto un’incredibile, seppur non nuova, anticipazione nell’intervento della procuratrice generale di Torino all’inaugurazione dell’anno giudiziario) che, prendendo a pretesto gli scontri di sabato scorso, si stracceranno le vesti e indicheranno come responsabili delle violenze e dell’insicurezza chi, senza minimamente cedere ad esse o sottovalutarle, continua a predicare (e praticare) confronto, dialogo e inclusione e a indicare strade diverse da quelle proposte dalla destra per la difesa e il consolidamento della democrazia.

Non è una novità. L’auspicio è che ciò non contribuisca a provocare i danni del passato.

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