“Un giovane autonomo ucciso dai fascisti negli anni di piombo“. Quante volte abbiamo letto questa frase per ricordare il compagno Valerio?
Troppe volte e sempre abbiamo pensato, noi vecchi compagni e vecchie compagne che hanno vissuto quegli anni insieme a lui, che si sviliva la vera identità di Valerio.
Valerio Verbano era un compagno autonomo rivoluzionario, non era solo un giovane, era un compagno che non aveva mai smesso di credere che la rivoluzione fosse possibile.
Era un compagno che, come migliaia di altri gridava nelle piazze fiducia nello stato non ne abbiamo, l’antifascismo è rosso e non lo deleghiamo.
Era un compagno che aveva vissuto politicamente buona parte degli anni ’70, era parte della generazione che aveva assistito ai tentativi di colpo di Stato con la complicità dei servizi segreti e della NATO.
Aveva assistito alle stragi compiute nel nostro Paese dai fascisti, con la complicita’ di apparati dello Stato, per cercare di fermare l’onda rivoluzionaria che aveva coinvolto milioni di persone.
Aveva combattuto nei quartieri e nelle piazze i danni provocati dal compromesso storico voluto dal PCI e dalla conseguente “politica dei sacrifici”.
Non erano anni di piombo, erano anni in cui dal mondo del lavoro, dalle scuole, dalle università, dai quartieri la parte migliore di una generazione si era ribellata ed aveva lottato, con ogni mezzo necessario, per costruire una società comunista.
Il tentativo di racchiudere anni di lotta, di sacrifici, di decine di compagni uccisi dai fascisti e dallo Stato nella frase “anni di piombo” dimostra, se ancora ce ne fosse bisogno, la paura che tutti insieme eravamo riusciti a mettere a chi manteneva il proprio potere attraverso trame ordite in ambito internazionale e leggi speciali.
Ci hanno messo anni, hanno usato leggi anticostituzionali, hanno ucciso e mandato in galera migliaia di compagne e compagni.
Il PCI e i sindacati confederali sono stati parte attiva in tutto ciò, la cacciata del segretario della CGIL, Luciano Lama e di tutto il servizio d’ordine del sindacato e del PCI, il 17 febbraio de 1977 dalla Sapienza fu la risposta politica del movimento.
La storia che tramandiamo non può essere edulcorata, come si diceva un tempo “la verità è rivoluzionaria”.
Chi ha conosciuto Valerio sa bene che così avrebbe voluto essere ricordato, sa bene quanto fosse testardo e tenace nelle sue ricerche che non erano solo rivolte ai fascisti ma tese a scoprire eventuali legami tra i fascisti e gli apparati dello Stato, sa quanto fosse distante dalle istituzioni e dai partiti.
Quando venne ucciso, il 22 febbraio del 1980, il movimento di classe era ancora in piedi nonostante anni di attacchi di ogni genere.
Una parte non aveva retto e si era ritirato a vita privata, ma migliaia di persone ancora scendevano in piazza a rivendicare diritti negati ed erano ancora attivi rapporti tra apparati dello Stato e fascisti.
Il 23 giugno 1980 viene assassinato dai NAR, a poco più di cento metri dalla casa di Valerio Verbano, il sostituto procuratore Mario Amato (unico magistrato ad indagare, presso la procura di Roma, sui fascisti, lasciato solo senza alcuna scorta).
Il 2 agosto, dello stesso anno, i fascisti compiono l’attentato alla stazione centrale di Bologna provocando 85 morti e 200 feriti.
Negli stessi anni ai compagni e alle compagne di Valerio viene vietata ogni manifestazione che ricordi la figura del compagno ucciso.
Ricordare Valerio e la sua storia significa non dimenticare e quando, ancora oggi, nel ricordare il nostro compagno diciamo che vive nelle nostre lotte pensiamo e siamo convinti che avrebbe voluto essere ricordato così, da compagno rivoluzionario.
Negli ultimi due anni abbiamo ricordato Valerio denunciando il genocidio in atto in Palestina, anche quest’anno lo ricorderemo parlando di come prosegue la pulizia etnica e il genocidio a Gaza in Cisgiordania e di come i pericoli di guerra siano sempre più vicini.
Con Valerio nel cuore, con chi non ha mai smesso di ribellarsi.
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