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Pusher invisibili: dipendenze, algoritmi e la disciplina per restare svegli

Premessa

È noto a tutti che l’economia capitalistica ha bisogno di un consumo continuo per evitare di implodere e collassare. Più che le singole nazioni è il mercato ormai la patria comune e il consumatore-cittadino, per non venir meno al suo compito principale, deve rimanere sempre insoddisfatto.

L’insoddisfazione è quindi funzionale al sistema.

La continua tensione verso ciò che non si possiede, come fine ultimo di felicità e benessere, viene impiantata come bisogno, secondo le leggi materiali di possesso e accumulo.

Bisogni

Insieme ai bisogni primari, comuni agli altri mammiferi, come umani ne abbiamo altri più complessi, che apprendiamo. Quello del consumo è tra quelli indotti, che ormai riteniamo naturale, di quella seconda natura idiota, tutta umana.

Ora, visto che è chiaro che serve un apprendimento più o meno consapevole per tutto, per osservazione o per studio, perché mai non dovremmo apprendere il funzionamento della nostra mente e delle nostre emozioni, quando poi l’intero sistema economico e politico fondano il loro controllo proprio sulla gestione dei nostri bisogni, emozioni, sensazioni e pensieri?

Visto che abbiamo appreso una sempre migliore e più funzionale igiene fisica, perché non dovremmo apprenderne una mentale?

Immondizia non solo fuori

Così come aumenta il numero di scarti e rifiuti e diminuiscono le materie prime, per via di una produzione folle, la nostra mente, se lasciata totalmente in balia del sistema, proprio come gli elementi naturali, viene saccheggiata e si ritrova piena di sensazioni e dati inutili e dannosi.

Sapere e non sapere

Il razzismo si cura viaggiando e il fascismo si cura leggendo”, forse una modifica di un miscuglio tra Unamumo e Baroja, giunta così a noi, è una frase che ancora in molti ripropongono.

Ma si può dire che, mai come ora, si viaggi in continuazione. Ciò nonostante le derive autoritarie e xenofobe non mancano mai. In più, gli strumenti che abbiamo ci permettono di conoscere, non muovendoci dalla sedia, ma il punto è sempre come si processa la realtà, virtuale o non, che si ha di fronte; come la si integra nella e attraverso la nostra storia personale, familiare e comunitaria.

Inoltre, sapere ciò che è bene non basta a farci sentire o muovere in direzione del bene. Così per gli algoritmi, sapere come funzionano non ci mette al riparo dall’esserne gratificati e influenzati.

Algoritmi e dipendenza

La società dei consumi crea e mantiene dipendenze e compulsioni solo per il profitto, fregandosene del benessere reale. L’indicatore stesso del PIL, che influenza scelte economiche e politiche, ed eventuali indebitamenti, conferma quanto il benessere sociale, la distribuzione della ricchezza, la qualità dell’ambiente e la felicità dei cittadini siano in secondo piano rispetto al mercato.

Gli algoritmi fanno sì che all’utente arrivino dati simili a quelli che cerca, per ragioni di mercato. Assecondano sempre meglio le sue voglie. Come un pusher che riempie di roba il suo cliente, che non ha il denaro che influenza il limite del consumo, ma ha il suo tempo come merce di scambio.

Questi nuovi circuiti della ricompensa fanno sì che non ci sia differenza tra i dati. Un video porno, un trend del momento di TikTok, immagini di un bombardamento, l’influencer che si trucca e parla di qualsiasi tema o anche lo psicologo di turno che fa psico-educazione elencando le 3 ragioni per cui hai o non hai un certo comportamento, questi dati diversi possono attivare gli stessi circuiti, con la stessa produzione di dopamina. È l’aspettativa, più che il contenuto, ad attivare il cosiddetto sistema di previsione della ricompensa.

Assuefazione

L’esposizione continua a sesso, violenze, abusi, anche a scopo informativo, produce un doppio effetto solo apparentemente contraddittorio: da un lato ci desensibilizza, rendendoci sempre più assuefatti allo stimolo; dall’altro ci mantiene in un’attivazione di fondo, che non si spegne mai e che ci logora. Ci si abitua al singolo stimolo, che perde forza, ma resta accesa una soglia di allerta di fondo, come un motore che continua a girare, anche quando lo stimolo è spento.

Manca spesso l’azione. Un’azione, non ricreativa né semplicemente reattiva, che sia consapevole e condivisa. Che possa incidere, anche se non nell’immediato, sugli equilibri dello status quo, con obiettivi a medio o lungo termine, che diano senso al quotidiano.

Separazione

I livelli di separazione sono diversi, sempre funzionali al capitalismo. La stessa tendenza alla categorizzazione, nei vari campi, se da un lato va a validare dando un’identità, dall’altro separa.

Oppure l’atto stesso del consumare è individualistico, quand’anche ci si ritrovi in gruppo e nonostante si cerchi di ammantarlo di moderni rituali.

Si pensi a com’è cambiato l’uso del tabacco negli anni.

Gli indiani d’America usavano il tabacco in momenti circoscritti di aggregazione e ritualità. La modalità di consumo cambia completamente a partire dalle due guerre mondiali (le sigarette distribuite nella prima tra i soldati, lo furono poi su larga scala dopo la seconda con un marketing selvaggio e il beneplacito dei medici), quando le multinazionali fecero di tutto affinché si innestasse come dipendenza, per poi, dopo ricerche e cause legali, scrivere sui pacchetti che nuoce gravemente alla salute.

Nel secondo caso l’aspetto comunitario e rituale è andato perso, è rimasta la compulsione, la dipendenza e l’abuso, che hanno aperto la strada alla malattia.

Non stupisce che la stessa sequenza si ripeta oggi con i social: nell’agosto del 2026 Meta ha patteggiato quasi 18 miliardi di dollari con 48 stati americani per aver progettato piattaforme che creavano dipendenza nei minori, introducendo solo dopo limiti d’uso giornalieri e blocchi notturni.

Avete mai provato a staccarvi per un po’ dai social? È quasi come cercare di smettere di fumare: si provano le stesse sensazioni di vuoto, la stessa irrequietezza nelle mani che cercano un gesto da fare, la stessa voglia improvvisa di non sai bene cosa, senti solo l’urgenza di placarla – un respiro un po’ più corto e una tensione che non sai come sciogliere. La mano che cercava il pacchetto per una boccata di fumo, ora cerca il telefono per lo scrolling.

Dentro e fuori

Visto che non è possibile tirarsi completamente fuori da dinamiche proprie del sistema capitalistico, bisogna maturare la capacità di stare dentro e fuori. “Essere nel mondo, senza essere del mondo”, recita un famoso detto del vangelo, ripreso anche dai sufi.

Ridurre al minimo l’esposizione mediatica; tenersi in equilibrio nonostante tutto, vagliando cosa ci fa bene, al di là del piacere. Arrivare alla stessa tenacia e fermezza dell’ex tossico, che ripulito, torna a frequentare i vecchi compari.

Muoversi contro

Siamo chiamati ad un’impresa sempre più ardua. Più raffinati e distruttivi diventano gli strumenti di governo e controllo, più abbiamo bisogno di conoscere la realtà interiore ed esteriore per poterci difendere ed evolvere.

Sempre di più questo lavoro quotidiano significa svincolarsi dalla normale quotidianità, fatta di burocrazia, media, virtualità, scorciatoie illusorie declinate in 10 punti e 5 mosse. Significa nutrire l’attenzione, l’immateriale che sfugge alla quantificazione, il contatto profondo, l’ascolto, un’etica del rispetto che non ha bisogno di regole esterne, al di là di soddisfazione immediate.

Significa infine accettare la lotta che è alla base dell’esistenza, e il dolore che ne è parte inalienabile, ridare dignità alla morte, spazio alla fugacità e all’imprevedibilità, di cui ci fa monito.

Ascoltati per tempo, questi richiami eviterebbero piccole e grandi atrocità e degenerazioni, agite dai ruoli più disparati.

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