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Corsa all’oro sui fondali marini. E’ allarme

La corsa all’oro sui fondali oceanici potrebbe cominciare già dal 2016, e gli esperti lanciano l’allarme sui gravi rischi per gli ecosistemi marini: l’Onu, attraverso la sua Autorità dei fondali marini (Isa), ha appena concluso il suo primo studio tecnico per gestire l’estrazione dei cosiddetti “noduli” oceanici. Secondo quanto riportato dalla Bbc, entro 3 anni le compagnie minerarie potranno presentare le loro domande per ottenere autorizzazioni all’attività estrattiva. I noduli sono noti da decenni e fanno sempre più gola a un pianeta assetato di minerali per usi economici e tecnologici: manganese, nichel, rame, cobalto, ferro e alluminio sono i metalli più interessanti fra quelli contenuti in queste formazioni sottomarine. Nel solo Oceano Pacifico c’è una zona, nota come Clarion-Clippertone, dove si ritiene che siano presenti 27 miliardi di tonnellate di preziosi noduli, equivalenti grosso modo a 7 miliardi di tonnellate di manganese, 340 milioni di tonnellate di nickel, 290 milioni di tonnellate di rame e 78 milioni di tonnellate di cobalto.

La stessa Isa però ammette nel rapporto che l’attività mineraria sui fondali marini provocherà “danni ecologici inevitabili”. Gli esperti sostengono da tempo che l’estrazione di minerali sarebbe altamente distruttiva e avrebbe conseguenze gravi a lungo termine sugli ecosistemi sottomarini.
“Se si cancella quella zona con le miniere sottomarine, gli animali che ci vivono hanno due possibilità: migrare (…) o morire”, ha spiegato alla Bbc Il professor Paul Tyler, biologo del Centro nazionale di oceanografia britannico, mettendo in guardia sulla probabile estinzione degli ecosistemi che si formano – anche grazie alle temperature più alte che nelle acque circostanti – attorno alle sorgenti idrotermali sottomarine vicine alle concentrzioni di noduli. E Jon Copley, un biologo dell’Università di Southampton che ha partecipato a spedizioni di esplorazione di alcune sorgenti idrotermali, imposta in modo ancora più netto la questione: “Non credo che possediamo le profondità oceaniche nel senso di poterne fare quello che vogliamo: al contrario, condividiamo la responsabilità della loro gestione”. Finora, osserva “non abbiamo una storia di successi nel senso di raggiungere risultati equilibrati – pensate ai bufali e alle foreste pluviali – quindi nasce spontanea la domanda: possiamo davvero farcela?”.

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