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L’eterna agonia della Galleria Principe di Napoli

Le inadempienze del Comune e il capitalismo estetico.

Chi si recasse, in questo periodo, nel locale centrale della Galleria Principe di Napoli, verrebbe immediatamente assalito dalla visione di pannelli che –- da poco prima delle festività natalizie – si vorrebbe rappresentassero dei Totem di Bellezza, con cui valorizzare e riqualificare uno dei più importanti siti architettonici della città.

Almeno nelle intenzioni e nell’’ottica del Mann (Museo Archeologico Nazionale di Napoli), dell’’Amministrazione Comunale e della Rete di Impresa Galleria Principe. Quest’’ultima, praticamente un trust di operatori economici, rigorosamente privati, presenti nei locali del complesso monumentale partenopeo.

Un’’iniziativa mediante la quale puntare, in un momento tanto complicato a causa dell’’emergenza Covid, altresì a «rafforzare sempre più  l’’identità della zona, da sempre chiamata ‘museo’, la sua attrattività e qualità della vita. Un impegno, quello per la valorizzazione della Galleria Principe di Napoli e in generale per la costruzione del quartiere della cultura, che già vede, da alcuni anni, tra i protagonisti il Mann insieme all’’amministrazione  comunale e alla rete d’impresa Galleria Principe». Sono queste le parole del direttore del Museo Nazionale, Paolo Giulerini.

Or bene, chiariamo subito che quei Totem di 2 x 1 m. – disposti in un allestimento circolare a riproporre dettagli delle opere di Dario Assisi e Riccardo Maria Cipolla –dal titolo “Fuga dal Museo” – – qui risultano un vero e proprio cazzotto anti-estetico nell’’occhio.

Tutt’’altro effetto da quello prodotto dando vita – tra fine 2019 e primi mesi del 2020 – ad una fortunata esposizione capace di creare, nella sala del Toro Farnese dello stesso Museo, un ironico gioco di fantasia.

Assolutamente incongrui e dissonanti con lo spazio monumentale, i pannelli mal si sposano, viceversa con lo stile Liberty della Galleria; senza contribuire ad esaltarne la bellezza, ma finendo addirittura per apparire una sovrapposizione di ridondanti immagini postmoderne e posticce.

In un gioco di fotomontaggi che, all’’interno del complesso architettonico, risulta irritante e concettualmente pretenzioso, smarrendo quella vocazione ironica che si ritiene avesse avuto, come detto più sopra, collocato nella sala del Toro Farnese.

Finendo così con il restituire – –benché l’’intenzione fosse chiaramente di segno opposto – un deludente effetto straniante, di risonanza distorcente, tra lo spazio, i luoghi iconici della città e del litorale flegreo ritratti sui pannelli e la marmorea bellezza delle statue ad essi giustapposti.

Non si comprende, pertanto, come un uomo colto, intellettualmente raffinato e avveduto in merito al rapporto del Mann con il territorio ed il quartiere, quale si è dimostrato essere in questi anni Giulierini, possa aver dato il suo consenso ad una esposizione non solo di dubbio gusto estetico ma soprattutto inutile, dal punto di vista della riqualificazione artistica del luogo.

Un’’iniziativa che ha visto, tra l’altro, la collaborazione dell’Assessorato al Patrimonio, ai Lavori Pubblici e ai Giovani, dell’’Assessorato alla Cultura e al Turismo, di quello ai Beni Comuni e all’’Urbanistica, dell’’Assessorato al Commercio, ai Mercati e alle Attività produttive del Comune di Napoli.

Ed è proprio nelle inadempienze del Comune, circa la gestione degli spazi e dei locali interni alla Galleria, che riteniamo di poter rintracciare le maggiori responsabilità di quella che si può considerare, a tutti gli effetti, un’’improvvisata e velleitaria manifestazione culturale.

Fumo negli occhi, volto a creare l’illusione che l’’annosa questione degli spazi della Galleria, da tempo in stato di abbandono e dissesto, stia trovando quella soluzione più volte annunciata ma sempre disattesa.

Soluzione che neanche l’’autoproclamatasi ribelle amministrazione De Magistris – che aveva fatto del cambiamento in discontinuità con le logiche perverse di una città preda del disservizio e del malgoverno speculativo e votato al profitto, e della tanto invocata inversione di rotta sul terreno culturale, i principi ispiratori della sua azione di governo – è riuscita ad assicurare e condurre in porto.

L’agonia di quello che, da troppo tempo ormai, risulta essere un vero e proprio monumento al degrado a due passi dal Museo Archeologico Nazionale, continua difatti tutt’’oggi.

Nonostante nel 2017 fosse stato completato il restauro della facciata della Galleria su Via Pessina, e benché nella primavera del 2019, il definitivo recupero della struttura sembrasse cosa fatta, i problemi atavici del monumento cittadino non trovano adeguate risposte politiche.

Pur a fronte di radicali e costosi interventi di restauro –eseguiti per lo più all’’interno del salone centrale della Galleria – regna l’’umidità in gran parte dei locali e degli spazi che si trovano sotto i portici antistanti Piazza Museo.

I locali al primo piano della Galleria versano ancora in condizioni di abbandono. Mentre il porticato, che affaccia direttamente sul Museo Archeologico Nazionale, continua ad essere meta per senza fissa dimora e clochard, che vi si accampano trovando lì un rifugio per la notte, che passano riparati da cartoni e coperte di fortuna.

Una situazione inaccettabile, specie durante i lunghi mesi invernali, freddi e piovosi come quest’’anno.

E una condizione in definitiva, quella che si nasconde dietro la facciata, che difficilmente si sposa con la possibilità –- contemplata dal Comune – di dare in uso ad altri soggetti locali che non sembrano avere le condizioni minime di vivibilità.

A questo si aggiunga che i servizi igienici sono completamente inagibili. E mai si è provveduto a creare dei bagni alternativi per i senzatetto, che sono costretti ad urinare negli spazi del porticato.

Una delle tante proposte, quella dei bagni alternativi (da creare ristrutturando, ad esempio, i locali della vecchia ricevitoria del lotto) che il Coordinamento Solidale di Napoli, di cui è parte integrante anche il Civico 7 Liberato  – quale spazio restituito alla città da collettivi cittadini che danno vita ad attività di natura artistico-culturale e politica, e la cui ubicazione è collocata proprio sotto quei porticati della Galleria dove trovano riparo i clochard – ha avanzato da tempo, ponendola all’’attenzione del Sindaco e degli Assessori competenti. Senza però trovare ’adeguata accoglienza.

Tra le altre mozioni, la creazione di cassonetti removibili per i rifiuti, la distribuzione programmata di pasti caldi – non più da affidare solo alla buona volontà dei cittadini – la consegna di coperte pulite, la realizzazione di una lavanderia pubblica cui commissionare il lavaggio degli abiti dei senzatetto e la fornitura di abiti puliti, ove possibile.

Insomma, una presa in carica a trecentosessanta gradi di chi vive il disagio, ai margini di un sistema produttivo che si disinteressa e schiaccia la dignità di quei tanti soggetti il cui grado di povertà sembra quasi essere una vergognosa macchia di sporco per il decoro delle nuove metropoli, votate al credo dell’’asettico profitto high-tech.

D’’altra parte, nell’’Agosto del 2020, Raffaella Onza – del Coordinamento Solidale di Napoli –- dichiarava al Mattino: «Vogliamo dare assistenza ai senza fissa dimora h24 e per 365 giorni all’anno, non lasciando indietro nessuno. Intendiamo prenderci cura di tutta questa zona, sino a piazza Cavour, restando al fianco di queste persone per poterle assistere e reinserirle in società. Questo ci darà modo di essere un riferimento anche per altre associazioni che si occupano di assistenza ai senza fissa dimora. Una vera rivoluzione insomma che mette al centro solidarietà e cultura. Momenti di incontro e confronto che daranno nuovo slancio ad uno dei territori più “colpiti” dal fenomeno dell’abbandono e della solitudine»

Ma dopo un primo abboccamento, avvenuto durante l’’estate, sembra che i comitati e i collettivi afferenti al Coordinamento, malgrado l’’impegno, non abbiano avuto più alcuna interlocuzione istituzionale. Né con palazzo San Giacomo, né col Mann.

Mann che, comunque, proprio grazie alla gestione illuminata del direttore Giulierini, sensibile alle problematiche di stringente impatto sociale, si è sempre detto disponibile ad una collaborazione con il Coordinamento e i comitati cittadini, per il riscatto dell’area dal degrado attraverso la cultura.

Orbene, nonostante tutte le complicazioni fin qui evidenziate, nel giugno dello scorso anno, l’’amministrazione De Magistris mandava online l’avviso pubblico per l’assegnazione in concessione d’uso, a titolo oneroso, di un nucleo di locali di proprietà del Comune ad uso non residenziale ubicati nella Galleria.

La pubblicazione dell’avviso si inseriva nel più articolato progetto Common Gallery, promosso dall’’Assessorato ai Giovani e approvato con delibera di giunta comunale n. 994 dell’11 dicembre 2013, con cui l’amministrazione ha avviato un percorso di riqualificazione della Galleria.

L’’obiettivo del progetto sarebbe quello di restituire al complesso architettonico spazi adeguati per l’espressione artistica, la partecipazione, la socializzazione, l’autoimprenditoria, l’’informazione e la formazione; partendo dall’’idea che il Made in Naples possa essere gestito dai giovani in base alle loro competenze e professionalità e coniugato con la memoria, l’interculturalità, il turismo, l’intrattenimento, la produzione e il consumo culturale, l’artigianato e il commercio.

L’’assessora Alessandra Clemente, –candidata di DeMa quale futuro sindaco di Napoli alle prossime comunali – dichiarava sempre a Giugno: «Con questo progetto intendiamo rendere la Galleria un luogo d’eccellenza per le arti, la cultura e la creatività giovanile, un laboratorio di partecipazione dei cittadini ai processi di rigenerazione della città e un crocevia del distretto culturale composto dal Museo Archeologico Nazionale, dal Conservatorio di San Pietro a Majella, dall’Accademia di Belle Arti e dall’Università Federico II. La valorizzazione patrimoniale dei suoi locali per attività di artigianato, mestieri, innovazione e cultura esalta il prezioso capitale creativo e giovane della città, spesso ingiustamente collocato in secondo piano rispetto alla forza economica dei grandi marchi».

Parole bellissime e impegnative ma che, tanto per cambiare, rischiano di rimanere inchiostro sporco ad imbrattare le pagine dei giornali e le dita dei lettori.

Perché la realtà che si sta facendo largo e rischia di concretizzarsi è ben altra. E potrebbe prevedere la svendita ai privati dei locali della Galleria, nel segno ineludibile del Profitto e nel nome della più bieca speculazione.

Un’’operazione che, se avessimo ragione, si tradurrebbe nell’’ennesimo schiaffo alla cultura di questa città, che da tempo assiste alla chiusura, alla svendita e alla riconversione di spazi dedicati all’’arte e alla crescita civile e intellettuale dei cittadini –- librerie, cinema, teatri – in supermercati, negozi, friggitorie, ristoranti.

Invariabilmente, con la scusa puerile della creazione di posti di lavoro, che regolarmente si tramutano in nuove tipologie di sfruttamento sottopagato.

O con quella, ancor più irritante, del Turismo, quale settore economico strategico per una città come Napoli, la cui arte culinaria si dovrebbe tradurre, vieppiù, in un importante volano per la crescita del Pil cittadino.

Una vera e propria messa a valore della Galleria, dunque, si profila all’’orizzonte. Se è vero che, il 10 dicembre scorso, il Presidente della Commissione Politiche Urbane, Mario Coppeto, ha incontrato proprio l’’Assessora ai Giovani e al Patrimonio Alessandra Clemente, e con lei il dirigente del Servizio Giovani e Pari opportunità, Giuseppe Imperatore, per un approfondimento sulla delibera recentemente approvata dalla Giunta.

La quale prevede, nel complesso monumentale, progetti di valorizzazione e la sperimentazione di un modello di gestione degli spazi comuni tramite un accordo di collaborazione tra l’’Amministrazione comunale e la Rete di Imprese Galleria Principe di Napoli.

Una messa a valore del bene che è potuta iniziare e troverà attuazione solo coinvolgendo, ovviamente, gli operatori economici privati. Ma – si dichiara formalmente – che rispetterà la vocazione turistica e culturale del complesso monumentale.

Ben conosciamo, però, cosa celi, solitamente, il mefistofelico binomio cultura e turismo.

Un accostamento che si è tradotto, negli ultimi trent’’anni di Storia italiana, nella polverizzazione e nello svilimento del patrimonio culturale di questo paese, nella narcosi collettiva, la cui coscienza è sempre più silenziata, e nella torsione concettuale della potenzialità turistica in turistificazione selvaggia. Peraltro oggi in crisi nera…

Una modificazione genetica dei concetti di cultura e di turismo, avvenuta sotto la spinta della massificazione e della valorizzazione neoliberista per l’’estrazione del profitto, coniugatasi con le effimere politiche dei grandi eventi, che hanno segnato la fine di quella che, un tempo, si sarebbe detta pianificazione culturale.

Siti archeologici, poli museali, centri storici, concerti, produzioni cinematografiche, spettacoli teatrali sono così divenuti eventi, il cui unico scopo è l’’attrazione di un pubblico cui l’’essenza culturale dell’’evento stesso, del luogo, dello spettacolo, del film, poco interessa. L’’importante è esserci.

Mentre la proliferazione esponenziale e irrazionale di ristoranti, baretti e localini, che dovrebbero configurarsi come simboli enogastronomici in cui riscoprire i sapori e i profumi tradizionali del territorio si traduce, in effetti, in un’’offerta convenzionale di menù standardizzati e anche mediamente scadenti. Ma assolutamente efficaci per attrarre orde di turisti (quando e se torneranno…).

Laddove, quando invece la tradizione viene curata e rispettata, si finisce per puntare su clientela selezionata e dal profilo economico decisamente alto.

Insomma, siamo nel cuore pulsante del terziario avanzato. Del consumo culturale di massa. Della cultura non più, o non tanto, intesa come fattore di crescita intellettuale, civile, esistenziale, ma come fonte di guadagno, di ricavo, di profitto.

La vera declinazione dell’’inscindibile binomio Cultura/Turismo è il capitalismo estetico. Il Capitale sotto forma di visione, di spettacolo, di gusto, di sapori enogastronomici. Libri dalla copertina attraente ma dal contenuto effimero ed elaborato a tavolino. Musica sempre più costruita in tracce e su videoclip dalla pervasiva risonanza simbolica.

Ed il Capitalismo estetico sembra essere, essenzialmente, il motore dell’’operazione Galleria. Con la quale il Comune parrebbe intenzionato ad abbandonare, definitivamente, la strada dell’’investimento pubblico per affidarsi al capitale privato.

Una sinergia di imprenditori che, investendo di tasca propria, vorrebbero – si dice – coniugare l’offerta culturale (luoghi, archivi, documenti, libri storici, mostre, eventi, musica dal vivo) con quella di un bar e di una proposta gastronomica di alto livello: per materie prime, per preparazione, per l’’offerta dal forte sapore regionale.

Radici e futuro, cultura e tempo libero, architettura e arte. Una nuova idea di ospitalità – si spiega – alla scoperta dei sapori e della cultura napoletana. Neanche a dirlo, nello sbrilluccicante segno del Mercato!

Un Mercato però di alta classe. Che non punterebbe alla movida, ma ad una clientela più attenta e più selezionata.

Dalla colazione, all’aperitivo, alla cena. Tutto quello che oggi viene visto come il male assoluto – dicono gli imprenditori – domani sarà il desiderio più esplosivo delle persone. Naturalmente, gli imprenditori si occuperebbero anche della manutenzione dei locali.

Et voilà, il gioco è fatto! Anche la Galleria, dunque, si prepara a diventare una tavola imbandita per l’’insaziabile avidità dei privati. Per le mire speculative di chi pensa ad ingrossare il proprio conto in banca e non certo al bene comune.

Per quella borghesia stanca che siederà ai tavoli della Galleria, ingozzandosi di cibo gourmet e pretendendo pure di stare contribuendo alla rinascita culturale di Napoli!

Uno scippo alla comunità cittadina e alla collettività che, riteniamo, non si possa e non si debba consentire.

Cui va a sommarsi l’incognita, per così dire, rappresentata dai clochard che occupano i porticati della Galleria. Clochard che, ci si può giurare, verrebbero spazzati via e nascosti chissà dove.

Come si fa con la polvere. Che rischia di infastidire lo sguardo e irritare l’olfatto di quella volgare borghesia danarosa che dovrebbe accomodarsi nei locali centrali della Galleria.

Il decoro urbano innanzitutto!

Uno scippo alla città e alla sua reale vocazione culturale, si diceva. Una cultura profondamente popolare e rivoluzionaria. Profondamente alta e profondamente conficcata nelle strade e nella carne di Napoli.

Una cultura che, un luogo come il già citato Civico 7 Liberato, si è proposto di tutelare e promuovere, grazie a quel collettivo che, in questi sei anni di “occupazione” dei locali, ha promosso iniziative di ogni genere.

Dalla presentazione di libri, agli incontri politici. Dai dibattiti sulla città all’allestimento di mostre. Dal cineforum alle rappresentazioni teatrali. Indistintamente aperte a chiunque volesse partecipare. Senza distinzioni di censo, classe, ceto sociale!

Un collettivo, quello del Civico, la cui intensa attività politico-culturale si pone l’obiettivo di contribuire fattivamente alla riqualifica e alla rinascita della Galleria e dell’’intera zona che circonda il Museo Archeologico Nazionale. Riscattandola dal degrado.

Un impegno preso, come si diceva, insieme agli altri comitati del Coordinamento Solidale di Napoli.

Ma se le cose dovessero andare come si prospettava più sopra, il rischio dello sgombero per il Civico 7 Liberato – per questo presidio di cultura, arte, politica, per questo elemento di raccordo con la comunità cittadina e con quelle classi subalterne che la silhouette profondamente classista della futura Galleria non può certo permettersi di tollerare! – potrebbe essere in agguato.

E allora, sappiano lor signori, che il Civico non si arrenderà facilmente. Sappiano che il Civico è pronto a dare battaglia. Nel nome della cultura, della solidarietà, della condivisione, della libertà.

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