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Le fiamme al teatro Sannazaro: allegoria di una città che brucia

C’è un odore che resta nell’aria, il giorno dopo l’incendio di un teatro. Non è solo fumo, è memoria che brucia. È storia che si fa cenere sotto gli occhi della città.

Nella notte tra lunedì e martedì le fiamme hanno avvolto distruggendolo il Teatro Sannazaro, uno dei luoghi simbolo della cultura napoletana, presidio di arte e identità nel cuore di Napoli.

Parliamo di un teatro che attraversa due secoli, che è sopravvissuto a guerre, crisi economiche, trasformazioni sociali. Un palco che ha visto alternarsi generazioni di attori, attrici e autori. Registi e compagnie.

Di fronte ad una simile devastazione è dunque inevitabile avvertire la misura di una perdita simbolica che travalica il danno materiale.

Il teatro, considerato una delle istituzioni culturali più significative della città, incarna non solo quasi due secoli di arte scenica ma anche le complesse trasformazioni socio-culturali che hanno attraversato il capoluogo partenopeo.

Una “bomboniera” nel cuore della Napoli borghese che nasce quasi duecento anni fa: inaugurato il 26 dicembre 1847 (talune fonti indicano il 1874, ma la tradizione è coerente nel far risalire la sua origine all’Ottocento) su un antico chiostro in via Chiaia, in quello che viene definito il “salotto buono” di Napoli. Un quartiere elitario e crocevia di classi medie e alte e meta di consumi culturali “di qualità”.

Fin dalle origini, l’edificio – decorato con stucchi e ori da artisti come Vincenzo Paliotti, che gli valsero il soprannome di jolie bouquet – fu pensato come un teatro di prosa per il divertimento elegante. La casa per una borghesia amante di spettacoli brillanti, farseschi e legati alla tradizione popolare illuminata.

Qui infatti trovavano spazio il cafè-chantant e la commedia all’improvviso, la farsa e la pochade. Le commedie di Scarpetta e la drammaturgia amara e riflessiva di Eduardo

In questo microcosmo teatrale si intrecciavano e talvolta si sovrapponevano due dimensioni. Da un lato l’eredità popolare napoletana, con la sua lingua, le sue maschere, la sua ironia corrosiva; dall’altro un repertorio meno riconducibile ai soli modi comici, che faceva spazio a drammaturgie più serie, sperimentazioni e riletture di autori di respiro nazionale e internazionale.

Il Sannazaro è stato insomma, fino a ieri, il teatro di alcune tra le voci più alte della scena italiana. Sono saliti su quelle tavole i già citati Eduardo Scarpetta ed Eduardo De Filippo, con il suo “Teatro Umoristico” formato insieme ai fratelli Titina e Peppino. Ernesto Murolo e Roberto Bracco.

E ancora Sarah Bernhardt, Eleonora Duse, Emma Gramatica, Ermete Novelli, Nicola Maldacea, Leopoldo Mastelloni, Peppe Barra, Lina Sastri, Ugo D’Alessio, Enzo Cannavale, Puetro De Vico, Nino e Carlo Taranto, Giacomo Rizzo. Donne e uomini che hanno fatto la storia del teatro napoletano e non solo.

Dopo un periodo di crisi nel secondo dopoguerra, il teatro fu recuperato grazie a Nino Veglia e Luisa Conte che ne restituirono dignità e vitalità a partire dagli anni Settanta del Novecento.

La conduzione più recente, sotto la guida di Lara Sansone, attrice e regista di lunga esperienza nonché nipote di Luisa Conte aveva proseguito questa tradizione, valorizzando sia il repertorio classico sia percorsi più trasversali nel teatro contemporaneo.

Una cifra che ha influito chiaramente anche sul tipo di pubblico del Sannazaro, da sempre riflesso di una composizione sociale che non può essere ridotta a un’unica etichetta.

La sua collocazione in una delle arterie più eleganti della città ha attirato nel tempo spettatori eterogenei, benché prevalentemente con inclinazioni borghesi e piccolo-borghesi, sensibili a quelle forme di spettacolo che pur attingendo alla gestualità popolare vengono filtrate attraverso codici rappresentativi più raffinati.

La commedia brillante, il varietà colto, le produzioni di autori napoletani come Salvatore Di Giacomo o Libero Bovio. Non disdegnando, soprattutto dalla fine degli anni ’90, qualche incursione in linguaggi più sperimentali.

Questo equilibrio tra tradizione e innovazione, tra pubblico e popolare, ha costituito in fondo il tratto distintivo del Sannazaro. Non un semplice teatro di élite ma un crocevia dialettico tra strati diversi della cultura cittadina.

La notizia dell’incendio che ha distrutto gran parte della struttura – evento ancora in fase di accertamento, ma verosimilmente accidentale e originato da un appartamento vicino – ha pertanto colpito la città come un lutto.

La cupola di legno è crollata, le decorazioni e i palchi eleganti danneggiati irreparabilmente; e l’eco delle fiamme si è propagato ben oltre i confini di via Chiaia, evacuando famiglie e ferendo l’identità di una città già in crisi sociale, politica e culturale.

Artisti e intellettuali hanno espresso il loro dolore, sottolineando come non si tratti solo della perdita di un edificio ma di uno spazio di esperienza comunitaria, di memoria e di socialità collettiva.

E allora a questo punto la questione diventa inesorabilmente politica. Non basta limitarsi alla conta dei danni o alla rituale e deprimente promessa di “fare presto”. La questione è, come sempre, assumersi fino in fondo la responsabilità politica di una ricostruzione rapida, trasparente e concreta.

L’amministrazione comunale non può cavarsela con la solita tattica dell’emergenza mediatica. Servono atti immediati. Stanziamenti certi, procedure snelle ma regolari, un cronoprogramma pubblico, il coinvolgimento delle maestranze e della direzione artistica.

Napoli non può permettersi che la burocrazia diventi ancora una volta, anche in questa circostanza, l’alibi per l’inerzia delle sue parassitarie classi dirigenti.

La passerella presenzialista fuori dal teatro con politici e sindaco in prima fila davanti alle telecamere, poche ore dopo l’incendio, restituisce invece l’immagine di una politica cittadina più attenta allo scatto fotografico che alla sostanza degli atti amministrativi.

La solidarietà istituzionale è doverosa ma non può trasformarsi in spettacolo nello spettacolo del disastro. Il rispetto si misura nei fatti e non nelle dichiarazioni.

Se prevarrà la logica dell’annuncio – come purtroppo d’abitudine per questa amministrazione e per il suo ridicolo sindaco Manfredi – resteranno solo le macerie materiali e politiche. E ciò che è più grave le macerie culturali. Allegoria di una città che brucia.

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