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L’Ucraina tra ricambi ai vertici di governo e necessità della guerra

Se sul fronte “politico” ucraino, stando all’agenzia RT, le dimissioni del pupillo di Victoria-fuck-the-UE-Nuland, Arsenij Jatsenjiuk, sembrano essere questione non di giorni, ma di ore, sul fronte militare si stanno purtroppo materializzando le previsioni fatte appena poche settimane fa dal presidente della Repubblica popolare di Donetsk, Aleksandr Zakharčenko, di un prossimo massiccio attacco ucraino nel Donbass. Il concentramento di uomini e mezzi lungo la linea di separazione tra milizie popolari e forze armate ucraine, ripetutamente segnalato dalla ricognizione militare di DNR e LNR; l’intensità e la continuità dei tiri di artiglieria di esercito e battaglioni neonazisti, concentrati su alcuni centri maggiori della Novorossija, fanno temere davvero l’inizio di un’offensiva in grande stile da parte di Kiev.
Dopo il martellamento di sabato e domenica scorsi, ieri il vice comandante di corpo della DNR, Eduard Basurin, ha riferito a Novorosinform un episodio (testimoniato dall’intelligence militare della DNR e confermato dalle intercettazioni radio dei reparti sanitari ucraini) indicativo del clima interno alle forze di Kiev. Lo scorso 9 febbraio, nell’area di Marjnka, una quarantina di km a sudovest di Donetsk e non lontana dallo snodo ferroviario di Krasnogorovka su cui ieri l’altro si erano concentrati i tiri delle artiglierie ucraine, i “bravi” di Pravyj Sektor avrebbero tentato di spingere all’attacco un reparto della 95° brigata aerotrasportata dell’esercito, che non ne voleva sapere. Bilancio dello scontro “amico”: 30 uccisi e un centinaio di feriti tra ambedue le parti.
E se questa è la “disposizione al combattimento” delle forze ucraine, è naturale che i comandi superiori tendano sempre più a ricorrere al diretto terrorismo contro la popolazione civile del Donbass: cecchini e piste minate, soprattutto nelle aree più a ridosso della linea di separazione tra le parti. L’obiettivo, secondo Basurin, è creare condizioni di vita insostenibili per i civili e addossarne la colpa alle milizie. La maggior parte dei plotoni di cecchini sarebbero costituiti da mercenari, provenienti in particolare da Polonia e paesi baltici.
Ma, in una forma o in un’altra, la guerra terroristica contro il Donbass, di cui i civili stanno pagando un prezzo altissimo – mortai e razzi indirizzati contro scuole, ospedali, rioni popolosi; sequestri e massacri di intere famiglie: diecimila morti, secondo le cifre ufficiali – sembra costituire l’ultima chance di Kiev. Lo sostiene il politologo Andrej Kovalenko, redattore capo dell’agenzia Novorossija e presidente del partito “Corso nazionale”. In una intervista a RIA “Novyj Den”, Kovalenko afferma che non esiste praticamente più nessuna speranza in una soluzione pacifica del conflitto: gli accordi di Minsk daranno qualche risultato solo dopo una “terza majdan” a Kiev e il ricambio completo della élite politica ucraina. Questo anche perché, da un lato, i nazionalisti più accesi non permetteranno che il Donbass rimanga “terra di nessuno” e non vorranno concedere alcuna autonomia politica e, dall’altro lato, la leadership centrale solo con la guerra può giustificare di fronte alla popolazione ucraina la disastrosa situazione economica. Nell’intervista, Kovalenko ha tracciato anche un quadro sommario della situazione nella Novorossija, con la vita tornata più o meno alla normalità nei grossi centri lontani dal fronte. Dal punto di vista economico, però, il Donbass continua a risentire degli effetti della guerra: nonostante le poche imprese rimaste continuino a pagare le tasse a Kiev, mancano le infrastrutture da parte ucraina che ne permettano il pieno funzionamento. Anche per questo non scarseggia la disoccupazione e i problemi sociali sono alleggeriti solo in parte dagli “ammortizzatori” pubblici. A livello popolare, “non c’è simpatia per l’Ucraina, ma si pensa soprattutto ai problemi quotidiani” continua Kovalenko; è diffuso lo spirito per cui “se Kiev ci lasciasse almeno un po’ in pace” e si tornasse al livello di vita precedente, allora tutto andrebbe bene. In ogni caso, tutte le discussioni terminano con “quando smetterà l’Ucraina di bombardare? Quando si faranno le elezioni e ci uniremo alla Russia?”. Le persone si sentono protette dalle pattuglie delle milizie che circolano per le vie e, in generale, nelle città c’è comunque ordine; cosa che non si può dire per il resto dell’Ucraina, dove a dettare legge nelle strade ci sono gruppi armati.
Nel complesso, quindi, conclude Kovalenko, il corso iniziato con gli accordi di Minsk diverrà reale solo con un cambio di regime a Kiev; nelle condizioni attuali, no. E ci sono tutte “le premesse perché ciò avvenga: gli ucraini non sopportano più l’élite attuale e una terza majdan potrebbe spazzarla via”.
Premesse che ieri hanno assunto il travestimento della predizione divulgata dall’oracolo yankee Mikhail Saakašvili. L’ex presidente georgiano e attuale governatore di Odessa ha profetizzato che, d’ora in poi, in Ucraina i governi cambieranno molto spesso. L’annuncio non costituirebbe il presagio di una sua prossima ascesa al soglio governativo, perché, ha notificato, “io ho ambizioni molto più alte, che non la carica di premier”!
Apparentemente, dalle previsioni di Kovalenko e dai vaticini di Saakašvili, sembra rimaner fuori il ruolo guida del regista atlantico delle majdan precedenti, dei suoi interessi negli sviluppi della situazione ucraina e delle pedine locali. A partire dal fatto che Kiev e l’Occidente insistono su un’unica strada: il ritorno di Donbass e Crimea nella compagine ucraina.
In particolare, a proposito della penisola, negli ultimi giorni si sono fatte più ricorrenti le voci di una stretta collaborazione tra gruppi terroristici (e anche servizi segreti) turchi e il medžlis dei tatari di Crimea, in maggioranza sunniti-hanafiti. Dopo le passate dichiarazioni su corsi di sabotaggio e campi di addestramento sul territorio ucraino organizzati per il medžlis da istruttori turchi, ora circolano con insistenza indiscrezioni – ne ha parlato ieri LifeNews – sulla preparazione di azioni diversive in Crimea sotto la diretta supervisione dei “Lupi grigi” turchi, implicati anche nell’abbattimento dell’aereo di linea russo A321 sopra l’Egitto nell’ottobre scorso e utilizzati da Erdogan nella repressione dei curdi.
Così che il cerchio si chiude.

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