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Madrid: i socialisti puntano alla nuova destra e al “modello Renzi”

Le elezioni del 20 dicembre avevano sancito la fine del sistema bipartitico, visto che i due partiti tradizionali del sistema nato dall’autoriforma del franchismo – Partito Popolare e Partito Socialista – erano stati nettamente ridimensionati dall’irruzione alle Cortes di Podemos a ‘sinistra’ e di Ciudadanos a destra. Una rivoluzione senza rivoluzione e all’insegna di una sostanziale continuità con il passato, come sembra confermare l’evoluzione delle trattative tra le forze politiche per la formazione dell’esecutivo di Madrid. 

Di fatto i socialisti del Psoe, che dopo il fallimento del premier incaricato Mariano Rajoy avevano ricevuto l’incarico da parte di Re Felipe VI, hanno deciso di puntare decisamente a destra per trovare un partner di governo. Dopo aver trattato separatamente con Ciudadanos – il partito nazionalista e liberista scelto dagli apparati come polo d’attrazione dei consensi in fuga dai popolari – e con Podemos, Izquierda Unida e Compromis, i socialisti del Psoe hanno deciso di accelerare il processo di convergenza con la nuova destra. In segreto, e mentre sembrava che si configurasse un solido asse tra socialisti, Podemos e altre forze di sinistra, lunedì il leader socialista Pedro Sanchez e il padre padrone di Ciudadanos Albert Rivera hanno firmato un patto di legislatura tra le due formazioni che mette al centro la riforma del mercato del lavoro e dell’organizzazione territoriale e che dovrebbe essere alla base di una riforma costituzionale neocentralista e neoliberista.
Il programma di legislatura – definito di ‘rigenerazione democratica’ – prevede infatti la sostituzione delle Diputaciones – simili alle nostre province, governate da consigli elettivi – con Consigli Provinciali formati da sindaci delle località coinvolte (di fatto una fotocopia della controriforma renziana delle amministrazioni locali); la trasformazione dei contratti a tempo determinato in ‘stabili e progressivi’ della durata di soli due anni, con annessa maggiore facilità di licenziamento in cambio di un indennizzo maggiore per i licenziati ma anche incentivi alle imprese affinché siano portati a convertirli in contratti a tempo indeterminato. Il patto afferma che l’obiettivo è scrivere un nuovo statuto dei lavoratori recuperandone i diritti persi nel corso della legislatura precedente e derogare/cambiare la ‘riforma’ imposta dal Partito Popolare, ma al di là delle formulazioni la similitudine con il Jobs Act renziano (ovviamente conformato alle direttive dell’Unione Europea) appare più che evidente, con la valorizzazione dei contratti settoriali e aziendali e il depotenziamento dei contratti collettivi. Inoltre i due partiti escludono la celebrazione di un referendum sull’autodeterminazione della Catalogna.
Si tratta di misure altamente regressive, anche se accompagnate da altri impegni in campo sociale – sanità, diritti delle donne, assistenza agli immigrati, scuola ecc – che tentano di smussare in parte gli eccessi delle politiche imposte negli anni precedenti dal governo Rajoy e di riallineare Madrid al livello europeo in fatto di diritti civili.
La decisione dei socialisti di scegliere Ciudadanos come partner privilegiato creando un ‘nucleo duro’ – attorno al quale tentare di aggregare altre forze per formare una maggioranza di governo in cui una eventuale componente di sinistra avrebbe le mani legate dal ‘patto di legislatura’ Psoe-Ciudadanos – ha provocato una dura reazione di Podemos.
Il numero due di Podemos, Inigo Errejon, ha annunciato la rottura delle trattative con i socialisti affermando che “L’accordo Sanchez-Rivera non è compatibile con noi (…) perché impedisce la possibilità di formare un governo plurale e di cambiamento” e che Sanchez “ha gettato alle ortiche un’opportunità storica per milioni di spagnoli”.
Salvo ulteriori colpi di scena, però, la prossima settimana l’investitura di Pedro Sanchez a primo ministro fallirà, visto che insieme Psoe e Ciudadanos possono contare solo su 130 deputati su 350 (90 e 40 rispettivamente). Sono previste due votazioni: la prima il 2 marzo che richiede la maggioranza assoluta e la seconda il 5 che invece richiede quella semplice: un traguardo, il secondo, al quale Sanchez potrebbe aspirare solo in caso di astensione da parte della destra di Rajoy (che Albert Rivera sta insistentemente chiedendo). In caso contrario i giochi, e le trattative, dovrebbero essere riaperte e Podemos si è già detto pronto a rientrare in pista per un eventuale accordo con Sanchez che ridimensioni il ruolo di Ciudadanos. Se entro il 3 maggio non sarà possibile trovare una maggioranza – lo scenario più probabile secondo la maggioranza degli analisti – si andrebbe allo scioglimento delle Cortes e all’indizione di nuove elezioni ma non prima del prossimo 26 di giugno. A meno che il PP non rientri in campo imbarcando Ciudadanos nella maggioranza e strappando al Psoe un appoggio esterno. 

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