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Sudan: i popoli in rivolta scrivono la Storia

Le mobilitazioni iniziate il 19 dicembre dello scorso anno in Sudan sono ad un punto di svolta decisivo dopo l’accerchiamento prolungato della capitale.

Una marea umana – di cui l’influsso non si interrompe – è giunta da diversi punti per dare vita ad un prolungato sit-in iniziato il 6 aprile (data dal forte valore simbolico per la storia sudanese), di fronte al quartier generale dell’esercito invadendo le arterie principali che portano a Khartum.

Mentre a Port Sudan, sulle coste del Mar Rosso, i manifestanti sono fuori del quartiere generale della marina.

Il leggendario musicista e cantante sudanese Abu Araki Albakhett si è unito alla protesta…

Ed è proprio l’esercito che sarà con ogni probabilità il garante del processo di transizione inimmaginabile appena qualche mese fa, e che ha “protetto” i manifestanti dai corpi di sicurezza e dalle milizie del regime, di fatto “fraternizzando” con gli insorti.

In queste ore convulse, come riporta la Reuters, il settantenne presidente al potere dal 1989 si è dimesso ed insieme alcune figure chiave della sua cerchia è stato “relegato” nel palazzo presidenziale, mentre la casa di Awad Alhajz, noto torturatore del regime, sembra essere stata invasa da militari e manifestanti.

Mohammed Naji Al-Sam, il portavoce della SDA (Sudanese Professionals Associations), arrestato il 4 febbraio è stato liberato e portato in braccio dai manifestanti. Questa Associazione, ossatura organizzativa della protesta per ciò che riguarda la “società civile”, ha dichiarato che qualsiasi sia l’annuncio atteso con grande suspance dell’esercito, come comunicato dai media nazionali, vigilerà sul processo rivoluzionario e non smobiliterà affinché la transizione non coinvolga persone del “regime” e sia guidata da figure della società universalmente riconosciute:

Noi dichiariamo che il popolo del Sudan non accetterà niente di meno che una autorità civile di transizione composta da un gruppo patriotico di esperti che non sia stato coinvolto con il regime tirannico.

Dopo l’annuncio fatto dall’Esercito, di voler gestire la transizione prima delle elezioni per due anni e la promulgazione di tre mesi dello “stato d’emergenza”, è stato proclamato il mantenimento della mobilitazione, “sfidando” il coprifuoco imposto dalla giunta militare: “questa è la continuazione dello stesso regime”, ha dichiarato Sara Abdelijalil, della SPA, “Così ciò che dobbiamo fare è continuare la lotta”.

Il ministro della Difesa Awad Ibn Ouf, che ha letto il comunicato dell’esercito, ha dichiarato che la costituzione è sospesa, i confini sigillati fino ad indicazione contraria e lo spazio aereo chiuso per 24 ore.

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Il Sudan è un Paese pesantemente segnato da conflitti armati, come quello del Darfour all’inizio del 2000 e la guerra nella zona meridionale, che ha portato all’indipendenza del Sud nel 2011; con zone di conflitto armato non ancora “pacificate”, come nella regione di Sud_Kordofan e Nil Bleu, per il controllo del Abiyé.

Un Paese dove Bashir governa da trent’anni e che era alla vigilia delle elezioni, che si dovrebbero tenere il prossimo anno.

La periferia, epicentro delle mobilitazioni, ha per così dire “circondato” il centro, in un Paese dove il 40% della popolazione ha meno di 15 anni ed ha conosciuto solo il “regime”, le sue politiche di controllo securitario coniugato alle inconsistenti spese sociali ed alla Sharia, in vigore dal 1983 – per un velo “malportato” una donna viene frustata, così come se passeggia con un uomo o è sospettata d’adulterio – senza che il realismo geo-politico occidentale l’abbia mai messo in cima alle proprie iniziative in difesa dei diritti umani…

Le proteste sono iniziate nella città operaia di Atbara, nel Nord-Est del Paese, dove i manifestanti si sono concentrati in seguito all’impennata del prezzo del pane, aumentato di tre volte da un giorno all’altro!

L’80% del budget dello stato va per le spese militari e per ingrassare gli apparati di sicurezza, vera assicurazione sulla vita – finora – del regime, mentre il 5% va ad istruzione e alla sanità, con una inflazione che si attesta al 70% ed un grave situazione debitoria. La ricchezza non era redistribuita, ma andava appannaggio di un’oligarchia che ha stabilmente occupato i posti di potere, godendo di standard di vita impensabili per la popolazione, anche quella più istruita e qualificata (medici, insegnanti, giudici, avvocati), alimentata dai proventi petroliferi e dall’indebitamento estero.

Il calo del prezzo del barile ha segnato una parabola discendente per un paese già depauperato delle sue risorse del sottosuolo dopo la “secessione” del sud.

In questo contesto, di fronte ad una opposizione politica inconsistente, fortemente monitorata e pesantemente repressa, un ombrello di associazioni professionali (SPA) è stato una delle spine dorsali organizzative di questa protesta, fortemente sostenuta dalla comunità sudanese all’estero.

Una comunità che, come in Francia, ha duramente lottato contro la deportazione dei propri concittadini, visto che paradossalmente il Sudan è ritenuto “paese sicuro”!

Come ha detto l’analista Marc Lavergne, esperto di Sudan: “è un movimento che assomiglia più ai gilets jaunes che alle primavere arabe”.

La comunità internazionale tutta, compresa l’Unione Europea e gli USA, nonché il Fondo Monetario Internazionale, dovrà far dimenticare in fretta le pesanti responsabilità che ha avuto nel permettere la continuazione di questo regime castrense e poliziesco, ma utile, anzi fondamentale, per tutti i maggiori attori internazionali e regionali in questo snodo centrale transcontinentale tra Africa e il cosiddetto “Medio Oriente”.

Omar Al-Bashir ha avuto una politica estera piuttosto spregiudicata: organico alla coalizione a guida saudita impegnata nel conflitto yemenita – e quindi complice della catastrofe umanitaria in quel paese – ed allo stesso tempo pronta ad ospitare navi da guerra russe (come annunciato alcune settimane fa) nel proprio importante scalo portuale nel Mar Rosso; recentemente depennato dalla “black list” anti-terror degli Stati Uniti, che hanno annullato l’embargo deciso nell’Era Obama e allo stesso tempo pronto a firmare con la UE un accordo per il controllo dei flussi migratori verso il “vecchio continente”.

Pronto ad accogliere gli investimenti russi e cinesi, ad intrattenere rapporti piuttosto stretti con la Turchia di Erdogan e l’Egitto dei militari, ma soprattutto molto attento a non alienarsi il consenso dell’Unione Europea, che ha sempre zittito qualsiasi critica a riguardo, anche in questi tre mesi di mobilitazione.

Una buona dose di pragmatismo in un mondo multipolare in cui il campismo è definitivamente “lettera morta”, che ha fatto dimenticare – o rimuovere – il ruolo di primo piano che il suo regime ha avuto nello sviluppo del “jihadismo”, non solo nel continente africano (Somalia e Sahel), e che ha ospitato Osama Ben Laden negli anni Novanta.

Un pragmatismo pronto a fargli rimediare, in parte, l’amputazione delle ricchezze del sottosuolo avvenuta con la secessione della parte meridionale del Paese, blindando ¾ dei pozzi petroliferi e le riserve auree più importanti, per un paese praticamente mono-esportatore di petrolio che recentemente si è piegato ai dicktat del Fondo Monetario Internazionale.

E che quindi ha inflitto misure di “austerità” ad un paese dall’inflazione già galoppante, dove la malnutrizione è endemica, ed ha fatto schizzare il prezzo dei beni di prima necessità: innesco economico di una protesta che ha assunto sin da subito un profilo politico e la forma dei blocchi stradali.

Se la stampa occidentale si sofferma ipocritamente sulla splendida immagina iconica di una Alaa Salah, architetta poco più ventenne diventata simbolo della protesta, pochi ricordano il ruolo che le donne hanno avuto nella lotta anticoloniale nel Paese Africano – come Khalida Zahir, prima donna medico del paese – e la condizione schiavistica della donna, ignorata finora dall’Occidente: l’abito che indossa è un omaggio alle donne lavoratrici che si sono precedentemente battute contro la dittatura.

Difficile immaginare gli sviluppi della situazione futura, una cosa però è certa: i dannati della terra in Algeria, Sudan e Mali stanno di nuovo riscrivendo la Storia ed hanno ingaggiato una lotta contro il neo-colonialismo che non vogliono vedere sequestrata e mutilata, né sacrificata alle logiche della Realpolitik del “Nord” del pianeta.

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