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Le quattro ragioni del fallimento delle sinistre alle elezioni europee

La ragione principale del fallimento delle sinistre è l’assenza pressoché totale di una realistica strategia anti-capitalistica, o anche solo anti-neoliberale, relativa all’UE. A sinistra non ci si chiede nemmeno se l’UE possa veramente essere un veicolo per una strategia anti-capitalistica.

Piuttosto, continua a prevalere a sinistra un’accettazione ingenua o opportunistica di quell’’”europeismo” buonista così popolare tra i giovani e che viene abilmente sfruttato dai partiti di centro e dai tecnocrati europei per legittimare il regime neoliberista.
A sinistra non si fa menzione di come la costituzione economica dell’Unione europea renda impossibile qualunque programma anti-capitalistico o anche solo pro-labour, in virtù del liberismo incarnato nei trattati (le “quattro libertà”), della dittatura di fatto della Corte europea di giustizia e dell’austerità imposta dall’euro.
Qualsiasi discussione critica sulla principale politica sociale dell’UE – la libera circolazione del lavoro tra paesi economicamente molto diversi tra loro – viene rigorosamente evitata, e anzi viene sostituita da una vaga simpatia per l’idea delle frontiere aperte, anche tra l’UE e il mondo esterno.
Questo non fa altro che confermare l’idea – esplicitamente promossa dai partiti borghesi di centrosinistra – che l’Europa riguardi principalmente la possibilità di viaggiare senza controlli alle frontiere e senza dover cambiare denaro.
In secondo luogo, in pressoché tutti i paesi europei, la sinistra non ha resistito all’unirsi ai vecchi e nuovi partiti di centro nel dichiarare la nuova destra nazionalista una minaccia imminente per la democrazia, rendendo il voto “per l’Europa” o per “più Europa”, la scelta difensiva più ovvia.
Esagerando la minaccia della nuova destra, la sinistra ha finito per spingere gli elettori tra le braccia dei partiti liberali che promettono “stabilità” in tempi difficili. Se il fascismo fosse qualcosa che si potesse sconfiggere votando per “più Europa” perché mai qualcuno dovrebbe dare il proprio voto alla sinistra radicale?
Una sinistra degna di questo nome avrebbe dovuto capire che la democrazia può essere minacciata anche se in giro non ci sono “fascisti”, veri o immaginari che siano.

Anzi, avrebbe dovuto capire che sono proprio i partiti di centro – gli stessi con cui la sinistra si è alleata per combattere la sua finta guerra elettorale contro la minaccia fascista – a minare la democrazia. E lo fanno sottoponendo i loro paesi a un ordine politico-economico neoliberale che impone loro un ferreo regime di libero scambio, una politica monetaria simile al gold standard, un’austerità feroce e un mercato del lavoro con un’offerta di manodopera illimitata.
Infine, la sinistra continua drammaticamente a sottovalutare ciò che i primi socialisti chiamavano la “questione nazionale” e la sua importanza per la sua base sociale naturale: i lavoratori. Per questi ultimi, “l’Europa” è una tecnocrazia lontana, un mondo al di fuori della loro esperienza quotidiana.

Lo stesso vale per la classe media, sebbene quest’ultima faccia finta di sapere cosa succede a Bruxelles.
Questi dettagli, tuttavia, non contano per coloro per i quali “l’Europa” è diventata un umore, un sentimento, piuttosto che un’istituzione politica: il simbolo di una vita consumistica “cool” e “cosmopolitica”. Negli ambienti borghesi di sinistra, “l’europeismo” è la tessera che dà accesso a un ambiente sociale urbano a cui appartengono i leader e gli attivisti dei partiti della sinistra radicale, ma pochissimi dei loro membri ed elettori.
Per i lavoratori, la centralizzazione politica e amministrativa significa negare una voce alle persone comuni, che non sentono alcun bisogno di un’identità sovranazionale. Anzi, i lavoratori comprendono che la delegittimazione dello Stato nazionale in nome del sovranazionalismo “europeo” significa privarli di potere. Questo è il motivo per cui i partiti della sinistra che abbracciano l’entusiasmo europeista raccolgono consensi solo tra la comunità globalista neoliberale.
La sinistra tende a relegare le questioni politiche a un livello di “democrazia europea” che esiste solo nella loro fantasia e che non esisterà per molto tempo a venire. Una sinistra radicale degna di questo nome capirebbe che il migliore contributo che può dare all’”Europa” consiste nel prendere atto che le “soluzioni europee” non possono sostituire la politica a livello nazionale, per il semplice fatto che quelle soluzioni non esistono. E si adopererebbe per difendere l’unica democrazia realmente esistente, cioè la democrazia nazionale, contro il suo esautoramento in un nome di una democrazia sovranazionale “cosmopolitica”.

*da Jacobin Magazine, tradotto e pubblicato da L’Antidiplomatico

dello stesso autore: Rompere l’euro, e al più presto

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1 Commento


  • yakoviev

    D’ accordissimo dalla prima all’ultima riga. Strano che l’autore non venga tacciato di essere un “rossobruno”…

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