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In Africa il pluripolarismo fa avanzare la decolonizzazione

Stiamo assistendo a un profondo deterioramento delle strutture che storicamente erano usate dai Nord del mondo per controllare e gestire i Sud: assistiamo alla de-globalizzazione, cioè al graduale tramonto di un mondo globalizzato, con le Nazioni Unite, le organizzazioni derivate dagli accordi di Bretton Woods e molte altre strutture multinazionali che non appaiono più in grado di proporre indirizzi e percorsi credibili.

Tra i paesi che si sono sottratti o si stanno sottraendo a politiche e modelli imposti dall’esterno (allo scopo, in effetti, di depredarli): ovvero quelli che aderiscono ai BRICS o si preparano a farlo, e i G77 più la Cina, in effetti le visioni politiche sono a volte contrastanti, però si cerca di unirle contro le potenze egemoniche.

Questi movimenti sfidano il dominio delle potenze coloniali ed ha ragione Papa Francesco quando esorta – come ha fatto mercoledì scorso – a porre fine all’oppressione politica ed economica che da lungo tempo subiscono l’Africa e i paesi colonizzati.

Infatti, il fenomeno della decolonizzazione apre nuove possibilità di autodeterminazione, dunque nuove possibilità di sviluppo, per il Sud globale. E ridefinisce le dinamiche globali di un nuovo ordine mondiale.

In questa ottica, parlare di decolonizzazione implica anche una visione teologica precisa: quella che sta a cuore a Papa Francesco, ovvero una teologia del popolo e una teologia della liberazione, che portano ad un processo storico di conflitto, anche di classe, per la liberazione e per l’autonomia di molti paesi.

Questo è accaduto principalmente in America Latina dove l’eredità di Simon Bolivar, il Libertador, è stata raccolta da pensatori come José Marti e José San Martin, e più recentemente da leader straordinari come Fidel Castro e Hugo Chavez, che l’hanno tradotta nella realtà concreta di Cuba e del Venezuela e nell’Alleanza Bolivariana dell’ALBA, un patrimonio morale e politico affidato ai loro attuali successori.

L’Africa invece dalla fine presupposta del dominio coloniale ha visto le ex colonie che hanno cercato di darsi una nuova forma di governo, ma sono finite a sottostare a un neocolonialismo, in cui le vecchie potenze, come gli Stati Uniti e come le potenze europee, in particolare la Francia, hanno continuato a esercitare non solo un’influenza economica e politica su paesi appena indipendenti, ma forme vere e proprie di dominio.

Da questo punto di vista la critica all’eurocentrismo e al neocolonialismo formulata da Papa Francesco, è collegata ovviamente al processo di decolonizzazione e a un’autentica liberazione e autodeterminazione per molti paesi. Mentre le multinazionali hanno portato a forme di controllo diretto e indiretto e allo sfruttamento delle terre, delle miniere, delle risorse naturali da parte delle potenze occidentali.

Ma oggi la decolonizzazione vive un nuovo momento che a noi sembra una straordinaria opportunità, una situazione cioè in cui i protagonisti possono andare oltre ai paesi dei Brics plus e del G77 più la Cina: noi dobbiamo spingere affinché si affermi un protagonismo popolare, in modo da far emergere dei casi sempre più di resistenza.

Sono realtà politiche e sociali, come il Movimento M23 in RdC interessanti non solo studiare ma da sostenere, da porre cioè sul piano teorico e sul piano della prassi, della pratica, appunto, della della lotta di liberazione per uno sviluppo alternativo, in modo tale che appunto si possano affrontare le sfide che la storia, a cominciare dall’esperienza coloniale passata e moderna, e dalla dominazione imperialista, ci propone.

La realtà è che capitalismo e nei colonialismo hanno cercato di andare avanti con nuove forme per soffocare in qualsiasi maniera i modelli di emancipazione. Hanno espresso cioè in ogni modo la lotta contro la dipendenza e contro lo sfruttamento.

Dunque servono politiche nuove di sviluppo per una transizione che dalla fase antimperialista e anticoloniale si pongano da subito il problema di una redistribuzione delle ricchezza in maniera più equa, più giusta, più libera, quindi con forme di proprietà del popolo.

Noi riteniamo di proporre ovviamente transizioni verso una pianificazione socialista e che quindi il terreno del multicentrismo si elevi a processi di transizione socialista, per costruire non tanto uno sviluppo alternativo, perché la parola sviluppo spesso è annodata alla questione della crescita quantitativa, ma un progresso qualitativo, cercando di opporsi in maniera definitiva, in maniera popolare, con una democrazia di base, al mondo unipolare,imposto dall’imperialismo.

In questo senso, quindi, l’appello del Papa lo facciamo nostro come un appello che non si limita soltanto alla denuncia ma alla presa di coscienza per la mobilitazione popolare nella continua lotta contro il colonialismo e il neocolonialismo, l’imperialismo, il dominio del mondo della finanza e delle multinazionali.

A questi disvalori opponiamo l’autodeterminazione e in particolare vogliamo mettere in evidenza come questo discorso valga per la Tricontinental, cioè per l’area dell’Asia, dell’Africa e dell’America Latina, regioni del mondo che rappresentano le prospettive di sviluppo più importanti per i popoli, e dove si gioca la resistenza all’egemonia delle potenze mondiali e neocoloniali, e agli imperialismi.

La sfida oggi si gioca in un contesto globale e bisogna considerare che questo contesto globale però deriva da un processo storico-politico in cui si sono sviluppate le attuali forme che collegano queste aree ai processi di decolonizzazione in corso, in particolare dopo la Seconda Guerra Mondiale, e si è evidenziato dopo la fine in particolare anche degli accordi di Bretton Wood come sia in Asia sia in Africa quelle diciamo spinte alla decolonizzazione, grazie al carattere avanzato anche di alcune strutture politiche e sociali che si muovevano in una dinamica più veloce o comunque più moderna rispetto a quelle che più fortemente risentono delle dinamiche colonizzatrici.

Parliamo in particolare dell’Africa e questo probabilmente è dovuto anche ad una arretratezza dei processi storici e culturali. Nell’America Meridionale i processi antimperialisti e di autodeterminazione decoloniale hanno radici che risalgono già al 1800, con Bolivar che promuove con l’idea della Patria Grande l’universalità e l’unione di diverse etnie e abolisce la schiavitù in Venezuela.

Fidel Castro avvertì come un preciso dovere avviare questo processo anche in Africa. E il primo fronte sul quale Ernesto Che Guevara e i suoi uomini furono impegnati fu il Congo. Nel 1960 il Congo aveva ottenuto l’indipendenza dal Belgio, Il Che e i suoi compagni avevano la missione di addestrare e aiutare i combattenti che si opponevano a una leadership sostenuta dall’Occidente.

Il fronte africano in cui i cubani furono poi maggiormente impegnati fu però quello dell’Angola, dove Fidel inviò 55mila uomini, medici e insegnanti e non solo soldati e carri armati. E mentre gli apparati militari cubani si ritirarono dopo la firma del trattato di pace nel settembre 1988, medici e insegnanti arrivati da Cuba operano ancora nell’incantevole paese dell’Africa Meridionale.

Secondo Granma, il giornale del partito comunista di Cuba, attualmente operano in Africa 5.000 cubani: 2.442 sono nella sanità, 247 nell’educazione, 82 nel settore tecnico, 72 nell’edilizia civile.

I Paesi africani con il maggior numero di cooperanti cubani, sono Angola (2.742), Algeria (905), Guinea Equatoriale (507), Mozambico (389), Sudafrica (329), Gambia (114), Namibia (113) e, con meno di cento, Botswana, Gabon, Congo, Capo Verde, Guinea Bissau, Burkina Faso, Zimbabwe, Repubblica Araba Saharawi Democratica, Eritrea, Etiopia, Tanzania.

Unifica queste presenze lo slogan “Medici non bombe!” che rappresenta in effetti un approccio totalmente contro corrente rispetto ai rapporti di forza che vediamo in atto, con la guerra mondiale a pezzi di cui parla Papa Francesco e il suo sviluppo tragico e devastante in Ucraina, alimentato dall’invio delle armi ai belligeranti.

Proprio l’alleanza dei paesi NATO per l’invio delle armi all’Ucraina rinnova ad esempio la disattenzione proverbiale ai giorni nostri ai bisogni reali della popolazione, quella stessa che Gramsci ha denunciato relativamente al nostro Meridione e a tutti gli altri Sud fin dal secolo scorso, perché è esattamente lo sviluppo coerente di un’ingiustizia che ci portiamo avanti da più di 100 anni, con lo sviluppo distorto cioè del processo unitario del nostro Paese realizzato per mezzo di una annessione colonialista.

Sono temi al centro della riflessione e dell’impegno della “Scuola marxista, decoloniale di economia antropologica” nata spontaneamente nell’ateneo La Sapienza per coordinare le materie economico-sociali nella Facoltà di Lettere, sia del Capitolo italiano della Rete in difesa dell’umanità cui aderiscono i ricercatori del Cestes, il centro studi dell’USB, i dirigenti di organizzazioni come la Rete dei Comunisti, Cambiare rotta e OSA, nonché la direzione di FarodiRoma e l’Associazione Rotondi per un giornalismo di pace.

Nella foto: Fidel Castro e il Presidente burkinabè Thomas Sankara

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