Pubblichiamo un articolo del New York War Crimes, provieniente dall’organizzazione britannica Palestine Action di cui alcuni militanti stanno facendo da decine di giorni uno sciopero della fame in carcere. La traduzione è di Veronica Bianchini per Bocche Scucite
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Quando parliamo dei nostri prigionieri politici, a volte dimentichiamo di parlare della loro visione politica. Ciò è comprensibile in quanto il carcere nasce per disumanizzare le persone che lì sono rinchiuse, costringendoci a dichiarare pubblicamente, come antidoto a questa violenza, che un certo prigioniero era una madre amorevole o un figlio devoto o un giardiniere. Tutte cose che possono essere vere, ma che non sono importanti quanto il fatto che queste madri e figli e giardinieri hanno cercato di fermare un genocidio.
Quando diciamo che 24 membri di Palestine Action attualmente sono detenuti nelle carceri del Regno Unito senza essere stati processati, è importante ricordare perché hanno maturato certe convinzioni politiche e per quale motivo sono stati detenuti.

Queste 24 persone (note come Filton 24 NdT) si trovano in carcere perché hanno partecipato a una serie di azioni che hanno condotto alla distruzione totale delle attrezzature di una fabbrica della Elbit Systems, al punto che gli ordini di armi che dal Regno Unito dovevano giungere all’entità sionista sono rimasti inevasi.
L’impatto di queste azioni è stato forte poiché hanno investito come onde d’urto l’intera catena di approvvigionamento andando a destabilizzare il nemico. I loro effetti, inoltre, sono stati avvertiti fuori del Regno Unito, al punto che in Germania cinque persone, tra le quali un cittadino britannico, hanno fatto irruzione in uno stabilimento della Elbit distruggendo ogni singolo macchinario presente al suo interno. Questa fabbrica non potrà mai tornare a operare e, seppure ciò dovesse accadere, ci vorranno mesi e mesi perché possa riacquistare la piena funzionalità.
Questo è lo standard di azione a cui dobbiamo attenerci in tempo di genocidio: come possiamo intralciare i piani del nemico giorno dopo giorno, settimana dopo settimana, mese dopo mese perché sia infine costretto a rinunciarvi del tutto?
Noi, come movimento, non siamo riusciti a fermare il genocidio e dubito che riusciremo a farlo, se più persone non saranno disposte non solo a portare scompiglio nel sistema per un paio di giorni, ma nelle loro stesse vite per un lungo periodo di tempo. L’anno passato deve servire a liberarci tutti dall’illusione di poter cambiare il mondo senza sacrifici.
Quando Palestine Action è stata lanciata cinque anni fa, sconfiggere la Elbit Systems in tribunale faceva parte della nostra strategia. Abbiamo intrapreso azioni simili per anni e nessuna di queste ha portato ad accuse di terrorismo.
Il nostro modo di operare era basato, in parte, su una serie di azioni strategiche realizzate contro la Raytheon nell’Irlanda del Nord nei primi anni 2000, nel corso della seconda Intifada e della guerra contro l’Iraq. Raytheon infatti ha avuto l’ardire di costruire una fabbrica a Derry e gli attivisti hanno risposto accorrendo ripetutamente per distruggerla. Non indossavano maschere o passamontagna.
Sono stati ripresi dalle telecamere non una, ma decine di volte. Eppure, ogni volta, la pubblica accusa non ha potuto trovare una sola giuria disposta a condannarli per avere fatto la cosa giusta. Dopo una serie di verdetti di non colpevolezza, Raytheon ha fatto i bagagli e ha lasciato la città. Da allora dei mercanti di morte non si è vista più traccia nella libera Derry.
Allo stesso modo, persino nell’Inghilterra che sappiamo essere tutt’altro che libera, all’inizio ce la siamo spassata con la Elbit in tribunale. I giurati infatti prendevano le nostre parti rifiutandosi di condannarci. Dopo aver perso due importanti cause contro di noi nella primavera e nell’estate del 2024, l’accusa ha cambiato rotta e ha deciso di incriminare la successiva azione importante messa a segno dall’organizzazione ai sensi del Terrorism Act.
Le conseguenze sono state due. La prima, più scontata, è che è diventato più difficile trovare nuovi attivisti, visto che tutto d’un tratto le persone che entravano a fare parte della nostra organizzazione potevano essere arrestate in forza del Terrorism Act. La seconda è che ha offerto al Regno Unito un modo per risolvere per vie legali il problema che ponevamo come gruppo.
Palestine Action era estremamente efficace e stavamo iniziando a raccogliere sostegno popolare tra le organizzazioni di base. Perché mai altrimenti avrebbero scelto di tenere rinchiusi i nostri membri per un anno senza processo, quando sappiamo tutti quale sarà l’accusa di cui dovranno rispondere? Per allungare i tempi, indebolirci, fiaccarci.
Tuttavia, invece di scoraggiarci, abbiamo puntato più in alto. Alcuni vogliono dimenticare che il sionismo è un frutto dell’imperialismo. Non è corretto in termini materialisti isolare Israele dal contesto, cioè affermare che è uno “stato canaglia” che può essere bandito dall’impero senza che questo abbia a risentirne.
Nel corso di questo genocidio, i media britannici hanno costantemente, e a vantaggio dei diretti responsabili, omesso di parlare del ruolo giocato dalla Gran Bretagna nella distruzione della Palestina da oltre un secolo a questa parte.
Ecco perché all’inizio di quest’anno abbiamo intrapreso l’azione contro la base dell’aeronautica militare britannica, che ci ha attirato tante critiche e costato la messa al bando come organizzazione terroristica. È tuttavia grazie ad essa se siamo riusciti a ottenere che nel dibattito sulla Palestina si producesse un cambiamento che il semplice perorare la causa palestinese non aveva potuto conseguire, cioè che i media iniziassero a parlare realmente della complicità del Regno Unito nel genocidio e si iniziasse a fare i conti con questa realtà.
Il primo processo ai prigionieri detenuti con l’accusa di terrorismo è atteso per questo autunno. Essi non intendono dichiararsi colpevoli, né esprimeranno rimorso per ciò che hanno fatto. Diranno invece che le loro azioni erano giustificate, che erano tenuti ad agire così come previsto dalle leggi sulla prevenzione del genocidio. Se, infatti, il regime britannico non fa rispettare le leggi che adotta, spetta al popolo prendere in mano la situazione quando in ballo ci sono la vita, l’umanità e la giustizia.
E non si tratta di una mera strategia difensiva o comunicativa. È importante che tutti coloro che leggono questo articolo comprendano che i nostri prigionieri non solo sanno di aver fatto la cosa giusta, ma sentono che è un onore e un privilegio essere reclusi per la causa per cui lottano.
Penso, tuttavia, che questo sentimento possa continuare a esistere a una condizione, cioè che il lavoro continui, sia dentro che fuori. La notizia più importante che i nostri prigionieri politici aspettano di ricevere dalle loro reti di supporto è che sono state compiute altre azioni dirette. È come se pensassero: “Se le persone fuori da queste mura fanno quello che farei io se fossi lì, posso ancora agire nel mondo, la lotta continua”.

La seconda notizia che i prigionieri aspettano di ricevere riguarda la sorte degli altri detenuti. Lo Stato si è dato un gran da fare per isolare i nostri prigionieri all’interno del sistema carcerario, ostacolando qualsiasi interazione tra i membri di Palestine Action detenuti.
Le lettere sono censurate, le telefonate bloccate. Anche dopo che siamo stati rinchiusi, lo Stato continua palesemente a temerci.
C’è pertanto una sistematica privazione di diritti, un impegno coordinato da parte degli amministratori delle prigioni a rendere la vita all’interno del carcere il più difficile possibile. Ad esempio, il numero di visite mensili per ognuno dei nostri prigionieri è stato ridotto a tre, mentre chi è in custodia cautelare dovrebbe beneficiare di sei visite a settimana. In pratica sono trattati come se fossero stati già condannati.
Tutte queste persone tengono realmente le une alle altre, sono tutte unite da legami di profondo affetto e solidarietà. Nonostante non si vedano da un anno o più, a parte qualche udienza di appena un’ora su Zoom, hanno bisogno di sapere come stanno gli altri detenuti. Ecco perché una delle principali richieste portate avanti con la protesta è stata quella di porre fine a questo isolamento e di consentire la libera associazione tra i detenuti.
Di recente sono andato a trovare alcuni detenuti che stanno per essere processati. Sono rinchiusi in quello che è l’equivalente londinese del carcere di Riker’s Island di New York, cioè un inferno in cui ogni giorno si consumano i peggiori abusi carcerari. Ogni volta che ci vado sono sopraffatto dall’emozione perché penso: “Questa persona meravigliosa, capace di prendersi cura degli altri, piena di vita non dovrebbe mai essere rinchiusa in gabbia“.
Ma poi mi rendo conto che sto trattando come eccezionale il caso della persona che conosco e con la quale ho un legame, mentre stento a empatizzare con tutti gli altri, quasi che loro meritassero di stare in prigione. Ma che siano dentro per aver distrutto una fabbrica di armi, per aver gettato della zuppa su un quadro o per avere rubato uno spazzolino da denti, nessuno merita di stare in prigione. Penso che sia impossibile emergere da una detenzione senza processo durata più di un anno senza diventare degli abolizionisti convinti.
Se c’è qualcosa che i nostri prigionieri vogliono che tutti sappiano, è che il problema del genocidio non si risolve con i cortei e i boicottaggi. La gente fuori se ne sta accorgendo troppo tardi: nel Regno Unito lo Stato sta cercando in tutti i modi di fermare Palestine Action, ma Palestine Action non può essere fermata perché funziona.
L’azione diretta è lo strumento più efficace di cui disponiamo in questo momento. Dobbiamo essere efficaci, coraggiosi e non accontentarci soltanto di avere fatto qualcosa. Tutti noi dobbiamo chiedere a noi stessi, e chiederci a vicenda tra quanti sono parte del movimento: cosa abbiamo fatto negli ultimi due anni? Ha funzionato? E se la risposta è no, dobbiamo fare qualcos’altro.
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